9 febbraio 2010, Politica e società

Sulla mafia, anche la Chiesa a volte è stata in silenzio. Documento della Cei sul mezzogiorno

Sull’ultimo numero di Adista (n.12/2010 dell’8.2.’10) è stato pubblicato un articolo di Valerio Gigante, che sottoponiamo all’attenzione dei lettori, che anticipa in sintesi i contenuti di un documento, di prossima pubblicazione, della Conferenza episcopale italiana, dedicato alla questione meridionale ed alla mafia come struttura di peccato; testo che propone anche un’importante autocritica sul ruolo della Chiesa nella realtà del mezzogiorno ed in contesti sociali fortemente dominati e schiacciati dalla torbida e violenta attività mafiosa.


di Valerio Gigante (ROMA-ADISTA)

Ad oltre vent’anni dalla pubblicazione del documento Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno (ottobre 1989), la Conferenza episcopale italiana torna ad occuparsi della questione meridionale e dei suoi problemi irrisolti. Lo fa con un testo non ancora ufficializzato, di cui Adista è venuta in possesso, e che si intitola Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno. 16 cartelle in tutto, per richiamare “alla necessaria solidarietà nazionale, alla critica coraggiosa delle deficienze, alla necessità di far crescere il senso civico di tutta la popolazione, all’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle dirigenti”, ma anche per delineare il ruolo che la Chiesa può svolgere in una realtà così difficile e complessa.

“Radici” e genesi del documento

Dai contenuti, emerge chiaramente come il documento si sia ispirato al recente convegno “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud” (Napoli, 12-13 febbraio 2009) ma anche dalla Nota pastorale sulla ‘ndrangheta, intitolata Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo della Conferenza episcopale calabra (Cec) del novembre 2007 (v. Adista n. 82/07), in gran parte promossa ed elaborata dall’allora vescovo di Locri mons. Giancarlo Bregantini.

La genesi del testo è stata abbastanza lunga: una prima bozza, dell’ottobre 2009, era stata sottoposta al vaglio dei vescovi; alcuni di loro avevano inviato a Roma le proprie proposte di integrazione e modifica. Una seconda bozza, approvata durante i lavori dell’ultimo Consiglio Permanente della Cei, è stata quindi sottoposta soprattutto ai vescovi del Sud Italia per un’ultima rapida revisione. Entro la metà di febbraio il documento dovrebbe vedere ufficialmente la luce. Adista è in possesso di entrambe le versioni, che differiscono in pochissimi passaggi.

Una dura analisi

Nella prima parte del testo si fa un’analisi della situazione sociale ed economica del Sud. E il giudizio (nonostante in questi anni i rapporti tra gerarchia e governo di centrodestra, a livello locale e nazionale, sia stato caratterizzato da grande cordialità e piena sintonia su molte rilevanti questioni) non è affatto lusinghiero: ci troviamo infatti, affermano i vescovi, “in una congiuntura di radicali e incalzanti mutamenti”.

Uno sviluppo che i vescovi non esitano a definire “bloccato”: “Con rinnovata urgenza – scrivono – si pone la necessità di ripensare e rilanciare le politiche di intervento”, con attenzione particolare ai più deboli, “al fine di generare iniziative auto-propulsive di sviluppo, realmente inclusive”. Per questo i vescovi invocano “una cultura politica che nutra l’attività degli amministratori di visioni adeguate e di solidi orizzonti etici per il servizio al bene comune”. In questo senso, purtroppo, i segnali non sono incoraggianti. Tanto più che “il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e dei governatori regionali, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato” (interessante notare che nella prima bozza l’espressione era: “Non sempre ha scardinato”. Il giudizio sul ceto politico è stato quindi inasprito).

In questo punto nella seconda bozza è presente un passaggio nuovo rispetto alla prima versione e che richiama la celebre formula della “opzione preferenziale per i poveri” uscita dalla Conferenza latinoamericana di Medellín del 1968, spesso tacciata dalle gerarchie ecclesiastiche di contiguità la Teologia della Liberazione: “Il Vangelo – recita la seconda bozza – ci indica la via del buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37): per i discepoli di Cristo la scelta preferenziale per i poveri significa aprirsi con generosità alla forza di libertà e di liberazione che lo Spirito continuamente ci dona, nella Parola e nell’Eucaristia”. Non solo: “Il complesso panorama politico ed economico nazionale e internazionale, aggravato da una crisi che non si lascia facilmente descrivere e circoscrivere, ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”.

Violenza arcaica, con mezzi d’avanguardia

Le questioni economico-politiche si legano strettamente al tema della cultura della legalità: nel Sud, affermano infatti i vescovi, “accenti di particolare gravità ha assunto la questione ecologica: nel quadro dello stravolgimento del mondo dell’agricoltura, sono progressivamente venute alla luce forme di sfruttamento del territorio che, come dimostra il fenomeno delle ecomafie, spingono con evidenza a prendere in considerazione, in tutti i suoi aspetti, l’‘ecologia umana’”.

Dal punto di vista culturale, in una realtà già segnata da “forme di particolarismo familistico, di fatalismo e di violenza che rendevano problematica la crescita sociale e civile” ha fatto irruzione una modernità disordinata e ancora non adeguatamente innestata nel tessuto sociale; un processo che, “paradossalmente, ha potenziato quegli antichi germi innestandovi la nuova mentalità, segnata dall’individualismo e dal nichilismo. L’assorbimento acritico di modelli comportamentali diffusi dai processi mediatici si è accompagnato al mantenimento di forme tradizionali di socializzazione, di falsa onorabilità e di omertà diffusa”.

Mafia, drammatica “struttura di peccato”

Il documento prende poi una posizione netta ed inequivocabile nei confronti delle organizzazioni criminali: torniamo – scrivono i vescovi – “a condannare con forza una delle sue piaghe più profonde e durature, un vero e proprio ‘cancro’, come lo definivamo già nel 1989, una ‘tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona’ ‑ ossia la criminalità organizzata, rappresentata soprattutto dalle mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud”. “La criminalità organizzata non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell’economia e della politica meridionali”. Eppure, “la mafia sta prepotentemente rialzando la testa”, e negli ultimi venti anni “le organizzazioni mafiose, che hanno messo radici in tutto il territorio italiano, hanno sviluppato attività economiche, mutuando tecniche e metodi del capitalismo più avanzato, mantenendo al contempo forme arcaiche e violente ben collaudate di controllo sul territorio e sulla società. Non va ignorato, purtroppo, che è ancora presente una cultura che consente loro di rigenerarsi anche dopo le sconfitte inflitte dallo Stato attraverso l’azione delle forze dell’ordine e della magistratura”.

In un contesto sempre più permeato dalla mafia, in anni recenti “la Chiesa è giunta a pronunciare, (non senza fatica, era scritto nella prima bozza, ndr) nei confronti della malavita organizzata, parole propriamente cristiane e tipicamente evangeliche, come ‘peccato’, ‘conversione’, ‘pentimento’, ‘diritto e giudizio di Dio’, ‘martirio’”: sono le parole pronunciate “con singolare veemenza” da Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993, nella Valle dei Templi, presso Agrigento. E che la Cei torna a far proprie. Poi, dopo aver ricordato “i numerosi testimoni immolatisi a causa della giustizia”, anche cristiani (tra di essi, si fanno esplicitamente i nomi di don Pino Puglisi, di don Giuseppe Diana e del giudice Rosario Livatino), il documento afferma che “le mafie sono la configurazione più drammatica del ‘male’ e del ‘peccato’”. In questa prospettiva, “non possono essere semplicisticamente interpretate come espressione di una religiosità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato. Solo la decisione di convertirsi e di rifiutare una mentalità mafiosa permette di uscirne veramente e, se necessario, subire violenza e immolarsi”.

Mea culpa

Il documento della Cei, che pure non chiama mai in causa responsabilità dirette di uomini di Chiesa in questa situazione di degrado del Sud, pure sul tema della lotta alla mafia fa un parziale mea culpa. “Si deve riconoscere – recita il testo della Cei – che le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo [la Chiesa ha mostrato di recepire in misura disomogenea, era scritto nella prima bozza, in modo più sfumato, ndr] la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia. Tanti sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile. La testimonianza di quanti hanno sacrificato la vita nella lotta o nella resistenza alla malavita organizzata rischia così di rimanere un esempio isolato”. Invece, “solo l’annuncio evangelico di pentimento e di conversione, in riferimento al peccato-mafia, è veramente la buona notizia di Cristo”, che “non può limitarsi alla denuncia, perché è costitutivamente destinato a incarnarsi nella vita del credente”.

Spes contra spem

Il documento invita però a leggere anche segnali di speranza, soprattutto nella crescita di una “società civile, maggiormente consapevole di poter cambiare gradualmente una mentalità e una situazione da troppo tempo consolidate. Le coscienze dei giovani, che rappresentano una porzione significativa della popolazione del Mezzogiorno, possono muoversi con più slancio, perché meno disilluse, più coraggiose nel contrastare la criminalità e l’ingiustizia diffusa, più aperte a un futuro diverso”. “In questo impegno di promozione umana e di educazione alla speranza si è costantemente spesa la parte migliore della Chiesa nel Sud, che non si è solo allineata con la società civile più coraggiosa, rigettando e stigmatizzando ogni forma di illegalità mafiosa, ma soprattutto si è presentata come testimone credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena”. In ogni caso, bisogna continuare a “favorire in tutti i modi nuove forme di partecipazione e di cittadinanza attiva, aiutando i giovani ad abbracciare la politica, intesa come servizio al bene comune ed espressione più alta della carità sociale”.

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