15 giugno 2016, Politica e società

Se c’entra la fede

di Raniero La Valle

Il primo valore che è messo in gioco dallo scontro costituzionale in corso è quello dell’unità. La Costituzione è l’unica cosa che ci unisce in questo Paese, in un momento in cui la divisione sta facendo a brandelli la società. Abbiamo un’Europa divisa che innalza muri e spara sui profughi; abbiamo una società italiana divisa tra occupati e disoccupati, giovani e anziani; abbiamo l’aumento del numero dei poveri, mentre la società si disgrega; stiamo rischiando di affrontare una guerra, mentre già partono i droni da Sigonella per bombardare la Libia e siamo continuamente avvisati che, da un momento all’altro, se ci sarà un certo sviluppo politico in Libia, finalmente potremo andare lì a guidare un’azione armata. Siamo quindi in un momento di grave tensione e grave divisione per il Paese, e proprio in questo momento ci si toglie anche la Costituzione, l’unica cosa che veramente ancora ci tiene insieme e ci unisce. Io penso che questo sia un elemento importante da valutare nei prossimi mesi, perché, a parte il merito delle questioni riguardo alla qualità della nuova Costituzione, c’è anche il fatto che ci attende un periodo di gravissima lacerazione nell’elettorato italiano: di certo infatti non si possono illudere che il referendum sia una cosa asettica, indolore, come cercano di presentarlo; sarà invece uno scontro molto duro, in cui ci saranno dei conflitti di fondo sulle ragioni della politica, sulla società, sul diritto; e io mi domando se veramente era questo il momento di sottoporre il Paese alla prova di una divisione di questa portata.

C’è poi un’altra questione generale sollevata per criticare la nostra iniziativa: che cosa c’entrano i cattolici, è stato detto, con questa battaglia per la Costituzione e con questo No nel referendum costituzionale? Nel corso di questa conferenza stampa sono già state spiegate da Anna Falcone, da Alex Zanotelli, da Domenico Gallo, da Luca Kocci le ragioni per cui i cattolici c’entrano. Però io vorrei aggiungere qualcosa, perché questa è l’obiezione più radicale che ci viene fatta, ed io credo che il tema vada tenuto aperto. L’unica critica formale finora mossa al nostro documento è stata quella dell’Unità, che ha intitolato la sua polemica contro i “Cattolici del NO”, affidata al prof. Salvatore Curreri (3 marzo 2016), “Quando la riforma è questione di fede”. Pertanto l’Unità ha preso come elemento centrale della propria confutazione alla nostra iniziativa il fatto che noi ci riferissimo anche alla fede per condurre una battaglia politica, costituzionale; che rivendicassimo il diritto a prendere posizione anche come cristiani in questo frangente. Perciò io vorrei esprimere qualche considerazione per legittimare la nostra scelta. Infatti qui si tratta non solo di spiegare le ragioni della nostra opposizione al rovesciamento costituzionale, come si è fatto molto bene fin qui, ma anche di rivendicare la legittimità del soggetto che parla: qui ci sono credenti e non credenti, ma nella misura in cui ci siano dei credenti che come tali invocano la propria identità e come tali difendono la Costituzione e il suo valore permanente, la legittimità di questa scelta va rivendicata, perché altrimenti viene meno la ragione stessa della nostra iniziativa.

NON A NOME DI TUTTI I CATTOLICI, NON DELLA CHIESA

La prima cosa da evidenziare in proposito è che i promotori di questo appello non pretendono certamente di parlare a nome di tutti i cattolici; si tratta di una parte di cattolici che hanno fatto una scelta e pensano di doverla sostenere, ma non per questo ritengono che tutti i cattolici, per coerenza con la loro fede, dovrebbero assumere la stessa posizione, quella del No nel referendum. Non è affatto questa la tesi del documento: noi non diciamo che i cattolici, se veramente sono credenti, devono votare No; noi siamo perfettamente consapevoli che c’è una pluralità di scelte e, come c’è tra i cittadini, c’è anche tra i cittadini cristiani, e questa è una delle grandi acquisizioni del Concilio Vaticano II, che aveva appunto stabilito, dopo la stagione dell’“unità politica dei cattolici”, la legittimità per i cristiani di fare delle opzioni, delle scelte, assumendo posizioni anche diverse da quelle di altri fratelli di fede.

In secondo luogo, come anche dice il Concilio, quei cristiani, quei credenti che così vogliono esprimersi e condurranno la battaglia per il No nel referendum, lo fanno con responsabilità propria, non intendendo affatto rivendicare a proprio favore l’autorità della Chiesa. Se poi in questo popolo di credenti, per difendere la Costituzione, ci sono dei vescovi, ex vescovi, sacerdoti, missionari e profeti, sarà a titolo di cristiani, non certamente a titolo di rappresentanti dell’istituzione ecclesiastica.

FEDE E POLITICA, FEDE E COSTITUZIONE

Chiariti questi due punti, resta la questione più importante, che è la contestazione che ci viene fatta, secondo cui la fede non c’entra nulla, dobbiamo separare fede e politica e dunque anche fede e Costituzione; quando si parla della Costituzione la fede non dovrebbe entrarci; e perciò sarebbe politicamente scorretto pronunciarsi da cristiani sulla Costituzione, e addirittura sarebbe una ricaduta nel clericalismo chiamare in causa la fede per affermare un modello desiderato di società, di Stato, un ordinamento costituzionale. E questa è appunto la ragione di quel titolo dell’Unità. È necessario allora prendere atto di questa obiezione, perché è importante che su questo tema – fede e politica, visioni ideali e Costituzione, speranze storiche e ordinamenti concreti – o, più in sintesi, se volete, sul rapporto tra l’idea e il diritto, si apra un vero dibattito nel Paese, come del resto accadde in modo estremamente fecondo in occasione del primo referendum della storia repubblicana, quello sul divorzio, quando per la prima volta fu rotta l’unità politica dei cattolici e, come tutti ricordiamo, fece un balzo in avanti la democrazia in questo Paese. Si tratta quindi di un dibattito che certamente non si può esaurire qui. Ora diciamo solo alcune cose, quasi per avviarlo.

Vorrei dire anzitutto che la tesi per cui i cristiani non dovrebbero chiamare in causa la fede nella dimensione politica è una tesi tardo-maritainiana, che era giustificata dalla cultura di ieri ma oggi assumerebbe un significato regressivo di privatizzazione e di sterilizzazione della fede. L’intimazione a non implicarsi come cristiani nella sfera pubblica mira di fatto e comunque produce di fatto la conseguenza di lasciare incontestato e inattaccabile il pensiero unico che domina la società, con il risultato di alzare muri di separazione a difesa del sistema dato: perché, se non ci si può appellare ad altri valori, ad altre visioni, ad altre speranze per criticare il sistema esistente, in base a che cosa questo può essere criticato? In tal modo questo sistema viene messo al riparo da una possibile critica radicale. A cosa servirebbe ad esempio l’esortazione di papa Francesco ai movimenti popolari di tutto il mondo, come ha fatto in Bolivia, a Santa Cruz de la Sierra, a continuare la lotta, “Sigan con su lucha!” – continuate a lottare per cambiare un sistema che uccide i poveri e distrugge la terra -, se proprio i cristiani fossero quelli che sono tenuti a non mettere in gioco i loro ideali, le loro storie, le loro speranze per cambiare le cose? È certamente vero che la religione non va usata come un valore aggiunto nella lotta per il potere, ma il punto è questo, che la politica non è solo lotta per il potere, è l’edificazione di una società, e l’edificazione di una società ha una causazione ideale. Certo, ci sono gli elementi della struttura, l’economia, il diritto positivo, ma una società si edifica anche in virtù di un’idea, di un progetto. E d’altra parte la Costituzione stessa è una critica del potere, la Costituzione non è il potere, la Costituzione è l’istituzione di un vincolo e di un dover essere del potere e perciò non ha senso che la fede debba rimanere estranea a un giudizio sulla Costituzione.

In ogni caso, interpretare la laicità come una difesa della politica dalle interferenze esterne dei mondi ideali e delle fedi è una cosa vecchia, è una cosa decrepita, che corrisponde a una realtà che non c’è più. Ancora di più, vorrei dire, non c’è più quella religione temporalista e clericale che aveva generato quella forma di difesa contro le interferenze, contro le intromissioni ecclesiastiche nella vita politica. Non c’è più quel cristianesimo che all’inizio della modernità faceva dire anche a personalità cristianissime, che operavano nella scienza, nel diritto, nella politica, nelle religioni: “facciamo come se Dio non ci fosse”. In effetti “fare come se Dio non ci fosse” è stata la grande scelta, la grande risorsa della modernità. Per andare avanti nel processo storico, che nella scienza, nel diritto, nella libertà la Chiesa costituita voleva bloccare, i moderni – ben prima dell’ateismo di massa! – hanno dovuto decidere di fare come se Dio non ci fosse. Il punto è che quel Dio effettivamente non c’era, non c’era il Dio della decadence che Nietzsche avrebbe denunciato come causa dell’impotenza, dell’inferiorità dell’essere umano che agisce nella società, non c’era il Dio dell’alienazione quale sarà rappresentato da Marx, non c’era il Dio tappabuchi che sarà negato da Bonhoeffer: quelle infatti erano false immagini di Dio che erano state veicolate dalle Chiese, a cui, per tutta risposta, il mondo ha reagito, per mettersi al riparo dalle interdizioni con cui questo Dio mal compreso poteva ostacolare lo sviluppo storico.

Ma è successo qualcosa: tra la metà del Novecento e oggi, tra il Concilio e papa Francesco, c’è stata una rivoluzione radicale nella rappresentazione della fede e nell’immagine di Dio proposta dalla Chiesa agli uomini e alle donne del nostro tempo. Io capisco lo scetticismo che questo può suscitare, dato che moltissimi non se ne sono resi conto, e la Chiesa stessa in molte sue espressioni, e perfino nei suoi catechismi, come in certe rubriche liturgiche, ancora non si è accorta di questa rivoluzione che è avvenuta nel messaggio della fede. Ma certamente il Dio annunciato oggi dalla Chiesa di papa Francesco, così lontano e alternativo rispetto al Dio violento che ancora viene predicato in certe frange dell’estremismo islamico, è un Dio assai diverso da quello che aveva suscitato la presa di distanza della modernità, forse la giusta presa di distanza della modernità, e la reazione laicista: perché il Dio annunciato oggi dalle Chiese è un Dio non violento, non invidioso, ma garante della libertà dell’essere umano, dell’autonomia del diritto, del pluralismo religioso – come è stato proclamato appunto a metà del Novecento da papa Giovanni -, è un Dio che non ha mai rinnegato l’essere umano a causa del peccato originale, non lo ha mai dichiarato decaduto, come ha detto il Concilio, per non parlare del Dio tutto misericordia e niente giudizio e condanna di papa Francesco.

ERRATA LA GIUSTIFICAZIONE TEOLOGICA DEL TEMPORALISMO

Io vorrei qui ricordare un’intervista, proprio di questi giorni, dell’ex papa Benedetto XVI che dichiara che è “in sé del tutto errata” la tesi teologica di Sant’Anselmo secondo cui la crocefissione di Cristo sarebbe stata una riparazione necessaria e cruenta, una “soddisfazione” richiesta dal Padre offeso per il peccato degli esseri umani (Intervista al Papa emerito Benedetto XVI, l’Osservatore Romano, 16 marzo 2016). Si tratta della teoria anselmiana che ha fondato tutta la concezione sacrificale, espiatoria, dolorifica del cristianesimo. E il papa emerito Benedetto XVI dichiara ora che questa teoria è del tutto incompatibile con la fede nella Trinità. Il problema è però che su quella teoria anselmiana sono stati costruiti secoli di catechesi, sono stati costruiti manuali di etica e di religione sacrificale cristiana e, di più, su quella base, è stata teorizzata una necessaria supplenza della Chiesa nel governo della società terrena. Infatti, ratione peccati, a causa di quel peccato, che sarebbe stato indelebile senza il sacrificio cruento di Cristo, la Chiesa ha rivendicato il proprio potere temporale, superiore a tutti i re e ai regni, “super reges et regna”. In ragione di quella dottrina, in ragione di quelle rappresentazioni di Dio, in ragione di quella trasmissione della fede, la Chiesa ha rivendicato il dominio sulla società. E lo credo che allora bisognava separare fede e politica! Ma oggi, con la semplicità di un’affermazione quasi naturale, arriva un teologo, che è stato papa, Benedetto XVI, il quale parla non più di una religione dell’espiazione, della penitenza, del sacrificio, ma parla di un Dio dell’amore, afferma che il cristianesimo non è l’unica via di salvezza ma che la specificità del cristianesimo consiste nell’inserirsi nella dinamica della misericordia, nella dinamica dell’amore di Dio che è un “Dio per”, un Dio per l’essere umano, e così il cristiano non è chi ha privilegi che possa avanzare, che possa far valere nei confronti di quelli che non credono o che avrebbero vie più difficili per la loro realizzazione umana; cristiano, dice Benedetto, non è chi ha prerogative in più o più meriti degli altri, è cristiano chi è “per gli altri”; questa è l’unica specificazione, l’unica identità del cristiano, che è annunciata oggi – attenzione – non dal rivoluzionario papa Francesco ma dall’ex prefetto della Congregazione del Santo Uffizio, Joseph Ratzinger, ex papa Benedetto XVI.

Il cristianesimo come “essere per”: questo è il nuovo annuncio che viene recato agli uomini e alle donne di oggi secondo l’invito del Concilio che, più che riuscire a cambiare la Chiesa, impresa come si vede difficilissima, quasi impossibile, aveva il compito di raccontare Dio agli uomini e alle donne di oggi in un modo più comprensibile e di annunciare il Vangelo in un modo nuovo. Proprio questo era infatti l’obiettivo e la finalità del Concilio, come li sintetizza papa Francesco nella bolla d’indizione del Giubileo “Misericordiae vultus”.

IL CRISTIANESIMO COME “ESSERE PER”

Allora in questo “essere per” non ci può essere un ripiegamento della fede nel foro interiore come un esercizio puramente privato, no, perché in questo “essere per” a cui è chiamato il cristiano c’è anche lo spazio pubblico, ci sono i poveri, ci sono gli esclusi, ci sono i profughi, i fuggiaschi, i disoccupati, le vittime e in questo “per” c’è anche la Costituzione come il sogno di una società giusta, come il sogno di una società di eguali, come il sogno di un diritto di cittadinanza che comporta l’esercizio effettivo di diritti sociali; in questo “essere per” c’è quindi anche la politica, come c’è l’obiettivo del ripudio della guerra, dell’uguaglianza istituita e di una comunità mondiale riconciliata. E quindi, se questo è il cambiamento, si capisce che le posizioni tardo-maritainiane, che sono pre-conciliari, che sono completamente dipendenti da un’esigenza dialettica e polemica nei confronti di una Chiesa temporalista, di un annuncio cristiano espropriante della libertà dell’essere umano e delle sue speranze, sono del tutto superate. Il richiamarsi a vecchie tesi che hanno fondato un certo modello di laicità, probabilmente necessario e utile in altri momenti storici, oggi diventa invece completamente deviante e regressivo.

Perciò non ha senso questa obiezione a non mettere di mezzo la fede nella battaglia che stiamo cominciando e che abbiamo già cominciato per difendere la Costituzione del ’48 contro l’atroce sovvertimento a cui essa viene sottoposta. Questo invito a non mettere di mezzo la fede viene da tante parti, è venuto da Roma, ma anche da Palermo, da Firenze e quindi si tratta di una cultura sotterranea che è presente, diffusa, e che può veramente rischiare di sottrarre alla lotta immense energie che sarebbero disponibili a combattere e a impegnarsi per la Costituzione e che, sulla base di questo presupposto, di questo non possumus, di questo non expedit, esercita una sorta di ricatto a non far valere la propria identità anche come cristiani nella difesa di questo bene comune straordinario che è la Costituzione, con il conseguente pericolo di un risultato molto negativo nella battaglia referendaria. È per questo che ne abbiamo parlato e penso che questo debba essere uno degli argomenti forti della campagna referendaria che ci accingiamo a portare avanti.

(Adista documenti, n.18/2016)

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