29 settembre 2010, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Tra oppressione e rivolta

di Yves Poulain

A fine aprile ho partecipato, come membro della delegazione dell’Associazione France Palestine Solidarité, alla V Conferenza internazionale per la resistenza popolare palestinese, tenutasi a Bil’in, villaggio (ormai emblematico) di questa Cisgiordania sotto occupazione israeliana, a 25 km a ovest di Ramallah e in prossimità del famoso “muro”. Questo muro di separazione eretto tra le colonie israeliane e i Territori palestinesi, molto spesso all’interno di questi ultimi, che trancia e frammenta nella totale impunità, permettendo inoltre al potere israeliano di radicarsi e di accrescere la sua opera di annessione e dominazione.

Per mancanza di spazio, non riporterò che qualcuna delle cose che mi hanno maggiormente impressionato. La Conferenza, durata tre giorni, con molti interventi, contatti e visite sul territorio, è stata solennemente aperta alla presenza di una delegazione composta da più di 20 consoli di Paesi stranieri, tra cui la Francia. Erano presenti anche, tra gli altri, il primo ministro dell’Autorità palestinese Salam Fayyad e il nuovo patriarca greco ortodosso di Gerusalemme, Atallah Hanna, i cui interventi sono stati particolarmente interessanti. Questa sorta di “patrocinio” di fatto ha dato alla Conferenza una credibilità e un’autorità significative e le ha fornito anche una tutela contro un’eventuale repressione diretta da parte dell’occupante israeliano. 

Resistenza popolare non violenta

Ci tengo a sottolineare prima di tutto che, se da un lato si è fatta sentire a Bil’in la profonda e radicata sofferenza e anche la vibrante e legittima collera di un popolo da così tanto tempo oppresso sotto il giogo dell’ingiustizia e della discriminazione, si è affermata allo stesso tempo, anzi si è proclamata, e con insistenza, la natura assolutamente nonviolenta della resistenza popolare che si sta amplificando, compresa e fatta propria dalle istanze dirigenti della Cisgiordania. Si tratta di una scelta di cui il Mir – che rappresentavo – non può che rallegrarsi, sostenendola in ogni modo possibile. Dopo il fallimento e l’inasprimento della situazione alla quale hanno condotto, nel corso dei decenni, alcune forme di insurrezione violenta, ecco che alla fine viene esplorata una via nuova di lotta contro l’ingiustizia subita, ispirata esplicitamente, tra gli altri, a Martin Luther King.

Difficilmente ma con ostinazione, dunque, la resistenza popolare continua ad organizzarsi in mille modi e in tutti i campi possibili – educazione, cultura, sanità, agricoltura, strutture istituzionali, ecc… – per realizzare iniziative diverse e progetti concreti. Considerando che la politica israeliana mira sempre più a impadronirsi arbitrariamente della terra e ad espellere progressivamente i palestinesi, la parola d’ordine che ispira le loro lotte è: “Restare è resistere”. Quanto al sostegno effettivo (ed efficace) che si attendono dai democratici dei Paesi stranieri, questo consiste in particolare nell’adesione al programma messo in piedi già da tempo a livello internazionale e intitolato “Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni” (Bds). 

Il muro

Ci torno e mi ci soffermo. “Muro della vergogna” anch’esso, che non ha niente di meno vergognoso di quello eretto a Berlino dall’impero sovietico. Qui e lì rimpiazzato da un tratto di recinzione elettrificata, è onnipresente, in tutta la sua mostruosità: ci si imbatte in esso o lo si percepisce da lontano. Onnipresente e minaccioso. A dispetto della sua massiccia rigidità di cemento, come un interminabile boa striscia e serpeggia per più di 700 chilometri secondo un tracciato che, in evidente illegalità, si situa per l’80% all’interno dei Territori palestinesi, collegando anche i tre quarti delle colonie al territorio israeliano. Permette di difendere, in maniera esclusiva, gli interessi di un odioso sistema coloniale che perdura malgrado sia stato da tanto tempo e a più riprese condannato, in quanto illegale, dal diritto internazionale. E le colonie… si vedono sempre all’orizzonte, che illuminano la notte, posate con un’insolenza trionfante come corone sulle numerose colline della Giudea e dintorni!

Il muro di separazione – potremmo chiamarlo anche muro dell’apartheid – li chiude come in un ghetto. Ma in realtà il ghetto è all’esterno di questo recinto! Da un lato, quello delle colonie, le strade buone (interdette, ovvio, ai palestinesi), le infrastrutture, il confort, le terre conquistate e coltivate in grande scala, l’acqua accaparrata a iosa; dall’altro lato, quello dei palestinesi, il degrado urbano, le case distrutte qua e là – e a volte ricostruite, senza permesso, dai resistenti  – gli ulivi strappati a migliaia, l’acqua scarsa, le proprietà agricole smembrate e sempre meno accessibili, i temibili posti di blocco, dove si può attendere per ore, anche per i casi urgenti, e dove alcuni hanno perso la vita. Ecco solo qualcuno degli aspetti di una occupazione tanto insidiosa, tanto violenta. 

L’umiliazione

Essa è subita costantemente e sotto molteplici forme dai palestinesi. Come quella, ad esempio, aneddotica ma simbolica, di cui conservo un ricordo particolare. Dall’auto che ci conduceva nella valle del Giordano, abbiamo visto, passando al posto di blocco di Gerusalemme, un palestinese ammanettato, seduto per terra contro un muro, in pieno sole e sotto la mira dei fucili di tre soldati. Situazione molto frequente, ci hanno detto i nostri accompagnatori: umiliazioni, con i più arbitrari pretesti, per ricordare chi è che comanda. E questo caso non è uno dei peggiori: molte sono le testimonianze di gravi maltrattamenti nei luoghi di controllo e di detenzione, come quelli recentemente denunciati in uno degli appelli urgenti dell’Acat (associazione cristiana ecumenica per l’abolizione della tortura e della pena di morte). Per quanto tempo e per quale peccatuccio quell’uomo sarà tenuto lì? E quanti altri hanno subito e subiranno umiliazioni e violazioni dei diritti umani? Fatti che non possono che suscitare e alimentare rabbia nel cuore delle vittime o, ancora, provocare una rivolta violenta, comprensibile ma senza via d’uscita, poiché sottomessa a una repressione più brutale ancora della legge del più forte. 

Le manifestazioni

In chiusura della Conferenza, i partecipanti internazionali sono stati invitati a unirsi, insieme a qualche pacifista israeliano presente, alla manifestazione nonviolenta organizzata contro il muro e le colonie, ogni venerdì pomeriggio, a Bil’in come in una quindicina di altri villaggi. Voglio qui ricordare l’ammirevole, eroico coraggio dei palestinesi che affrontano a mani nude, con una straordinaria tenacia, la brutale repressione dell’esercito israeliano. I soldati sono schierati dall’altra parte del muro o della recinzione e, man mano che il corteo dei manifestanti si avvicina, lanciano lacrimogeni che costringono i manifestanti a indietreggiare. E a volte sparano pallottole di gomma o pallettoni. Non è raro che ci siano dei feriti. L’anno scorso un uomo di 31 anni, Bassem Abu Rahma, è rimasto ucciso, colpito da una granata in pieno petto mentre tentava di proteggere l’evacuazione di un ferito. Per rendergli omaggio, un immenso manifesto che lo rappresenta mentre corre lungo il muro è stato esposto sul podio della Conferenza, anch’essa dedicata alla sua memoria.

Si sa in Francia e in Europa di queste manifestazioni pacifiche settimanali? Sembra proprio di no. E a maggior ragione si ha coscienza di quanto coraggio ci vuole per avere questa perseveranza, a dispetto degli arresti sempre più frequenti, dei rischi che si corrono, della violenza crescente della repressione? Si sa delle prigioni straripanti e del fatto che quasi tutte le famiglie palestinesi sono o sono state toccate dalla carcerazione di uno o più membri? 

Un enigma

Un enigma non cessa di tormentarmi, prima, durante e dopo la mia esperienza, certo troppo breve, della realtà palestinese: come è possibile che una maggioranza così schiacciante di israeliani (l’80% secondo i sondaggi) continui a sostenere la politica colonialista dei suoi governanti?

Come può essere che i discendenti di un popolo che ha conosciuto così spesso nella sua storia la condizione di oppressione, che figli e figlie di coloro che hanno subito l’orribile, mostruosa tragedia della Shoah, gli israeliani di oggi, accettino, salvo un pugno di oppositori, che i palestinesi debbano piegarsi sotto i rigori implacabili dell’occupazione, dell’umiliazione e della repressione? Senza dubbio per ignoranza, per molti di loro. Ma ignoranza colpevole, in ogni caso. Quanto a noi, qui e adesso, in Francia specialmente, dove si conserva un ricordo vivo di ciò che furono gli orrori dell’occupazione nazista, è tempo di aprire gli occhi, di essere informati, coscienti e sconvolti per ciò che ha di insopportabile un’occupazione imposta da così tanto tempo e in maniera esponenziale al popolo palestinese.

È proprio tempo che si manifesti un’insurrezione delle coscienze e che questa faccia sentire il proprio peso affinché i nostri dirigenti e responsabili politici contribuiscano a porre fine a questi soprusi. E che infine sia rispettato tanto il diritto internazionale quanto i diritti umani. E questo in nome dell’impellente esigenza di giustizia, affinché si raggiunga una pace e una riconciliazione autentiche tra israeliani e palestinesi innanzitutto, ma anche in questo Medio Oriente pericolosamente in ebollizione e in questo mondo così minacciato come è il nostro.

(articolo tratto d “Adista documenti”, n.72 del 25 settembre 2010)

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