10 luglio 2014, Cultura - In evidenza - Politica e società

Saper tacere

di Massimo Donà

Massimo Cacciari colpisce ancora nel segno. E lo fa con un volume intitolato “Labirinto filosofico” (Adelphi, pp.348, euro 38).
Nelle intensissime pagine di quest’opera il filosofo veneziano tesse le reti di un percorso che va a comporsi in una sorta di summa organica in grado di rendere quanto mai chiaro il senso fondamentale del suo gesto filosofico. Il fatto è che sono ancora in molti a credere che la filosofia abbia come compito quello di rendere ragione del molteplice risalendo ad una sorta di unità originaria; ecco, proprio di fronte a questo schema, Cacciari intende mutare radicalmente prospettiva. Consentendoci di ritrovare la «meraviglia» che ha reso possibili le più labirintiche avventure dell’umana conoscenza.

A rendere ineludibile la fatica del concetto, non sarebbe dunque l’inspiegabile molteplicità del mondo, quanto l’inquietudine generata dall’immediatamente «evidente» unità delle cose tutte. Che la «cosa» sia una: questo, il vero mistero, per Cacciari.

È infatti proprio questa unità a farsi labirinto, non appena si cerchi di farla propria; in virtù di un’esperienza che ce la mostra immediatamente «ferita» (o differente) e, in quanto tale, costitutivamente molteplice. Da cui l’incessante ricostituirsi della sua evidente irrappresentabilità. Ossia, il suo risolversi in perfetto noumeno; lo stesso che la «divisibile» unità del fenomeno riesce sì a tradurre – sempre per il suo originario «differenziarsi » – ma insieme ogni volta a tradire, dicendo da ultimo finanche l’impossibilità del suo darsi in rapporto alla totalità (anch’essa «una»). Quella che, secondo Emanuele Severino, invece, disegnerebbe il nostro unico e ineludibile destino. Non è un caso, allora, che, proprio del suo ineludibile rapporto con la totalità, ogni cosa finisca da ultimo per tacere.

(“L’Espresso”, 30 maggio 2014)

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