6 marzo 2011, Cultura - Politica e società

Scegliere è un diritto, serve una buona legge

Nadia Scotti, Giannino Busato e Mina Welbydi Ignazio Marino

Ancora pochi giorni e la Camera tornerà a occuparsi di testamento biologico. Un argomento che divide, che vede spesso prevalere sul buon senso e sul ragionamento scientifico l’ideologia e l’arroganza. Il progetto di legge che arriverà in Parlamento, per come lo conosciamo ora, è un testo in cui si promette una cosa e se ne fa un’altra. Si introduce il testamento biologico, salvo stabilire che non è vincolante. Insomma vale poco e niente dal momento che il medico potrà non tenere conto delle indicazioni che vi sono contenute. Non è una contraddizione di poca importanza.

Sono passati due anni da quando sembrava imminente l’approvazione di una legge in materia, allora fortemente voluta dal governo Berlusconi per intervenire nella vicenda di Eluana Englaro. Oggi, a distanza di tempo, le posizioni non appaiono sostanzialmente mutate. Restano intatti gli schieramenti, trasversali ai partiti, che da sempre si vanno formando attorno a questo tema. I difensori della vita, così si definiscono loro, convinti assertori della sacralità e intangibilità della vita anche quando la sola vita che resta è quella di un corpo privo di funzioni cerebrali, indissolubilmente legato a macchinari che ne mantengono artificialmente alcune funzioni essenziali.

Dall’altra parte, quelli come me, più realisticamente consapevoli dei limiti della tecnologia che in molti casi consente di mantenere il ritmo di un battito cardiaco senza poter consentire al paziente un recupero della sua integrità intellettiva, e che ritengono dunque giusto tutelare la dignità e la libertà del singolo, difendendo il suo diritto alla libera scelta delle terapie: il diritto a dire sì o no a trattamenti o terapie quando questi non siano più di alcuna utilità.

Nessuno intende legalizzare l’eutanasia, tantomeno giustificarla, men che mai favorirla. La legge che ritengo sia necessaria a questo paese dovrebbe invece impedire l’accanimento terapeutico, consentire di dire basta agli interventi terapeutici in quei casi, in cui vengano considerati sproporzionati. Se ci interroghiamo su una condizione di questo tipo è perché il progresso della tecnologia e della medicina, velocissimo ma imperfetto, fa sì oggi che questa diventi una possibilità più comune che in passato. E allora abbiamo il dovere di chiederci se sia sempre giusto fare ricorso a tutte le risorse mediche e tecniche disponibili. Dietro questa domanda ce n’è un’altra, più grande, relativa alla capacità di accettare la fine della vita quando questa arriva e non può essere impedita.

Un testo equilibrato, ragionevole, rispettoso delle libertà individuali dovrebbe consentire a ognuno di scegliere in piena autonomia le cure cui accetta di essere sottoposto oggi per domani, nell’eventualità di trovarsi in una situazione senza possibilità di recupero. Una legge giusta dovrebbe garantire allo stesso modo chi rifiuta di essere curato e chi, in una situazione analoga, chiede di continuare ad essere assistito.

Per questo ho proposto di correggere il testo che saremo chiamati ad esaminare con un solo articolo che garantisca sempre e in ogni caso nutrizione e idratazione artificiale eccetto a chi non le abbia espressamente rifiutate nelle dichiarazioni anticipate di trattamento. Credo che su questo terreno si possano confrontare e ritrovare sensibilità diverse, laiche e cattoliche, e riconoscersi meno distanti di quanto crediamo. Avremmo così una legge amica dell’uomo, della sua libertà, del suo diritto di scelta, del suo diritto alle cure.

(www.scuoladipolitica.it ,4 marzo 2011)

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