1 agosto 2012, Cultura - In evidenza - Politica e società

Se la violenza è di Stato

di Alessio Postiglione

La qualità democratica di un sistema politico è data soprattutto dai limiti all’esercizio della “violenza legittima”, come la definiva Max Weber, attraverso cui lo stato esercita la sovranità. Il processo relativo al caso di Federico Aldrovandi, da poco conclusosi con una sentenza di condanna per quattro poliziotti, ci interroga sullo stato di salute democratica del nostro Paese. In Italia, prevale o no la violenza legittima? Fra presunte trattative statomafia e stragi di stato, è indubbio che non ce la passiamo molto bene. La sensazione è che la violenza illegittima di stato sia per noi una patologia recidiva dalla quale non riusciamo a guarire. Per curarci, avremmo bisogno di individuare la malattia con franchezza, di parlarne e capire cosa la generi. Operano, invece, pericolosi meccanismi di rimozione psicanalitica. Lo dimostrano gli insabbiamenti e le reticenze che hanno riguardato il caso Aldrovandi, per i quali c’è un processo in corso. Il silenzio, infatti, è l’epifenomeno della negazione che ci accompagna oggi come all’epoca della mattanza alla caserma di Bolzaneto o della morte di Stefano Cucchi.
Facciamo finta che la violenza di stato non esista e, infine, trasformiamo la vittima in carnefice. La ricerca del capro espiatorio prende la forma dell’ingiuria «Federico se l’è cercata», utilizzata per dipingere Aldrovandi come un drogato pericoloso, come se questo potesse giustificare i suoi aguzzini. Si tratta della stessa delazione che toccava alle donne vittime di violenza carnale, quando un’intera società fingeva di non vedere i guasti di un sistema di valori basato sulla sopraffazione delle donne. Di fronte alle verità scomode, s’invoca un rassicurante oblio.
In realtà, ogni qual volta trapeli un caso di violenza di stato, deflagra muta la psicosi collettiva. Una logica che, nei casi più gravi, prende anche la solenne forma del segreto di stato. Mentre la politica, come nel caso del G8 di Genova, si divide fra una certa destra, i difensori d’ufficio per la quale polizia o militari hanno sempre ragione, e una certa sinistra, che crede che le forze dell’ordine siano tutte ontologicamente fasciste. Evidentemente, le riflessioni di Pasolini sugli scontri di Valle Giulia non hanno avuto molti lettori. La verità è che la violenza è una categoria attraverso cui si è costruito lo stato nella modernità. Violenza verso l’interno, per garantire la pace e la sicurezza, e verso l’esterno, per assicurare la prosperità, allorquando la minaccia all’uso della guerra rappresentava il perseguimento della politica con altri mezzi: warfare e welfare .
Allo stato contemporaneo, invece, mancano gli anticorpi per proteggersi dall’abuso della coercizione perché la violenza è stata espunta da ogni narrazione pubblica. Il controllo sociale viene esercitato con avveniristiche tecniche di biopotere, con strumenti disciplinari e non con la spada del Leviatano: non si fanno guerre, ma missioni umanitarie; non si giustiziano i colpevoli, ma si rieducano.
Lo stato, in definitiva, vive un paradosso. Ha costruito democrazia e pace sociale attraverso il ricorso alla violenza legittima, ma quella stessa violenza può degenerare in qualsiasi momento, facendoci regredire verso lo stato di polizia. Mentre l’orizzonte cui tendono le democrazie occidentali è quello dello Stato disciplinare e tecnocratico. Illuminante, a tal proposito, è il caso di Philip Zimbardo che nel 1971 fece un esperimento “carcerario” nell’Università di Stanford. Il professore divise una platea di studenti provenienti da classi sociali colte e agiate in due gruppi: le guardie penitenziarie e i detenuti. Il sistema di valore di riferimento si basava su disciplina, obbedienza, routinizzazione dei comportamenti, de-individualizzazione. Dopo poco, le guardie si lasciarono andare ad azioni violente e sadiche verso gli altri studenti che recitavano il ruolo dei prigionieri. Lo studio di Zimbardo dimostrava, per dirla con Hannah Arendt, «la banalità del male». Quella cultura militar-burocratica che ha costruito lo Stato di diritto è essa stessa criminogena.
I carnefici di Federico e i marines di Guantanamo che umiliavano i prigionieri di guerra sono tutti frutti dello stesso sistema. In conclusione, allora, ritornando al caso Aldrovandi, proprio perché la violenza dello stato può diventare illegittima e cieca in modo banale, sarebbe opportuno che i colpevoli fossero puniti con la massima severità. La soglia di ciò che definiamo violenza legittima deve essere molto alta.
Alla fine, gli aguzzini di Federico, benché condannati, non andranno in prigione grazie all’indulto. Il minimo che potremmo aspettarci, allora, è che i colpevoli vengano interdetti dalla polizia.

(“Europa Quotidiano”, 28 giugno 2012)

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