23 dicembre 2012, Politica e società

Scontri e lacrimogeni.Ora chi ha sbagliato paghi

di Massimo Solani

Dilettantismo o irresponsabilità, e in ogni caso poco cambia. Gli incidenti di Roma, le cariche al corteo degli studenti sul Lungotevere e infine quelle immagini, assurde, dei lacrimogeni lanciati dalle finestre e dal tetto del ministero di Giustizia in via Arenula su una folla di ragazzini in fuga. Nelle parole di dirigenti e funzionari di polizia, a quarantotto ore dalla guerriglia, l’aggettivo che ricorre più spesso è «incredibile».

Incredibile che qualcuno abbia deciso di disperdere il corteo in quel modo, incredibile la scelta di infrangere la testuggine che apriva il serpentone con quella carica a freddo, incredibile il volume di forza usato contro la testa del corteo e la caccia all’uomo scatenatasi poi per i vicoli del Ghetto e di Trastevere.

Una bocciatura senza appello che agenti esperti, con anni di manifestazioni alle spalle, rivolgono alla gestione dell’ordine pubblico solo quando i taccuini sono chiusi e i registratori al sicuro dentro gli zaini. Per arrivare alla fine però, alle immagini dei lacrimogeni a via Arenula, occorre ripartire dall’inizio, dalla concatenazione di eventi che ha portato poi ad una situazione in cui evidentemente, ripetono quasi tutti gli interlocutori, «qualcuno ha perso la testa, e non soltanto gli agenti in strada».

Il primo errore, si fa notare, è di tipo strettamente strategico: dopo anni di prassi consolidata basata sulla scelta di «essere invisibili», di chiudere le vie d’accesso ai palazzi istituzionali e contenere le intemperanze dei cortei cercando di evitare per quanto possibile il contatto fisico, mercoledì si è scelto invece di intervenire energicamente dopo le prime sassate da parte di alcuni gruppi di manifestanti.

«Se veniamo aggrediti militarmente è chiaro che dobbiamo reagire», spiegava ieri il questore di Roma Fulvio Della Rocca, alla sua prima grande prova di gestione dell’ordine pubblico dopo l’arrivo nella Capitale a giugno.
Parole che non convincono chi invece le strade della Capitale, dietro uno scudo di plexiglass, le batte da anni. «In passato ci hanno spiegato in tutti i modi che non bisognava reagire a meno che non fosse assolutamente necessario – dice uno di loro – adesso abbiamo cambiato linea? Basta saperlo. Ci sono state volte in cui ci è piovuto addosso di tutto e il responsabile continuava a ripeterci di restare fermi, immobili. È successo persino il 15 febbraio del 2011 a San Giovanni. Mercoledì, invece, appena sono volate due pietre è partito l’ordine di caricare. E a quel punto è scattato il caos».

Perché questo cambio di strategia? Chi ha deciso la linea dell’interventismo? L’ordine è partito dalla Questura di Roma o è stato deciso al Viminale? «Questo non lo so – spiega un funzionario del Dipartimento – quello di cui sono sicuro, però, è che un peso devono averlo avuto per forza gli incidenti che erano già scoppiati a Torino e in altre parti d’Italia.

Come se si fosse deciso che a Roma non si sarebbero tollerate altre provocazioni. Forse però il messaggio che è passato in alcuni operatori meno esperti o più esagitati è che era arrivato il momento di chiudere i conti».

L’effetto è quello visto attraverso decine di filmati. Le manganellate su alcuni studenti inermi, la caccia all’uomo nei vicoli e la decisione di disperdere, in ogni modo, il corteo. Anche lanciando lacrimogeni dal ministero della Giustizia contro centinaia di ragazzi, per lo più giovanissimi e nessuno a volto coperto, che stavano solo cercando di scappare.

«Nessuno di coloro che fanno controllo al ministero ha in dotazione quei lacrimogeni – dicono – significa allora che qualcuno deve essere entrato appositamente. E chi ha dato l’ordine? Difficile pensare ad un agente non preparato o semplicemente inadatto». E questa è un’altra questione che sta molto a cuore ai sindacati di polizia, che da anni denunciano l’effetto dei tagli sulla selezione e la formazione del personale.

«Per fare ordine pubblico – dicono – occorre essere preparati, ma il bilancio del Dipartimento non permette più di fare corsi di formazione appositi. E il risultato è che si va in piazza senza una formazione adeguata. Inoltre non si fanno più concorsi e il nuovo personale è tutto di provenienza “esterna” e non sufficientemente valutato. Si capisce allora che se queste sono le condizioni le cose non possono andare altrimenti. E andranno sempre peggio».

(“L’Unità”, 17 novembre 2012)

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