6 luglio 2010, Politica e società

Scandali ecclesiastici. Tempo di prova, tempo di grazia

di Franco Monaco

Dalla pedofilia al sospetto coinvolgimento in fenomeni di illegalità. Per la Chiesa è tempo di tribolazione. Di penitenza e di conversione. Tempo di prova, ma forse anche tempo di grazia. Intendiamoci: guai a fare di ogni erba un fascio o a indulgere alla caccia alle streghe. Conosco e frequento da una vita sacerdoti e uomini di Chiesa. In me, nulla potrà cancellare ammirazione e gratitudine verso persone e istituzioni ecclesiali. Esse, nella loro stragrande maggioranza, sono semmai parte lesa, avrebbero diritto ad essere risarciti da chi ha gettato discredito sul loro buon nome e sulla loro generosa dedizione. Ma per la Chiesa è occasione di riflessione, e il papa ha aperto una strada che va battuta con evangelico coraggio. Perché l’attuale pontefice non ha il carisma e la popolarità del suo predecessore, ma, indiscutibilmente, è immune da visioni trionfalistiche. Di più: egli dà mostra di essere lucidamente consapevole della portata drammatica della sfida alla fede nel mondo contemporaneo e dell’inadeguatezza degli uomini di Chiesa (cioè tutti noi che ci diciamo cristiani) di fronte ad essa. Dal mio punto di vista, un grande merito, una singolare virtù. Se solo si pensa a certe visioni autorassicuranti (e di potere) circa una presunta nuova centralità del cristianesimo e della Chiesa nella società e nella politica, che ha ispirato una lunga stagione recente della Chiesa italiana. Un’illusione fuorviante, semmai, essa stessa indizio di mondanizzazione, di decadenza, di appannamento dei sensi spirituali.

Per oltre vent’anni, ai vertici della Chiesa italiana, hanno avuto corso tre idee a mio avviso infondate: 1) che la scristianizzazione della mentalità e dei comportamenti stesse conoscendo una positiva inversione di tendenza; 2) che, con riguardo alla relativa tenuta di un ethos cristiano, l’Italia rappresentasse una positiva eccezione nel quadro dei Paesi occidentali; 3) che l’accresciuta influenza della Chiesa sulla vita pubblica e politica fosse fattore e, insieme, espressione di tale regresso del trend della scristianizzazione. A sostegno di tali convincimenti si esibivano indicatori esili e per nulla probanti: l’8 per mille, la scelta della religione a scuola, le mobilitazioni tipo “Family Day” o il referendum sulla fecondazione assistita, i raduni giovanili di massa, l’appeal di Giovanni Paolo II. Rilevazioni e soprattutto letture più accurate (da ultimo quella dello Iard sui “giovani con e senza fede”) hanno messo radicalmente in discussione tali rappresentazioni. Del resto, gli omaggi di rito tributati alla Chiesa e ai suoi rappresentanti non possono certo occultare la profonda distanza e persino lo stridente contrasto tra i paradigmi cristiani e le più macroscopiche manifestazioni della vita pubblica: dalla cultura di massa veicolata dai media all’economia alla politica. E comunque papa Benedetto dà l’impressione di coltivare una visione decisamente più pensosa, severa, persino allarmata della condizione del cristianesimo nel nostro tempo, Italia compresa, e di puntare allo scavo e all’interiorità, non facendo soverchio affidamento sulle mobilitazioni di massa (in occasione del Giubileo del 2000, Ratzinger fece una significativa confidenza: “Sono tra quelle persone che hanno difficoltà a trovarsi in una struttura celebrativa permanente”. Come non ricordare anche il disagio di Benedetto XVI, da poco eletto, alla Giornata mondiale della Gioventù di Colonia?).

Ma, per tornare a oggi, accenno a quattro profili del cammino di purificazione suggerito dalle prove che stanno affliggendo la Chiesa. Dolorosi “segni dei tempi” che vanno colti, interpretati e messi a frutto.

Primo: la sporcizia anche dentro la Chiesa (parola di Ratzinger). La sua partecipazione al peccato degli uomini la fa umile, consapevole dei suoi limiti e delle sue contraddizioni. Tanto più dolorose e imbarazzanti per un’istituzione che proclama una Parola alta ed esigente, la perfezione nella carità.

Lo anticipò Giovanni Paolo II con i suoi mea culpa, urtando la suscettibilità di settori ecclesiastici refrattari allo spirito del Giubileo. Sotto l’incalzare dello scandalo della pedofilia, a quel severo esame di coscienza ha dato seguito papa Benedetto, spingendosi sino alla tesi che gli attacchi e le insidie alla Chiesa vengono più da dentro che non da fuori. Tesi opposta a quella sostenuta dagli atei devoti e dai devoti atei. Cioè dai laicisti compiacenti e dai cattolici per convenienza.

Il secondo esame di coscienza verte sul controverso rapporto degli uomini di Chiesa con il potere, gli affari, la carriera. A ben riflettere, la più luciferina delle tentazioni e la più scandalosa delle controtestimonianze. Basti considerare che il peccato di Adamo, radice e archetipo di tutti i peccati, come ammonisce la Genesi, consiste appunto in un cedimento alle lusinghe del potere: la pretesa di assurgere alla misura di Dio, di disporre cioè di un potere senza limiti, della onniscienza e dell’onnipotenza del Creatore. Forse la Chiesa dovrebbe riconoscere che tale tentazione ha fatto breccia nei suoi vertici e comunque più a Roma che nelle Chiese locali. Che c’è un problema connesso alla concreta forma assunta dalla struttura gerarchica e centralistica della Chiesa. Che si è estenuata la spinta conciliare a restituire libertà, sobrietà, scioltezza alla Chiesa (oggi si ha pudore persino a parlare di povertà della Chiesa, tema centrale del Vaticano II): più comunione e meno istituzione, più collegialità e Chiese locali e meno centralismo e burocrazia curiale. Si è come esaurita la spinta ad assimilare una effettiva discontinuità rispetto agli schemi concettuali e pratici ereditati dall’età costantiniana.

C’è un terzo fronte meritevole di ripensamento e conversione. Quello attinente ai rapporti tra Chiesa e Stato. La storia secolare di una Chiesa che è stata anche uno Stato ancora pesa, nonostante le parole definitive di Paolo VI che osò definire “provvidenziale” la fine del potere temporale dei papi. La distinzione tra morale e legge, tra peccato e reato, tra responsabilità in capo alla Chiesa e responsabilità in capo allo Stato dovrebbe condurre alla piena collaborazione con le istituzioni civili quando uomini di Chiesa dovessero incappare nei rigori della legge. Salvo nei casi eccezionali, contemplati dal Concordato, nei quali fosse in gioco la libertà e la riservatezza prescritte dal proprio ministero. Che deve riguardare però le anime, non gli immobili.

C’è infine un quarto capitolo: quello della gestione dei mezzi strettamente necessari all’esercizio del ministero ecclesiastico, considerato che la Chiesa è anche istituzione umana. Qui merita considerare due profili: a) quello della trasparenza e della legalità, a cominciare dai bilanci, che dovrebbero essere esemplari, sia per corrispondere al “privilegio” del regime concordatario, sia per un dovere di coerenza con il messaggio etico-civile di una Chiesa che predica civismo e lealtà verso le istituzioni; b) il profilo che attiene alla cooperazione responsabile di laici competenti nella gestione dei beni ecclesiastici.

L’esperienza attesta che talvolta, in questo caso anche ai piani bassi della Chiesa, l’illegalità è il prodotto, più o meno consapevole, della leggerezza e del pressapochismo, di un deficit di familiarità con le leggi civili. Se i sacerdoti, il cui ministero li chiama ad altro, tanto più in un tempo di penuria di vocazioni, delegassero di più a laici capaci e affidabili, certi spiacevoli incidenti si farebbero più rari.

È solo un piccolo, incompleto promemoria, di cui mi pare il papa, questo papa, abbia posto le premesse. Ma egli non va lasciato solo.

*Già parlamentare del Pd, presidente dell’Azione cattolica ambrosiana e dell’associazione Città dell’Uomo

(Articolo tratto da “Adista Segni Nuovi”, n.58 del 10 luglio 2010)

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