17 novembre 2011, Politica e società

Tagli all’editoria: meno democratica e meno libera, l’Italia che piace a Berlusconi

Il corteo entra in Rettoratodi Giampaolo Petrucci

100 piccole testate giornalistiche – “di idee”, di partito, di cooperative e no profit – a rischio chiusura. 4mila posti di lavoro persi o in pericolo, tra giornalisti, poligrafici e dipendenti dell’indotto che gravita intorno alla piccola editoria. Mezzo miliardo di euro il giro d’affari in fumo. Oltre 400mila copie in meno ogni giorno nelle edicole, con un calo ulteriore di esemplari venduti (5milioni negli anni ’50; 4.5 milioni fino all’anno scorso; 4 milioni nei prossimi mesi). Questi, in sintesi, gli effetti dei tagli al Fondo per l’editoria cooperativa e no profit – nato nei primi anni ’80 per dare voce a pezzi di Paese che non possono fare affidamento su grossi capitali e che vengono penalizzati dalle storture del cosiddetto “libero” mercato, come Adista stessa, molti settimanali diocesani, il Manifesto, Liberazione, Avvenire, L’Unità, Noi Donne, ecc. – passato progressivamente da 415 milioni del 2008 a 80 effettivi del 2011 (suscettibile di ulteriori tagli per la manovra di risanamento, a fronte di un fabbisogno di 170). «Con tali risorse, gran parte di questo mondo della comunicazione non sopravvivrà al 2011, con gravi danni economici e sociali e con l’impoverimento del pluralismo nel sistema dell’informazione», si legge nel documento conclusivo dell’assemblea “Dovere di informare, diritto di sapere. Qualità e pluralismo: cento testate a rischio”, indetta, lo scorso 28 settembre, da Mediacoop (l’associazione nazionale delle cooperative giornalistiche, editoriali e della comunicazione), Articolo21 e Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana), presso la Sala del Mappamondo alla Camera dei Deputati. Proprio nel “cuore” del potere decisionale, alla presenza di alcuni parlamentari, tra cui il sottosegretario con delega per l’Informazione e l’Editoria Paolo Bonaiuti. L’indebolimento della piccola editoria a seguito dei tagli – è la denuncia – «sancisce il fatto che soltanto i possessori di capitali possono manifestare liberamente il loro pensiero» «con danno grave per la democrazia e per la ricerca dialettica di una verità possibile». E con buona pace del governo e dell’antipolitica dilagante nel Paese, per la prima volta pericolosamente uniti contro i finanziamenti pubblici all’editoria.

Conti alla mano, sottolineano i direttori delle cooperative, i tagli sulla piccola editoria costeranno al Paese molto più di quanto sarà recuperato. Lo Stato vedrà aumentare le sue spese per gli ammortizzatori sociali dei nuovi disoccupati e le Poste italiane perderanno introiti per le diminuite spedizioni agli abbonati. Resta ignorata, poi, la voragine nel bilancio dell’erario costituita da quelle falle che il Paese – con scarsa lungimiranza – non riesce ad affrontare: l’evasione del canone Rai e l’iva sui gadget venduti in edicola, che inspiegabilmente resta al 4%, mentre gli stessi beni venduti in qualsiasi altro negozio hanno l’iva al 20% (21% dopo la manovra). Serpeggia il malcontento tra i partecipanti, nonostante i toni concilianti del sottosegretario. Secondo molti, la crisi e il risanamento dei conti pubblici sono solo scuse per strangolare definitivamente una parte libera e “scomoda” dei media nazionali, nell’ambito di un più ampio progetto di imbavagliamento dell’informazione condotto dal governo Berlusconi.

Dopo i tagli e i possibili aggiustamenti della manovra, l’ultima possibilità per il settore è nella Legge di stabilità. Al sottosegretario i promotori chiedono non solo di rifinanziare il Fondo, ma anche di promuovere una rigorosa legge di riforma dell’Editoria che renda il sostegno più stabile e non legato agli umori dei governi e che distribuisca i finanziamenti in base ai dipendenti delle testate, per evitare di finanziare quelle testate “finte” che prendono finanziamenti ma non hanno diffusione e non creano lavoro. Chiedono di finanziare il Fondo con i 40 milioni di euro per la convenzione con la Rai.

(“Adista notizie”, n.71 del 2011)

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