19 giugno 2013, Globalizzazione ed Europa - In evidenza - Politica e società

Togliere civiltà

di Raniero La Valle

Stando a quanto scrive il supplemento “Affari e Finanza” della Repubblica, l’Unione Monetaria Europea, secondo la visione che ne hanno Francoforte e Berlino, sarebbe composta di Paesi virtuosi e peccatori. La virtù consisterebbe nell’accettare la concorrenza dei Paesi emergenti ricchi di sviluppo e poveri di diritti, e perciò nel “ridurre in maniera sostanziale alcune conquiste della civiltà europea degli ultimi 50 anni, per riuscire ad affrontare e battere i nuovi concorrenti”. La Germania e altri Paesi del Nord-Europa praticano questa virtù, noi invece siamo i peccatori.

Mai il baratto tra civiltà e profitti era stato espresso con tanta chiarezza. Vero è che La Repubblica attribuisce questo pensiero a Mario Draghi, che lo avrebbe sostenuto nel suo recente discorso alla Luiss, ma questo Draghi non lo ha detto. Vuol dire però che questa idea di buttare a mare i diritti a vantaggio della competitività sta nell’aria, e la si dà come scontata anche quando non viene espressa, scambiando magari Draghi con Marchionne.

Però questa idea non è affatto scontata, e non si può tanto facilmente realizzare. Qualcosa le resiste; e ciò che si mette di mezzo dando forza a questa resistenza è la Costituzione. È lì infatti che sono riconosciute e custodite quelle “conquiste della civiltà europea degli ultimi cinquant’anni” che si dovrebbero licenziare.

È  per questo che da vent’anni si sta cercando in Italia di mandare gambe all’aria la Costituzione. La destra al potere, nelle sue varie articolazioni interne ed esterne ai partiti, ancora non c’è riuscita, però è riuscita a creare un senso comune secondo il quale, siccome la politica non funziona e la “casta” è costosa e corrotta, bisogna fare ormai subito, prima che Napolitano se ne vada e la “pacificazione” svanisca, le “riforme istituzionali”, le quali nelle sue brame significano governo forte, maggioritario rafforzato, meno parlamentari tra i piedi e presidenzialismo.

Questo compito di riforma istituzionale sembra ormai l’unico a cui possa votarsi il governo Letta, dato che le altre cose non le può fare, i soldi per il lavoro e per lo sviluppo non ci sono, e quei pochi che ci sono servono per togliere l’IMU, l’ultima arma di distrazione di massa. Né d’altra parte la destra al governo accetterebbe mai che i soldi si trovassero attraverso una seria redistribuzione del reddito (e questa sì, è una cosa che anche Draghi raccomanda).

Non resta dunque che la riforma della Costituzione. Però non sanno come si fa. Prima hanno parlato di una Convenzione che – neanche fossimo nella Francia giacobina – vi avrebbe dovuto in tutta fretta provvedere, e che Berlusconi ritenendosi, e non tanto per celia, “il più bravo di tutti”, avrebbe voluto presiedere. Poi i saggi nominati dal Presidente della Repubblica optarono per una “Commissione redigente” di parlamentari e non parlamentari che avrebbe dovuto presentare la focaccia bella e fatta al Parlamento, e qui ci fu l’opinione dissenziente di Valerio Onida, che denunziò il rischio che, fuori dalle procedure previste dalla Carta, si innescasse “un processo ‘costituente’ suscettibile di travolgere l’intera Costituzione” che può essere opportuno modificare in punti specifici mantenendo però “fermi i suoi principi, la sua stabilità e il suo impianto complessivo”. Poi il governo promise incautamente di portare a buon punto il processo di riforma entro cento giorni, altrimenti se ne sarebbe andato, ma a quel punto l’idea della Convenzione da presiedere fu abbandonata dallo stesso Berlusconi; e infine dopo il ritiro in abbazia, il governo ha deciso di affidare il compito “redigente” alle due commissioni per gli affari costituzionali congiunte di Camera e Senato, assistite da una Commissione di esperti esterni; in tal modo la riforma costituzionale tornerebbe in qualche modo in Parlamento, ma nel palazzo, non in aula: perché resterebbe il fatto che il Parlamento dovrebbe prendere o lasciare il pacchetto di riforme che gli venisse presentato, senza possibilità né di scegliere tra di esse, né di presentare e votare emendamenti sul nuovo ordinamento costituzionale proposto.

Ciò è del tutto fuori e contro la Costituzione, e va fermamente combattuto. C’è da aggiungere che se alla Costituente si fosse lasciato fare tutto alla Commissione dei Settantacinque, senza possibilità di modifiche in aula, alcune delle cose più belle della Costituzione non ci sarebbero, perché furono introdotte per via di emendamenti in assemblea: a cominciare dal primo articolo che definisce la Repubblica come “fondata sul lavoro” (emendamento Fanfani, Grassi, Moro, Tosato) e dall’art. 3 dove all’eguaglianza di principio di tutti i cittadini si aggiunse che eguaglianza, libertà e sviluppo della persona devono essere realizzati “di fatto”, e che perciò è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che “di fatto” li limitano e li impediscono (emendamenti Teresa Mattei, Amendola, Iotti, Fanfani, Moro, Tosato).

(“Rocca”, n.11 del 2013)

 

 

 

1 commento per : Togliere civiltà

  • eva

    Il fatto che non sanno come si fa a “modificare” la Costituzione la dice lunga…
    Forse, però, la faccenda è ancora più tragica: fanno finta di non saperlo per tradirla anche quando dicono di volerla “aggiornare”. Ne tradiscono i contenuti, saltandone a piè pari forma e procedure.
    Per me è allarmante che chi prima correva come una lepre credendosi vincitore proclamando che abbiamo la “Costituzione più bella del mondo” fa parte di quel partito meno indecente che ha avvallato che Monti e compagnia iniziassero a disfarla.
    Per me è allarmante che non solo le destre tentino l’impresa di smontare la Costituzione.
    Questa “furia aggiornatrice” dovrebbe spaventarci, oltre che indignarci.

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