16 settembre 2011, Politica e società

Senza governo

decreto abracadabradi Claudio Sardo

Un governo impreparato a tutto, per di più attraversato da forti conflitti interni, sta conducendo la nave Italia nella tempesta finanziaria. Pensavamo di aver toccato il fondo l’altra sera, quando Berlusconi e i suoi ministri si sono schierati al tavolo di fronte ai rappresentanti delle parti sociali. Allora anziché annunciare le misure anti-crisi, o delineare una plausibile strategia, o quantomeno riferire le disposizioni pervenute per lettera dalla Bce, hanno pronunciato parole confuse e generiche. Come se non ci fosse fretta. Come se i tempi della reazione potessero sopportare i rifiuti di Bossi, le riserve personali del premier, la sfiducia di parte del Pdl verso Tremonti, i dubbi sempre più diffusi sul destino della legislatura. Ieri invece il superministro dell’Economia è andato oltre nel paludoso scenario della politica nostrana. Alle commissioni parlamentari riunite ha detto – questo sì – qualcosa di più rispetto al giorno precedente. Ha persino messo in fila una serie di disparati interventi, che il governo sta vagliando in queste ore per tagliare il deficit, o ridurre il debito, o aumentare la competitività. Ma intanto ad aumentare è stata solo la confusione. E la sfiducia verso l’esecutivo. Come dimostrano le reazioni delle opposizioni, di tutte le forze sociali e di parti non marginali della stessa maggioranza.
Tra stasera e domattina il consiglio dei ministri dovrà varare il primo decreto, destinato a raddoppiare il peso della manovra di bilancio da poco approvata in Parlamento. Se l’impronta resterà la stessa di allora, con i sacrifici a carico delle famiglie, dei ceti medi e dei settori più deboli della società, la sostenibilità è semplicemente impossibile. E la spirale della recessione diventerà una condanna. Il ministro dell’Economia è sembrato persino esserne consapevole. Tuttavia i suoi sondaggi su terreni inediti hanno trasmesso, anziché una propensione al dialogo, un senso di smarrimento. Cosa c’entra la riforma della Costituzione con i 20 miliardi di tagli che il governo deve approntare subito? Cosa c’entra la discutibile riforma dell’articolo 81 con la grottesca pretesa di modificare anche l’articolo 41? Perché accennare alla libertà di licenziamento o al taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici, per poi dire che il governo non è d’accordo? Perché introdurre nel confronto già così drammatico l’ipotesi della soppressione delle festività del 25 aprile o del 1° maggio?
Le domande potrebbero continuare. Tremonti ha accolto la proposta del Pd sulla tassazione delle rendite finanziarie. In sede di replica, però, ha smentito ogni diplomazia distribuendo risposte stizzite a Bersani come a Bossi e Casini.
Si può andare avanti così? Può un governo in queste condizioni affrontare da solo l’emergenza? Ha una maggioranza numerica, non vuole l’aiuto delle opposizioni (come rivendicato da Tremonti), ma oggettivamente non ha la forza per guidare l’impresa. Al Pd e al centrosinistra si chiede da più parti senso di responsabilità e patriottismo. Richiesta giusta. A cui non può non corrispondere un comportamento adeguato all’emergenza.
Ma la responsabilità che manca è soprattutto quella del governo. Se avesse la credibilità necessaria, non ci avrebbe condotto fin qui. La crisi è certamente mondiale, tuttavia l’Italia è finita nell’occhio del ciclone anche perché il governo Berlusconi-Tremonti ha sbagliato molto, disarmando le politiche di crescita e scaricando furbescamente sul futuro governo quel risanemento dei conti di cui si era fatto vanto in Europa. Peraltro si tratta di un esecutivo molto indebolito (da contrasti politici, da sconfitte elettorali, da una coalizione parlamentare che si regge su transfughi e su un premio di maggioranza che non ha uguali in Occidente). È il patriottismo di Berlusconi ciò che manca di più.
Se intende andare avanti da solo, anziché favorire una comune assunzione di responsabilità di tutte le forze nazionali, sarà lui a scegliere la strada del conflitto politico. All’opposizione si può chiedere di tutelare l’interesse nazionale, non di rinunciare a costruire l’alternativa. Perché questa sì sarebbe una grave omissione democratica e un cedimento alle pressioni di chi non smette di lavorare per soluzioni oligarchiche.
L’impressione è che Berlusconi imboccherà questa strada solo per egoismo, per guadagnare tempo subordinando gli interessi del Paese ai suoi. Se questa sarà la scelta, c’è almeno da augurarsi che il governo rispetti quella solidarietà, quel patto tra le forze sociali, che costitusce oggi il solo appiglio nella tempesta. Guai se dovessero prevalere ancora nell’esecutivo le forze che hanno fatto della divisione sindacale, con l’emarginazione della Cgil, la loro filosofia. La falla stavolta lascerebbe l’Italia senza energie vitali. Non ci vuole molto per far saltare il tavolo: basta forzare sull’articolo 18, intervenendo per decreto anziché affidare all’autonomia delle parti il negoziato sull’aumento di competitività. E ci sono ministri animati da sacro furore ideologico. Se Berlusconi decidesse di sommare la linea della divisione politica a quella della frattura sociale, sarebbe la fine della coesione. Dunque, il disastro.

(“L’Unità”, 12 agosto 2011)

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