15 maggio 2020, Politica e società

Una lettera dopo la tempesta

AA.VV.

INTRODUZIONE

«Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede”» (Mc 4,39-41). Con queste parole, nel Vangelo di Marco continua il racconto della “tempesta sedata”, commentata da Papa Francesco nel momento di preghiera straordinario dello scorso 27 marzo. Questa preghiera con la benedizione Urbi et Orbi ha motivato la “Lettera nella Tempesta”, un’iniziativa partita da alcuni docenti della PFTIM (san Luigi) e sottoscritta da un gruppo di amici, prima di essere presentata dalla stampa, soprattutto locale, il 1 aprile 2020. Cessato il vento, rimane la paura, come il Sabato santo. Nella veglia Pasquale Francesco ha suggerito che «Possiamo specchiarci nei sentimenti delle donne in quel giorno. Come noi, avevano negli occhi il dramma della sofferenza, di una tragedia inattesa accaduta troppo in fretta. Avevano visto la morte e avevano la morte nel cuore. Al dolore si accompagnava la paura: avrebbero fatto anche loro la stessa fine del Maestro? E poi i timori del futuro, tutto da ricostruire. La memoria ferita, la speranza soffocata. Per loro era l’ora più buia come per noi».

LA LETTERA PRECEDENTE

L’obiettivo della “Lettera nella tempesta” è stato duplice: aprire uno spazio di riflessione e di confronto sulle questioni scoperte da questa improvvisa “tempesta”, che ci trova «sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati»; e proporre «le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e a custodire», in questo naufragio e alla fine della “tempesta”. Ci si è proposti di riflettere in questo tempo di crisi, per prepararsi sin da ora alla ricostruzione, che sarà presumibilmente lunga e complessa. La crisi in atto può diventare l’occasione straordinaria per maturare una coscienza sofferta della insostenibilità di un sistema economico che è causa di disuguaglianze profonde, sia a livello planetario che a livello locale, e che semina morte. Dunque, occorre lavorare sin da ora affinché il dolore di questi giorni, che ognuno patisce sulla propria pelle, possa favorire un risveglio di attenzione responsabile e operosa nei confronti delle sofferenze di tutti, sotto ogni latitudine. Nella parte finale del testo, sono state avanzate alcune proposte, le quali hanno a che fare sia con le responsabilità degli attori pubblici – chiamati a ridefinire il contenuto delle politiche, in particolare di quelle sanitarie e dei servizi alla persona – che delle istituzioni ecclesiali, alcune delle quali nelle scorse settimane hanno deciso di mettere a disposizione cospicue risorse, finanziarie e immobiliari, a sostegno delle persone e delle famiglie più colpite dalla crisi e delle organizzazioni che si stanno occupando di loro.

PER PROSEGUIRE NELLA RICERCA

Riteniamo che nulla sarà come prima e che nella fase di programmazione della ripresa le risposte all’emergenza necessitino di una ricerca comune e di un impegno unitario. Per questo ci siamo proposti di scrivere “Una lettera dopo la tempesta”. Iniziativa di un gruppo trasversale e rappresentativo di persone impegnate nella promozione di una società accogliente, solidale e tollerante, essa si rivolge a tutte le persone di buona volontà. A differenza della lettera precedente, questa con l’interdisciplinarietà ha un carattere interconfessionale, inter-culturale e internazionale – esplicitato dalla versione del testo in più lingue – con la consapevolezza non solo che una crisi globale abbia bisogno di una risposta globale, ma che l’attuale crisi globale richieda una modalità globale di affrontare le cause dell’ingiustizia, a sostegno soprattutto di coloro che sono più esposti agli svantaggi che la globalizzazione dell’economia può produrre: gli ammalati, i carcerati, i poveri, i forestieri, gli anziani, i giovani. Come sperare nella sofferenza? Come superare la sofferenza? La nostra speranza non è mero ottimismo, ma è un dono del Cielo: «Immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita» ? ha detto Papa Francesco nell’omelia della Veglia pasquale. Per uscire dall’emergenza della pandemia da Covid-19 vogliamo percorrere la via della speranza insieme a tutte le persone di buona volontà, credenti e non credenti, laici e religiosi di ogni popolo, religione e di ogni confessione, che voltano le spalle alla morte e aprono il cuore alla vita: nella difesa della giustizia e nella promozione della pace, nell’amore premuroso per la casa comune del creato, nell’accoglienza rispettosa di chi è profugo e di chi è diverso, nell’assistenza gratuita al malato, nella difesa coraggiosa di chi è discriminato, nel sostegno solidale al bisognoso, nell’educazione e nell’accompagnamento dei giovani e di chi dalla mancanza di speranza è come immobilizzato.

L’epidemia apre un nuovo “contesto” , che va alle radici dell’umano, e che sollecita la ricerca teologica, nel dialogo umile e fraterno con altre discipline e scienze, ad affrontare il dramma in atto. La situazione che stiamo vivendo, inoltre, rende ancora più evidente che in passato la necessità del dialogo ecumenico, interconfessionale, interreligioso e interculturale: l’impegno comune per la ricostruzione può alimentare la ricerca di una fraternità rinnovata, a partire dal riconoscimento della diversità altrui non come una minaccia ma come rivelazione di un dono. In questa prospettiva, la strada che si apre è quella di un duplice radicamento: nella preghiera, per chi è credente, e, insieme, nell’ascolto del grido della terra e di quello dei poveri e degli impoveriti. La preghiera e questo ascolto aiutano a riconoscere nei poveri il vero fondamento della polis, e alimentano pratiche di vera condivisione con i più fragili e di autentica liberazione.

1. In compagnia dei più fragili Le politiche della ricostruzione dovranno occuparsi di alcune importanti questioni: l’impoverimento come processo dell’ingiustizia sistemica e le forme della grave emarginazione adulta, come la homelessness; l’accoglienza e l’accompagnamento dei più fragili; i migranti e i rifugiati. Come ha ricordato Papa Francesco in un suo recente intervento, a tutte le persone più povere va assicurato un reddito minimo e la possibilità di abitare una casa. Inoltre, il modo in cui la crisi ha colpito gli anziani ricoverati nelle strutture dimostra il fallimento definitivo delle strutture di accoglienza a carattere custodialistico e segregante, che sradicano le persone fragili dai loro contesti di vita. D’ora in poi, bisognerà puntare su soluzioni plurime, flessibili, in ogni caso attente al benessere e alla salvaguardia della salute delle persone, dando priorità quando è possibile agli interventi domiciliari o all’accoglienza in comunità piccole a dimensione familiare, cioè a modelli di intervento che riducono drasticamente i costi e migliorano la qualità della vita delle persone coinvolte. L’agenda futura non potrà ignorare la situazione degli immigrati e dei rifugiati, che saranno tra i più esposti alla precarietà, anche nel dopo-emergenza.

2. Il fondamento della nonviolenza La corsa ad acquistare ed accumulare armi e sistemi d’arma sempre più micidiali e sempre più costosi ha mostrato dinanzi a questa epidemia tutta la sua insensatezza causando anche l’impegno di ingenti risorse economiche. Così la retorica della violenza e della guerra appare inadeguata a garantire il bene dell’umanità. Obiettivi che donne e uomini di buona volontà devono testimoniare sono quelli di svuotare progressivamente gli arsenali, ridurre le spese in armamenti e promuovere un’educazione a prassi individuali e comunitarie fondate sul primato della nonviolenza e sulla certezza che solo con mezzi buoni si possono ottenere fini buoni, il primo tra tutti è quello di edificare la pace. Tutto ciò con la consapevolezza che l’utopia della profezia è sempre chiamata a fare i conti con le tensioni e le contraddizioni del tempo presente.

3. Ripartire dall’ecologia integrale L’ascolto del grido della terra e dei poveri permette di ripensare radicalmente il contenuto e le prospettive dello sviluppo, alla luce del paradigma dell’ecologia integrale, che coglie il nesso inscindibile tra degrado ambientale e deterioramento della vita sociale: non si può vivere sani in un mondo malato. Questo nuovo paradigma costringe ad interrogarsi sui limiti del modello di sviluppo che ha contraddistinto in particolare gli ultimi quattro decenni, mettendo in evidenza la insostenibilità di una concezione che intende lo sviluppo come crescita illimitata della ricchezza, della produzione e del consumo. Ad essa, si contrappone la prospettiva di uno sviluppo umano, che considera ogni persona come fine, che si pone il problema di che cosa ogni singola persona sia in grado di essere e di fare, e che considera la sofferenza di ogni uomo e di ogni singola creatura come fallimento che – in un modo o nell’altro – riguarda tutti.

4. Politiche per uno sviluppo umano autentico Le premesse di uno sviluppo umano autentico sono rappresentate non dall’aumento della ricchezza prodotta, ma dalla presenza sul territorio di presidi in grado di assicurare la tutela della vita e della salute di tutti e dalla crescita del livello di istruzione. Tutto ciò consente di cogliere l’importanza decisiva di efficaci politiche redistributive, mirate ad allestire innanzitutto sistemi sanitari e scolastici, capaci di superare le disuguaglianze nell’accesso a queste risorse di cittadinanza insostituibili, rimuovendo tutti gli ostacoli alla loro fruizione. Particolare attenzione bisognerà riservare alla questione educativa. La crisi in atto sta ponendo i genitori, gli insegnanti e tutti coloro che hanno responsabilità educative e di accompagnamento di fronte ad una situazione inedita: cosa vuol dire l’accompagnamento educativo in una situazione di distanziamento sociale?

CONCLUSIONI

Non si tratta solo di praticare la solidarietà con “l’altro” che consideriamo “più vulnerabile di noi”, mentre continuiamo a sentirci e crederci grandi e distinti da lui. Si tratta di recuperare il “principio di appartenenza e inclusione”: quell’altro sconosciuto “è parte di me”, in una dimensione di reciprocità senza la quale non c’è sostenibilità: poiché siamo interdipendenti, il male che facciamo agli altri è a noi stessi che lo facciamo, così come contribuendo al bene, influiamo sull’equilibrio e sulla sostenibilità comune. Sua Santità Bartolomeo I nel messaggio in occasione del Covid-19 ha giustamente ricordato: «Tuttavia, ciò che è in gioco non è la nostra fede ? è il fedele. Non è Cristo ? sono i nostri cristiani. Non è l’uomo divino, ma gli esseri umani». La risposta dei fedeli, dei cristiani e degli esseri umani all’emergenza della pandemia determinerà il futuro della società globale per i prossimi decenni. Le soluzioni suggerite ora dalle conseguenze della crisi, nell’ambito sociale, economico, morale, religioso, ci pongono al bivio della via che percorreranno le generazioni che verranno.

(www.adista.it/articolo/63444, 1 maggio 2020 )

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