4 febbraio 2011, Cultura - In evidenza - Politica e società

Solidarietà nazionale, compromesso storico e strategia della tensione

di Sergio Flamigni*

La politica di Moro di apertura nei confronti del Pci è stata ostacolata soprattutto dalla forte ostilità incontrata a livello internazionale, per lo stato di sovranità limitata del nostro paese. L’on Galloni ci ha ben ricordato gli accordi intervenuti tra Roosvelt e Stalin, tra i capi delle grandi potenze alla fine della seconda guerra mondiale sulle zone di influenza e i limiti e i condizionamenti derivanti dalla posizione geografica e strategica dell’Italia.
La prima volta in cui Moro aveva parlato della «strategia dell’attenzione» nei confronti del Pci era stato durante un intervento alla riunione della Direzione della Democrazia Cristiana, il 21 febbraio 1969, quando aveva posto il problema di un rapporto corretto con l’opposizione comunista, basato su «reciproca considerazione» e «dialettica democratica». Il 15 giugno 1969 Moro interveniva a Bari al primo congresso regionale della DC pugliese con un discorso dal titolo «La strategia dell’attenzione», in cui i rapporti con il Pci costituivano un capitolo di una strategia democratica più ampia e complessiva. Diceva Moro: «Più le masse popolari avranno il senso dello Stato attraverso il proprio inserimento, più la democrazia sarà forte e le tentazioni autoritarie saranno eluse». Questo pensiero riassume la linea guida dell’azione politica di Moro, iniziata fin dai lavori dell’ Assemblea Costituente. Una linea che sviluppandosi nel «confronto democratico» e nel «dialogo», porterà alla politica della «solidarietà nazionale» e all’entrata del Pci nella «maggioranza parlamentare programmatica». A Bari, Moro aveva pronunciato anche parole di sincera autocritica: «riconosciamolo onestamente …abbiamo perduto di sensibilità, di ideali, di capacità di servizio del paese nel corso di questi anni… Certo è inimmaginabile che ad un mondo tanto più complesso si risponda con una democrazia Cristiana divisa ed intorpidita, immeschinita nelle piccole lotte di potere». Partendo dalla ispirazione cristiana Moro indicava gli obbiettivi: «dobbiamo inventare un nuovo rapporto con la società, dobbiamo inventare un nuovo collegamento umano, dobbiamo trovare delle soluzioni tecniche ai grandi problemi di giustizia per il Mezzogiorno, di giustizia per le categorie sociali che sono ai margini ancora … stabilire con un equilibrio nuovo tra sociale e politico, un nuovo equilibrio politico, un nuovo assetto della società italiana». Moro richiamava i congressisti a non sottovalutare il significato positivo dei «dati dell’unità sindacale in fieri» e chiedeva al partito uno sforzo di cambiamento ponendo attenzione ai giovani che «sono il segno della vita che cambia». I risultati del Congresso regionale pugliese dimostravano che la linea di Moro era convincente e in sintonia con le richieste e i movimenti di rinnovamento espressi dalla società civile.
Ma, ben presto, a quella «strategia dell’attenzione» si contrappose «la strategia della tensione» e del terrorismo. Moro parlando della strage di Piazza Fontana e della strategia della tensione nel suo memoriale dalla prigionia rileva in primo luogo «responsabilità che si collocano fuori d’Italia» e ribadisce: « È mia convinzione però, anche se non posso portare il suffragio di alcuna prova, che l’interesse e l’intervento fossero più esteri che nazionali».
Quando avvenne il golpe militare fascista di Pinochet in Cile, l’11 settembre 1973, le forze politiche democratiche furono costrette a riflettere sui fattori internazionali, poiché risultava abbastanza evidente che gli Usa avevano avuto un ruolo decisivo per determinare il Golpe. La vittoria elettorale in Cile della coalizione di Unitad Popular, che aveva portato il socialista Salvator Allende alla presidenza della Repubblica, era stata salutata dal Pci con grande soddisfazione perché dava credibilità alla politica del Pci per un socialismo nuovo, in coerenza con la scelta della via democratica dettata dalla nostra Costituzione, al posto del modello rivoluzionario sovietico; all’epoca, il Pci aveva condannato l’intervento militare sovietico in Cecoslovacchia ed era impegnato a realizzare nuovi rapporti a livello internazionale.
Tra i documenti desegretati dagli archivi americani nel 2008, nel 35° anniversario del golpe militare del generale Pinochet, vi sono quelli risalenti al 1970, subito dopo la vittoria di Allende, che rivelano la posizione interventista di Kissinger e Nixon: «Non permetteremo che il Cile diventi una fogna», aveva detto Kissinger. La linea dura adottata da Nixon di fare intervenire subito la Cia venne suggerita da Kissinger, il quale sosteneva che il consolidamento del potere di Allende avrebbe avuto conseguenze negative sull’equilibrio mondiale e paventava, in particolare, l’influenza che l’esempio cileno avrebbe potuto avere in Italia.
Ben ricordo la seduta alla Camera dei Deputati del 26 settembre 1973 quando il ministro degli Esteri, Aldo Moro, venne in aula a rispondere alle interpellanze sul golpe militare in Cile. Una seduta storica per il Parlamento italiano. Capitava raramente che nel mio incarico di parlamentare dell’opposizione fossi convinto della bontà e dell’efficacia dell’operato del Governo, ma quel giorno mi trovai ad applaudire il il rappresentante del Governo e lo feci con sincera partecipazione, perché il ministro degli esteri Aldo Moro seppe interpretare i sentimenti di tutti gli italiani di spirito democratico. Moro espresse cordoglio per la tragica morte di Allende e rese onore alla sua nobile figura che aveva testimoniato con il sacrificio della vita la sua fede nella libertà e nel progresso del suo popolo. Moro condannò la sopraffazione della violenza e della forza militare, chiese il ripristino delle libertà e della legalità costituzionale in Cile. Diede conto della posizione italiana all’Onu, delle iniziative verso i paesi della Comunità europea, sollecitati dal nostro governo a una analoga presa di posizione, informò dell’operato delle nostre sedi diplomatiche e assicurò: «sarà fatto tutto quello che valga a riaffermare i principi della democrazia, a difendere i diritti umani».
Un discorso accorato in cui Moro si chiese: «Qual è il senso dello sviluppo storico, del quale siamo in qualche misura protagonisti, se non il portare nell’alveo della democrazia la rivendicazione sociale del nostro tempo, di rendere attuabile mediante il consenso e con la forza della legge e delle istituzioni la richiesta di giustizia e di partecipazione?». Proprio per rispondere a questa domanda Moro era indotto ad essere l’artefice di una politica di governo inclusiva delle forze democratiche di sinistra.
In quel discorso Moro accennò a «sinistri presagi»: era l’espressione di un presentimento perché si avvertiva che Moro mentre parlava del Cile pensava all’Italia ed era preoccupato per quello che poteva succedere nel nostro Paese.
Tutti gli interpellanti, soddisfatti delle dichiarazioni del ministro, rinunciarono alle repliche, ad eccezione del rappresentante del Msi, favorevole alla dittatura dei militari.
Anche Enrico Berlinguer rifletteva sui fatti del Cile ed elaborava la politica del compromesso storico, cioè la necessità di un accordo tra le forze politiche del paese per il pieno rispetto della legalità costituzionale e per appagare la richiesta di giustizia e di partecipazione.
Sono d’accordo su quanto ha detto il professore Bianco sulla posizione di Moro e il compromesso storico. Ricordo che nella stessa settimana in cui Moro parlava alla Camera dei Deputati, il settimanale del Pci “Rinascita”, pubblicava il primo dei tre articoli di riflessione di Berlinguer sui fatti cileni: era dedicato all’esame del quadro dei rapporti internazionali e poneva il problema di operare per il superamento della divisione del mondo in blocchi e zone di influenza, in modo di garantire il diritto di ogni paese alla propria indipendenza.
Nei successivi articoli Berlinguer dedicava la sua riflessione allo sviluppo della democrazia e alla violenza reazionaria e invitava a fare i conti con la storia italiana e con le forze storiche presenti nella scena del paese: di ispirazione socialista, cattolica o di altra ispirazione democratica e indicava nella loro capacità di unità i successi e l’efficacia della democrazia richiamando gli esempi della guerra di liberazione, della Costituzione, i momenti in cui il paese aveva rischiato avventure reazionarie come nel 1960 e nel 1964. Berlinguer ricordava anche la catena di provocazioni fasciste, iniziata nel 1969, con l’intento di creare il marasma per aprire la strada a soluzioni autoritarie e citava la risposta unitaria data dopo la strage di Piazza Fontana.
Il compromesso storico non era una forma di governo ma un sistema di rapporti politici. Berlinguer era ben consapevole che le contrapposizioni rigide tra partiti fanno gioco a chi rifiuta il dialogo, mentre il Pci si doveva confrontare con il mondo cattolico e con la Dc. Anche Moro si poneva il problema del confronto con il Pci e lo porrà a tutta la Dc. Ricordo di avere partecipato ad animate discussioni interne al partito e i chiarimenti del nostro segretario che parlava del compromesso storico come «dialogo costruttivo e intesa tra tutte le forze popolari senza che ciò significhi confusioni o rinuncia alle distinzioni, alle diversità ideali e politiche».
Dalla riflessione sui fatti del Cile Berlinguer traeva la convinzione dell’insufficienza dell’alternativa di sinistra e della necessità di proporre la politica dell’alternativa democratica. Per questo scriveva della necessita di «un determinato sistema di rapporti politici, tale che favorisca una convergenza e una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari fino alla realizzazione fra di esse di una alleanza politica. D’altronde, la contrapposizione e l’urto frontale tra i partiti che hanno una base nel popolo e dai quali masse importanti della popolazione si sentano rappresentate, conducono a una spaccatura, a una vera e propria scissione in due del paese, che sarebbe esiziale per la democrazia e travolgerebbe le basi stesse della sopravvivenza dello Stato democratico».
Se pensiamo alla situazione in cui oggi versano le nostre istituzioni democratiche le predisposizioni al confronto e al dialogo di Berlinguer e di Moro ci appaiono dettate da lungimirante e buona politica.
Berlinguer attribuiva un valore prioritario alla difesa della democrazia e alla applicazione dei principi della Costituzione anche all’interno di tutti gli apparati dello Stato. Ricordo che in breve tempo quella politica produsse effetti positivi nel Parlamento, richiamato a discutere di nuovi progetti di democratizzazione, e nel paese che vide avanzare il processo di unità sindacale e dove si formarono comitati unitari antifascisti.
Nel 1974 quando le trame nere sfociarono nelle stragi di Brescia (28 maggio) e del treno Italicus (4 agosto), la risposta democratica fu vigorosa, si espresse con manifestazioni di massa imponenti: le masse popolari non si piegarono al “morso della paura” perché avevano capito che la violenza reazionaria era stata scatenata «allo scopo di bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti» (come scriverà Moro nel suo memoriale). Così fallì quella fase della strategia della tensione.
Alla fine del 1974 si costituì il IV° governo Moro, il governo Moro – La Malfa e iniziò una stagione parlamentare in cui venivano superate pregiudiziali, il confronto avveniva sul merito dei problemi e, in molti casi, il contributo costruttivo delle proposte e degli emendamenti del Pci venne accolto anche dal governo, così vennero approvate importanti riforme, ricordate anche da Giovanni Moro nel suo libro “Anni settanta”.
La politica del compromesso storico dava i suoi risultati positivi e venne premiata nelle elezioni regionali e amministrative del 15 giugno 1975 che registrarono un consistente spostamento elettorale verso sinistra, soprattutto per la forte avanzata del Pci.
Ma quelle elezioni suscitarono allarme e preoccupazione particolarmente in Kissinger. Apprendiamo da un documento del Dipartimento di Stato americano, declassificato alcuni anni fa, che il 21 0ttobre 1975 Kissinger era in missione segreta a Pechino e nel corso di un colloquio con Deng Xao Ping, disse: «Noi siamo del tutto contrari a quello che in Italia si chiama compromesso storico e non diamo visti per gli Stati Uniti ai comunisti italiani. In realtà voi cinesi potreste esserci utili in Italia, almeno con alcuni socialisti». Sarebbe interessante sapere chi fossero “alcuni socialisti” per i quali Kissinger chiedeva aiuto ai cinesi!
Nel 1975 cambiò la strategia della loggia massonica P2, che dopo il fallimento dello stragismo e dei tentativi di golpe, ricorse a un progetto eversivo più subdolo, quello del cosiddetto “piano di rinascita” che organizzò l’infiltrazione all’interno delle istituzioni democratiche e degli apparati dello Stato, conquistò il controllo delle banche e dei principali mezzi di informazione e usò la corruzione come una delle armi principali per raggiungere i propri obiettivi. Al posto del terrorismo delle bombe, che provocano vittime indifferenziate, subentra il terrorismo selettivo e in prevalenza di colore rosso e funzionale per stabilizzare a destra la situazione politica,.
Le Br scelsero la Dc quale principale nemico da colpire. Il fatto strano è che ad essere particolarmente insoddisfatto della Democrazia Cristiana italiana era l’autorevole segretario di Stato americano Henry Kissinger e anche consigliere alla Sicurezza del presidente degli Usa, Ford.
Tra i documenti, prima sottoposti a vincolo di segretezza poi declassificati dall’Amministrazione americana, vi è anche un interessante verbale: il 12 dicembre 1975 Kissinger tiene una riunione segreta nell’abitazione dell’ambasciatore degli Usa a Bruxelles con i ministri degli esteri di Gran Bretagna, Germania e Francia. Pur discutendosi di problemi riguardanti l’Europa e direttamente l’Italia il nostro ministro degli esteri, il democratico cristiano Rumor, non è stato invitato. A conclusione del verbale è scritto:
«Kissinger: Lasciatemi dire due parole sull’Italia. Da mesi facciamo la predica alla Democrazia Cristiana sui pericoli del “compromesso storico” e la necessità di riforme. Ma non ho notato alcun cambiamento nel loro atteggiamento e nessun effetto concreto. Se qualcuno dei miei colleghi ha qualche idea, potremmo coordinare. De Martino sta venendo negli Stati Uniti, ma non ha senso predicare perché cooperino se la Democrazia Cristiana è un cadavere. Non abbiamo più idee. Ci sono tanti progetti, ma nessuno che li implementi. Dobbiamo parlarne di nuovo. Il secondo punto è, che noi quattro dovremmo trovare una scusa per incontrarci di nuovo prima della prossima riunione della NATO».
L’ avvicinarsi delle elezioni politiche in Italia indusse Kissinger a ribadire la propria avversione alla politica dell’eurocomunismo e dichiarò che se i comunisti fossero arrivati al governo in un paese d’Europa, la conseguenza inevitabile sarebbe stata l’indebolimento o addirittura la fine della Nato, dichiarazione che incrementò il reclutamento di alti ufficiali militari iscritti alla P2.
Intanto il comando delle Br era passato nelle mani di Moretti che, in contatto con i suoi amici del “Superclan” rifugiati a Parigi, dovrà guidare la fase sanguinaria dell’organizzazione e, nell’autunno 1975, era già sceso a Roma per affittare, nelle vicinanze dell’abitazione di Aldo Moro, l’appartamento di via Gradoli 96, che servirà da base per la preparazione e l’esecuzione del sequestro. L’8 giugno 1976, nel pieno della campagna elettorale, le Br irruppero sulla scena politica uccidendo il procuratore generale della Repubblica di Genova, Francesco Coco e i due carabinieri di scorta.
Le elezioni politiche del 20 giugno 1976 confermarono l’avanzata del Pci e anche la Dc registrò un successo, seppure a scapito dei suoi alleati laici di governo. Moro commentò: «I vincitori sono stati due e due vincitori in una sola battaglia creano certamente dei problemi». Benché la Dc fosse riuscita a conservare il suo storico primato di maggioranza relativa, non era più «in condizione di aggregare una maggioranza politica in senso tradizionale», cioè di dare vita a un governo senza una intesa anche con il Pci. A quel punto, Moro teorizzò la necessità, per la Dc, di avviare un nuovo corso politico: «Credo di avere detto io per la prima volta, parlando a Mantova (e non me ne pento, perché credo che quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta: la verità è sempre illuminante, ci aiuta ad essere coraggiosi), che noi siamo in condizione di paralizzare, in qualche modo, il Partito comunista, e il Partito comunista è a sua volta in grado di paralizzare, in qualche misura, la Democrazia cristiana [...]. Noi dobbiamo, con un atto di coraggio, sfuggire alla logica di un condizionamento opprimente e paralizzante, per fare — come abbiamo cercato di fare — qualche cosa di costruttivo». Nacque così un governo di solidarietà nazionale, un monocolore dc, che si reggeva per la non sfiducia.
Successivamente le cronache registrarono una preoccupante crescita degli episodi di provocazione, violenza e terrorismo. Ad esempio: l’11 marzo 1977, a Bologna, durante incidenti provocati da studenti dell’autonomia insieme a extraparlamentari di sinistra contro studenti di Comunione e Liberazione, un carabiniere sparò e uccise un giovane studente, Francesco Lorusso di Lotta Continua; l’indomani si svolsero manifestazioni di protesta in molte città d’Italia; a Torino le Br uccisero il brigadiere di P.S. Giuseppe Ciotta. Sempre il 12 marzo, a Roma, venne uccisa la studentessa Giorgiana Masi, durante una manifestazione indetta dal Partito radicale contro la quale intervennero agenti provocatori armati in abito borghese, appartenenti alla polizia.
Il 14 marzo 1977, Andreotti annotò: «Moro mi viene a vedere dopo avere parlato con Zaccagnini. È molto preoccupato che agenti stranieri — di segno contrapposto, ma uniti dallo stesso fine di bloccare l’eurocomunismo — possano essere in azione per mandare all’aria l’equilibrio italiano. Non ha elementi, ma solo sensazioni che lo inquietano molto».
Alla testimonianza di Andreotti si aggiungerà quella dell’on. Giovanni Galloni: «Moro mi disse e le cose mi sono rimaste scolpite nella mente: “La cosa che mi preoccupa è che io ho elementi per pensare che i servizi segreti americani e israeliani abbiano elementi sulle Brigate rosse che ci sarebbero utili per le nostre indagini, ma non ce li hanno detti nonostante il vincolo di amicizia che in fondo questi paesi dovrebbero avere nei confronti del nostro”». I timori di Moro risulteranno più che fondati. Come testimonierà il brigatista Alfredo Bonavita, ad esempio, emissari dei servizi segreti israeliani offrirono alle Br collaborazione (armi, denaro, informazioni e possibilità di addestramento) in cambio dell’intensificazione delle azioni militari brigatiste in Italia.
Il 2 dicembre 1977 si svolse a Roma la manifestazione nazionale dei metalmeccanici della FIOM, FIMCISL, UILM con grande partecipazione e un forte malumore per la mancata attuazione del programma concordato per il governo della non sfiducia.
Pochi giorni dopo iniziò la discussione sull’allargamento della maggioranza al Pci e praticamente si aprì la crisi di governo.
Dall’ambasciata americana a Roma partirono per Washington preoccupati rapporti sulla situazione legata alla partecipazione del Pci al governo.
Il 12 gennaio il Dipartimento di Stato, in un comunicato, ammonì che «l’atteggiamento del governo statunitense nei confronti dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso quello italiano, non è in alcun modo mutato», concludendo: «I leader democratici devono dimostrare fermezza nel resistere alla tentazione di trovare soluzioni tra le forze non democratiche».
Così si ripeteva l’abitudine di Kissinger di interferire nella situazione interna anche dei paesi amici.
La linea di “non interferenza e non indifferenza” della diplomazia dell’amministrazione Carter verso l’Italia, si dimostrava una pura finzione. A contrastare il Pci e l’eurocomunismo non erano solo gli Stati Uniti. Bastava guardare la prima pagina del “Corriere della sera” dello stesso 12 gennaio, dove comparivano due significativi articoli dei corrispondenti in Usa e Urss intitolati rispettivamente: «Conclave a Washington sul “caso Italia”» e «Mosca minaccia di rompere con l’eurocomunismo». Secondo il quotidiano, alla Casa Bianca il Presidente Carter aveva ripetuti colloqui con l’ambasciatore in Italia Richard Gardner (richiamato per consultazioni), mentre al Dipartimento di Stato era in corso una lunga riunione di alti funzionari governativi per esaminare «i vari aspetti del “caso Italia”. L’amministrazione americana ribadiva la ferma chiusura ai “nuovi equilibri” italiani: «i comunisti non partecipino a governi in Europa occidentale» e quale monito veniva precisato che l’ambasciatore Gardner «ha voluto aggiungere l’esame dei problemi economici al dipartimento del Tesoro e dei problemi militari dell’alleanza al Pentagono».
Il corrispondente da Mosca del “Corriere” scriveva a sua volta: «Secca come una fucilata è partita dal Cremlino la minaccia di rottura con gli eurocomunisti», riferendo di una lunga «requisitoria contro i principi fondamentali dell’eurocomunismo» pubblicata dall’organo del Pcus “Tempi Nuovi”.
Il 16 gennaio il governo della “non sfiducia” si dimise, e il 19 gennaio Andreotti – leader della destra Dc – ricevette l’incarico di formare un nuovo esecutivo sostenuto dal voto favorevole del Pci.
Riporto quanto ho trovato scritto in un documento declassificato dal Foreign Office, il ministero degli esteri inglese, è il telegramma n. 140, spedito a Londra dall’ambasciata britannica a Washington: “dichiarazione americana sulla situazione politica italiana”, 23 gennaio 1978, segreto: “Al Dipartimento di Stato non ci si illude sull’efficacia della dichiarazione [del 12 gennaio].[…] Ma il problema rimane. Che cosa può effettivamente fare l’amministrazione Carter per aiutare Andreotti? Molto poco. […] Almeno per ora, sembra sia da escludere anche un’operazione segreta” [striscia nera a nascondere due righe del testo in inglese]. Ma qual’era l’ “operazione segreta”? Perché usare il nero della censura per nascondere la verità su fatti collegabili con il caso Moro e ancora dopo oltre trent’anni dai fatti stessi?
Il 31 gennaio 1978 il ministro dell’Interno Cossiga decretò lo scioglimento del Servizio di sicurezza, cioè l’antiterrorismo (proprio nel momento meno opportuno data la crescente aggressività del terrorismo) e istituì un nuovo organismo, l’Ucigos, affidandone la direzione all’amico questore di Sassari Antonio Fariello.
Si trattò di una misura strutturale di smobilitazione in un settore che richiedeva invece massima efficienza. Va notato che durante la crisi di governo i suoi componenti possono esercitare solo i poteri dell’ordinaria amministrazione.
Nel frattempo vennero nominati i nuovi capi dei servizi segreti che risulteranno iscritti alla loggia massonica P2.
Durante la crisi del governo si verificava un agire parallelo: da un lato Moro, in contrasto con il Dipartimento di Stato americano e la dirigenza sovietica, si prodigava per persuadere i recalcitranti del suo partito all’accordo con il Pci, dall’altro uomini di governo come Andreotti e Cossiga, adottavano provvedimenti che in effetti indebolivano le strutture di sicurezza dello Stato a fronte dei terroristi che stavano preparando la strage di via Fani e il sequestro dell’on. Moro.
Il 27 e 28 febbraio, si riunì l’assemblea dei gruppi parlamentari della Dc dove si svolse un animato dibattito che registrò 120 interventi e un discorso di Moro che si dimostrò convincente poiché l’assemblea decise di dare vita a una nuova maggioranza parlamentare programmatica con la partecipazione anche del Pci.
Il 16 marzo 1978 Alle ore 10,45 (9,45 di Londra) l’ambasciatore britannico a Roma Alan Campbell inviò al Foreign Office con il titolo: “Rapimento di Aldo Moro” un telegramma riservato. «Il presidente della Dc Aldo Moro è stato rapito in Roma alle ore 8,15 (ora di Greenvitch ndr) di questa mattina mentre si dirigeva in automobile al suo ufficio. Quattro membri della sua scorta sono rimasti uccisi, un quarto versa in gravi condizioni. Le cosiddette “Brigate Rosse” si sono assunte la responsabilità del rapimento. […]. (Documento KG E-27 declassificato nel gennaio del 2009).
E’ strano che l’ambasciatore britannico a Roma, che disponeva della collaborazione di qualificati esperti dell’Intelligence Service, usasse l’espressione cosiddette “Brigate Rosse”.
I sostenitori della tesi che nel caso Moro tutto è chiaro e non esiste alcun mistero, sono stati smentiti da Ferdinando Imposimato, già giudice istruttore nei primi processi Moro, autore del libro intervista a Sandro Provvisionato “Doveva morire”; ultimamente sono stati smentiti anche da Rosario Priore, ex giudice istruttore in quasi tutti i numerosi processi del caso Moro e che davanti alla Commissione stragi rivelò che nel febbraio 1978, a Parigi, uomini del servizio segreto francese sapevano che in Italia si stava preparando il sequestro di un importante uomo politico. Nel libro “Intrigo internazionale” rispondendo a una domanda del giornalista Fasanella sul perché il governo italiano si oppose alla trattativa con le Br per salvare Moro ha dichiarato: «Da un lato era necessario affermare un principio di intransigenza che era stato deciso in sede europea … nel 1977 che aveva già ispirato l’atteggiamento del governo tedesco durante il sequestro Schleyer. Dall’altro come emerge da un importante documento segreto dei servizi tedeschi, pubblicato nel 2009 da Panorama, il governo italiano venne quasi subito esautorato da ogni potere nella gestione del sequestro, perché il caso era stato avocato a sé dalla rete Gladio della Nato. Rete che in quel momento era gestita da un “direttorio” composto da Germania Federale, Francia e Gran Bretagna.” Priore ha confermato che la Gladio ha avuto un ruolo durante il sequestro di Moro. Un interrogativo sulla presenza di Gladio era stato posto quando le indagini appurarono che il colonnello Guglielmi del servizio segreto militare, istruttore alla base di Gladio a Capo Marrargiu, dove la sua specialità era quella di addestrare alle tecniche dell’imboscata, si trovava al momento della sparatoria e del rapimento di Moro vicino al luogo della strage.
Questa coincidenza si accompagna a tante altre coincidenze come quella della presenza, dimostrata da perizie balistiche e da un testimone oculare, di un tiratore ben addestrato anche al fuoco incrociato, rimasto sconosciuto, che in via Fani ha compiuto la maggior parte dell’eccidio usando un’arma mai individuata.
Solo dopo oltre 30 anni, l’ex giudice istruttire Priore fornisce elementi che possono spiegare, ma non giustificare, la scomparsa dei verbali del Comitato Interministeriale della sicurezza e dei comitati costituiti al Viminale, incaricati di gestire la crisi durante i giorni del sequestro. Anche gli ultimi contributi di ricerca sul caso Moro hanno confermato l’esistenza di buchi neri nella gestione del caso Moro, compresa la decisione di accentrare le indagini al Viminale, esautorando la magistratura e costringendola a rimorchio del potere esecutivo, in violazione della Costituzione e dell’autonomia del potere giudiziario.

*Politico e saggista, fondatore dell’ “Archivio storico Flamigni”

(Testo inedito dell’intervento programmato tenuto al Convegno nazionale di studi su “Solidarietà nazionale e democrazia compiuta in Aldo Moro”, organizzato dall’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”, svoltosi a Civita Castellana il 15 ottobre 2010, in corso di pubblicazione negli Atti del Convegno)

2 commenti per : Solidarietà nazionale, compromesso storico e strategia della tensione

  • GIACOMO SIGNORINI

    non del tutto nuovo, ma sempre molto interessante ed utile.
    il finale mi sembra però troncato: il testo dell’intervento
    è completo, o bisogna cercarlo negli Atti?
    sono stati pubblicati?
    grazie

    • Giovanni Bianco

      Il testo dell’interessate intervento di Flamigni è stato pubblicato integralmente, gli atti del Convegno non sono stati ancora pubblicati.

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