2 luglio 2011, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Tecnica di un massacro

In ricordo del Massacrodi Adriano Sofri

Lo scavo nei genocidi contemporanei è la branca più specializzata dell´archeologia. A Srebrenica, occorre mettere insieme il 75 per cento del corpo identificato per dargli una singola sepoltura. Le parti incompiute finiscono nel cimitero comune.
Ho chiesto al sindaco: a Srebrenica le persone di nazionalità musulmana sono oggi fra i duemila e i duemilacinquecento. Una piccolissima frazione, neanche il 10 per cento, di quanti erano prima del 1992. Una piccola frazione anche di quelli – ottomila, diecimila – che furono sterminati in quattro giorni nel luglio del 1995. È strana, una popolazione in cui i vivi sono così pochi rispetto ai morti, e i morti hanno tutti la stessa data. Erano 36 mila gli abitanti di Srebrenica nel 1991, molti di più in quell´estate del 1995, perché le Nazioni Unite l´avevano solennemente dichiarata “zona protetta” e vi si erano rifugiati gli sfollati dei paesi occupati dalle milizie di Ratko Mladic. Una stessa data per migliaia di morti, uno stesso nome di carnefice, uno che seppe fare le cose in grande. Naturalmente, vi diedero mano in tanti, e le circostanze si prestarono. Non è facile macellare migliaia di uomini così in fretta, e seppellirli e disseppellirli, anche, per provare a dissimularne le tracce. Le tracce sono rimaste, enormi. Anche un macabro filmato girato dagli assassini, stanchi e fieri della loro opera. La morte, scrisse il montenegrino-sarajevese Marko Vesovic, è un capomastro serbo. Anche gli animali umani sono come certe fiere addomesticate, che bisogna stare attenti a non far risentire loro il sapore del sangue perché non se ne facciano travolgere. Il filmato più orrendo di quelle giornate di Srebrenica, più ripugnante a guardarsi delle innumerevoli scene di fosse comuni e riesumazioni e donne in pianto, è quello che tutto il mondo guardò in diretta, quando alla base di Potocari Mladic interroga il colonnello olandese e gli offre una sigaretta, e quello gli dice con un filo di voce che ha già fumato troppo e poi l´accetta, e poi accetta anche di brindare, e poi la gente viene messa in fila, donne di qua e uomini di là, e i militari olandesi dell´Onu assistono e collaborano, e un bambinello biondo viene spinto fuori dalla fila e il gran generale Mladic dà uno schiaffetto alla sua faccia frastornata, e finalmente gli uomini di Mladic lanciano cioccolata ai bambini che si sporgono ad afferrarla. Poi il filmato finisce e arriva il buio.
Quante cose abbiamo capito di Auschwitz da quel filmato. Come gli animali umani annusino gentilmente l´odore del sangue, prima di buttarsi. La morte è un abile capomastro, tedesco, serbo, e all´occorrenza di qualsiasi nazione. Mladic odiava in memoria di un padre assassinato dai fascisti croati, ha esasperato il suo odio dopo che una figlia si è ammazzata per orrore di lui. La sua cattura è avvenuta con un ritardo scandaloso. Però è avvenuta, e benché metta il governo serbo in imbarazzo quasi come quello pakistano, ha derogato alla sequela macabra. All´Aja è interdetta la pena di morte. Mladic è stato preso vivo, a differenza di Bin Laden, e vivo si è fatto prendere, come il suo camerata e rivale Karadzic: alla morte propria, non tenevano tanto. A Srebrenica, ieri, i serbo-bosniaci (sapete che, sale sulla ferita, Dayton ha assegnato all´”entità” serbo-bosniaca la cittadina martire) avranno reagito come il resto dei serbi, i più, forse, ancora, piangendo l´arresto di un loro idolo, gli altri, chi non si compromise o chi se n´è vergognato, sentendo riscattata l´infamia che pesa su tutti. Perché la “colpa collettiva” non esiste sul piano penale, dove valgono solo le responsabilità personali provate, ma esiste tragicamente sul piano morale. Il presidente serbo Tadic partecipò alle ultime commemorazioni di Srebrenica, e un parlamento serbo riluttante votò a maggioranza l´anno scorso una dichiarazione che, curando di non nominare il genocidio – sancito definitivamente dal Tribunale dell´Aja – ha offerto le sue scuse alle vittime.
A Sarajevo, ieri, il sollievo amarissimo con cui è stata accolta la notizia si è accompagnato, soprattutto nei commenti ufficiali, alla diffidenza per il momento in cui è arrivata, vigilia del rapporto del procuratore capo dell´Aja al Consiglio di Sicurezza dell´Onu, e addirittura nel corso della visita di Catherine Ashton. Si può pensare che la giustizia sia troppo lenta ad arrivare. Oppure che sia lenta, ma arrivi. È quello che hanno sentito ieri a Sarajevo. Nessuno, nel momento della caduta, è all´altezza dei suoi crimini, delle migliaia di assassinati, torturati, delle stuprate e umiliate; e dei salvati, anche, perché questi granduomini si beano del potere di vita e di morte, e ne lasciano andare uno su dieci o su cento, che sappia di dovergli la vita. La cattura di Mladic, un pallone sgonfiato, restituisce alla gente bosniaca – non ai suoi delinquenti e ai suoi fanatici integralisti, che pure ci sono stati, come dovunque – un risarcimento morale e civile. Dall´altra parte, contribuisce alla ricostruzione dell´onore perduto della Serbia. E finalmente, verrebbe da dire, per finire bene, riconosce all´Europa, e alle severe condizioni che ha dettato alla Serbia, il merito di aver ottenuto giustizia. Solo che. Solo che l´Europa e le sue condizioni – più rigorosa di tutti, nell´esigerle, l´Olanda, e si capisce – lasciò che violenza, infamia e atrocità venissero perpetrate, e non di rado le fomentò e le secondò, per interesse o per viltà, e il fatto che avvenissero nei famigerati “Balcani” e che la Jugoslavia non appartenesse formalmente all´Unione europea non toglieva che fosse Europa anche quella di Sarajevo, così vicina, e così pulsante della stessa storia.
È difficile chiamare francamente la cattura di Mladic come un successo dell´Europa: è più vero che essa ne attenua la macchia. Proprio in questi giorni l´Europa, e l´Occidente intero, devono chiedersi drammaticamente a che cosa possa approdare il loro intervento, e dunque se e come e quando vada condotto. La vicissitudine della ex Jugoslavia, e la voragine di Srebrenica, rispondono all´interrogativo opposto: che cosa succede quando si ometta intervento e soccorso. Quando una telefonata in partenza da Potocari non viene inoltrata dal comando di Sarajevo al comandante generale francese della missione, e poi il comando generale non autorizza il decollo degli aerei, e poi lo autorizza ma gli aerei hanno dovuto tornare indietro perché avevano esaurito i rifornimenti, e quando si alzano sono troppo pochi e su una rotta imprecisa – storie come queste, e ancora più ridicole, raccontano le solenni commissioni d´inchiesta sui cinque giorni del genocidio di Srebrenica.
Infine, la notizia di Sarajevo dev´essere arrivata anche ai bambini. Spiegò Irfanka Pasagic, che si occupa del dolore dei superstiti: «Spesso diciamo che i bambini sono il nostro futuro. Io dico che siamo noi il loro futuro. Se centinaia di migliaia di bambini della Bosnia Erzegovina cresceranno nella convinzione che i criminali possano restare impuniti e che la sofferenza che hanno subito non meriti una condanna, distruggeremo il loro futuro». Ecco, mi sono chiesto se il bambino dalla faccia frastornata spinto fuori dalla fila del mattatoio perché il gran generale Ratko Mladic (il “Dio serbo”) gli desse un buffetto davanti alle sue telecamere prima che facesse buio, sia vivo, e abbia sentito la notizia ieri.

(“La Repubblica”, 27 maggio 2011)

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