19 marzo 2010, In evidenza - Politica e società

Se questo è un Paese normale

di Giovanni Bianco

A quale Paese democratico maturo è mai comparabile il nostro, con un Premier che indice una manifestazione contro la magistratura che compie il suo dovere e contro le regole, previste da norme giuridiche, sulla presentazione di liste elettorali? Che senso dello Stato e che rispetto della legalità è mai questo? Che significato inquietante assume la protesta di piazza di sabato della destra al potere?
Il nostro è un Paese anomalo, lo si scrive da tempo, nel quale chi governa ricorre alle folle perchè non ha rispettato le leggi ed i supremi poteri dello Stato, si fa portatore di istanze protestatarie sprovviste di spessore politico, difende leggi “ad personam” ed ha una concezione “privatistica” delle istituzioni.
Le scorribande del Capo somigliano sempre più ad una sorta di “antipolitica” irosa e ringhiante, livida e irritata, più che ad una politica progettuale e strategica, nella quale il risentimento per chi si sforza di difendere la legalità prevale sulla preoccupazione per la recessione economica o la grave involuzione del sistema democratico.

Si cercano, come già scritto, motivate analogie storiche, anche con fasi torbide e convulse della storia patria del novecento.
Emerge, ad esempio, un ragionato richiamo del “diciannovismo”, cioè dei fenomeni politico-sociali che connotarono l’Italia dopo la prima guerra mondiale, a partire dal ’19; una messa in evidenza dei punti di contatto tra questi ultimi, turbolenti e contraddittori, prodromici al regime dittatoriale e reazionario fascista, ed il presente storico .
L’analogia è una fonte della “comprensione storica”, come sostenne in un bel saggio Luciano Canfora (“Analogia e storia”, Milano, 1982), una “comprensione come rivivimento” che genera una “narrazione orientata”, pure “nel senso della necessità di affermare il primato del presente sul passato” attraverso il richiamo di “fatti-archetipi”.

Tuttavia, il ricorso alle “potenzialità esplicative e diagnostiche” di essa non deve tralasciare gli elementi di differenza tra l’oggi ed i fatti e le circostanze passate richiamate.
Ho avuto modo di sostenere che il vento conservatore e populistico, con folate reazionarie, non riesce e non può travolgere i congegni di garanzia e le strutture dello Stato pluralistico.
Questo è fuori discussione. Altra era la storia e la natura del fragile Stato elitario liberale, rispetto al quale le masse furono per lungo tempo estranee, prive del diritto di voto e dei fondamentali diritti sociali.
Ciononostante, il richiamo retorico e carismatico al popolo, il ricorso a proteste di piazza (per fortuna non “marce”) dai toni esacerbati, non può non far riflettere, specie se chi dovrebbe difendere le istituzioni democratiche le macchia di schizzi di fango, che producono crepe vistose e lesioni, scosse a ripetizione che non possono non allertarci.

Taluni, inoltre, hanno parlato di “horror vacui”, che significa che in politica un “vuoto di decisione” ,o uno smottamento del sistema democratico verso l’ingovernabilità e l’anarchia,fa sorgere paura e reazioni che possono facilmente diventare di segno autoritario e populistico.
Nel caso del nostro Paese è fuor di dubbio che questo rischio sussiste, ma ritengo che il problema precipuo sia un altro.
E’ il suaccennato “rifiuto delle regole” e di elusione di esse da parte di chi è maggioranza. Rifiuto per una cattiva e malsana idea del potere politico decisivo, che si può espandere a macchia d’olio e diventare un erroneo convincimento diffuso, così alterando il fisiologico rapporto tra “Paese legale” e “Paese reale”.
Insomma, la questione prima non è un’assenza di decisione o un’anomia devastante, ma il disprezzo delle leggi e di chi è tenuto ad applicarle.

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