18 marzo 2011, Cultura - Politica e società

Se la data fa politica

Giuseppe Garibaldidi Massimo L. Salvadori

Presentando una bella ricerca da lui curata e pubblicata dalla Laterza in due volumi nel 1997 su “I luoghi della memoria ovvero personaggi, date, strutture ed eventi dell´Italia unita”, Mario Isnenghi iniziava scrivendo parole ironiche nella forma ma quanto mai serie nella sostanza. «Avete presente – una volta si chiamava tapis roulant – il nastro trasportatore dei bagagli all´aeroporto? Mi figuro il viaggio delle memorie molto simile a quello. Proprio come valigie e borse, le memorie di un popolo vengono caricate dagli addetti, messe in movimento e poi spariscono per tunnel misteriosi, ricompaiono, compiono tratti diritti, traiettorie e curve visibili o segrete…». Isnenghi aggiunge che «non c´è memoria senza oblio» e che «la cifra della memoria non è solo l´idillio. Un Paese vive anche delle sue lacerazioni».
Queste osservazioni costituiscono una premessa puntuale e stimolante al ragionare oggi sulla prossima ricorrenza del Centocinquantesimo dell´unità d´Italia e sull´andare e venire dello spirito con cui in un paese si considerano alternativamente e diversamente date ed eventi importanti della sua storia: che gli uni vogliono al centro della memoria collettiva e gli altri mal sopportano o addirittura non sopportano affatto. In effetti la celebrazione ufficiale, la sottocelebrazione, la non celebrazione di un evento di grande rilievo politico riflettono un´unità di intenti oppure la sua mancanza.
Avviene che a seconda degli orientamenti prevalenti una data venga prima indicata come degna della venerazione nazionale e in seguito cancellata come inopportuna e da sostituirsi con un´altra di opposto significato. Un esempio. Il 15 ottobre 1930 il consiglio dei ministri decise di cancellare la festività del 20 settembre che celebrava la presa di Porta Pia e la fine del potere temporale dei papi, sostituendola con quella dell´11 febbraio intesa a glorificare la firma dei Patti lateranensi e la conciliazione dello Stato con la Chiesa cattolica.
Ora, qual è la volontà delle istituzioni, a partire dal governo, di ricordare degnamente il 17 marzo 1861? Certo, una macchina delle celebrazioni è stata messa in moto, ma essa è già andata incontro a vari infortuni. Il Presidente della Repubblica non manca di sottolineare la solennità della data ed esorta le parti politiche e gli italiani a raccogliersi intorno ad essa con sentimenti di concordia; ma la Confindustria non desidera che si perda una giornata di lavoro e il ministro della pubblica istruzione ritiene inopportuna una vacanza degli scolari. Della Lega inutile parlare, poiché per essa il 17 marzo è piuttosto un motivo di lutto; e il ministro degli Interni dichiara che quel giorno sarà al suo tavolo di lavoro come ogni giorno.
Naturalmente, il problema vero non è se la celebrazione dell´unità debba essere accompagnata o no da un giorno di assenza dalle attività lavorative e scolastiche, che pure non sembrerebbe improprio. Il problema vero è lo stato dello spirito nazionale, che non è in buona salute: per le vicende del Presidente del Consiglio, i rapporti tra gli schieramenti politici, l´influenza che la Lega esercita sull´intero governo e sulla maggioranza parlamentare, le lacerazioni interne al popolo italiano. Giorno di vacanza o no, il 17 marzo potrebbe essere l´occasione per una riflessione seria e intelligentemente critica sul cammino percorso dalla nazione. Di questo, purtroppo, non sembra vi siano confortanti avvisaglie.

(“La Repubblica”, 17.02.11 pag.55)

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