25 gennaio 2016, Cultura - Politica e società

Riforma della Chiesa, riforma del papato

di Alberto Melloni

Il biennio sinodale sul tema della famiglia chiuso a fine ottobre 2015 ha mostrato dove era il punto debole di questo mezzo secolo di ricezione del Concilio.

Per decenni fra teologi e storici si sono disputate questioni che avevano immense conseguenze per la Chiesa e per la vita dei cristiani comuni: se uno le volesse elencare ricorrendo alle parole latine di questa o quella parte delle decisioni del Vaticano II che è stata oggetto di discussioni dovrebbe usare come titoli hierarchia veritatum, veritas salutaris, culmen et fons, collegium, subsistit in, bellum totale, sicut enim Christus, qui Spiritus Christi habentes ecc.

Eppure c’è un punto che sta all’origine di quel che è stato il Vaticano II, che sovrasta e sostiene tutte le grandi discussioni fatte di vita e di carne della Chiesa, e quelle piccine fatte di ermeneutiche e di stizze teologiche, che ha confermato la sua centralità: ed è quella legata a un termine usato da Giovanni XXIII il giorno d’inizio del Vaticano II. Una parola così semplice da essere difficile per i teologi di allora e di oggi: e che è quella su cui si gioca non l’esito del sinodo in termini politici – ha ragione il papa a stufarsi di chi dipinge un cattolicesimo percorso da minacciose contrapposizioni che servono ad accreditare improbabili mediatori – ma il destino del Vangelo nel tempo e della Chiesa, che lo porta e lo insegue, lo annuncia e lo ascolta. Ed è “pastorale”. Una visione moderna – o per meglio dire antimoderna – e tutto sommato recente, immaginava che dalla Parola di Dio discendesse una dottrina, che il magistero fosse l’organo che le dà forma e che attorno a questa entità inerte e immobile dovesse ruotare la realtà, come in un sistema tolemaico che ha al centro una ipostasi della verità. Rispetto a questa istanza “dottrinale” erano possibili accomodamenti anche audaci, ma di rango inferiore, cioè “pastorale”.

Solo laddove si fosse acclarata una “deformazione” rispetto a quella entità che si supponeva coincidente con la tradizione, diventava possibile la “ri-forma”, come ritorno a uno stato precedente e ripristino di qualcosa che stava alle spalle dell’oggi. Aprendo il Vaticano II, l’11 ottobre 1962, papa Giovanni bruciò i ponti con questa illusione: perché essa faceva dimenticare che la tradizione della Chiesa è un tesoro lunghissimo e non un manualetto di definizioni o un prontuario delle condanne; e che il compito della Chiesa è quello di far sentire all’uomo e alla donna (già che ci siamo) d’oggi il Vangelo come Vangelo, verità che salva e non verità che uccide. Perciò, diceva il primo padre del Vaticano II, per ripetere cose già dette non si mette mano alla conciliarità della Chiesa: se si evoca questa dimensione che esprime la comunione è per fare un “balzo innanzi” nella comprensione della verità e permettere a tutti, anche al magistero, di esprimere il suo “carattere eminentemente pastorale”.

Per un uomo del Tridentino come Roncalli, infatti, era evidente che non si trattava di andare indietro alla ricerca di una semplice “riforma” (con o senza ermeneutica acclusa), ma di cercare un “aggiornamento” che sta davanti alla Chiesa. Che non è un marketing del religioso, ma la stessa presenza del Cristo nella mensa della parola, dell’altare e del povero. Il Concilio, non senza fatica, incorporò questa convinzione al suo periodare (per questo il Vaticano II non fulminò condanne) e al suo teologare: e volle essere Concilio “pastorale” non perché inferiore ai concili “dottrinali”, come voleva la semplicistica scolastica ratzingeriana; ma perché voleva essere “di più” di un Concilio dottrinale. Se infatti una dottrina non incorpora la presenza viva del Cristo, il significato pieno della prassi gesuana del perdono e della salvezza, non è una dottrina: è una scorza ideologica di cui la Chiesa ha fatto uso per motivi contingenti e di cui si deve liberare (l’“Evangelii gaudium” lo dice con chiarezza e durezza) per non mettere ostacoli al Vangelo che parla a tutti e sempre, che tutti chiama a conversione, di tutti (specie dei rigorismi autocertificati) denuda la insufficienza e la ipocrisia, a tutti regala la salvezza e la grazia.

Prima del Concilio la “Dottrina” merita la maiuscola e usa una minuscola “pastoralità” per andare caso per caso. Dopo il Concilio una “dottrina” che non si adegui alla dimensione “Pastorale” non ha ragioni da invocare. La discussione udita in sinodo (“non si tocca la dottrina”) e gli escamotage del “caso per caso” sono stati la riprova di una debolezza di pensiero che spiega perché papa Francesco abbia fatto bene a convocare due sinodi non solo e forse non tanto per occuparsi troppo delle sue criticità o delle aporie che la evoluzione dei costumi genera nella morale. Perché non è che la Chiesa abbia da dire qualcosa di diverso a chi vive la relazione o l’ha perduta, a chi cerca la pienezza dell’amore nel coniugio o nel celibato; a tutti può e deve sempre e solo dire che la luce del regno giudica ogni condizione e la parola viviseziona ogni intenzione, e che se Dio è amore, l’amore è sempre uno, ovunque lo si incontri. Ma il processo sinodale ha fatto affiorare davanti a tutti che i pastori non hanno ancora assunto – come collegio non come segmenti o come correnti o come virtuosismi propri dei post-dottorati della teologia di scuola – la istanza di fondo del Concilio: fare un “balzo innanzi”, che scavalca i luoghi comuni e punta al cuore del problema della riforma: che è la riforma della Chiesa, la riforma del papato e solo per conseguenza la riforma della curia. La vocalità usata durante il conclave per denunciare i mali della curia romana e il disordine sistemico causato dallo squallore d’una corte pontificia malata non erano solo una diagnosi del male: ne erano parte. Perché non ci sarà mai riforma della curia senza una riforma della Chiesa e del papato. Lo si è visto quando papa Francesco, in ossequio alla volontà del collegio e del conclave, s’è applicato alla riforma dello IOR: un prelato, una commissione, un’altra commissione, un segretariato, un cardinale presidente hanno scoperchiato comportamenti disinvolti e onestamente incredibili, ma non hanno portato a una riconsiderazione della funzione della massa di denaro che la Chiesa di Roma usa per la propria missione e la propria indipendenza. E lo si è visto con il C9, il gruppo dei cardinali chiamato da Francesco come ausilio “ad gubernandam ecclesiam universalem” e che sul funzionamento della curia in oltre due anni ha elaborato piccoli aggiustamenti dei mansionari e poco altro. Perché la riforma della curia discende dalla posizione che essa ha nella comprensione teologica del papato: in una ecclesiologia (di) universalità la curia (enorme) non può che essere l’esecutivo di una volontà usata e abusata che con la sua forza schiaccia la voce delle Chiese locali o spinge al conformismo episcopati e teologi; in una ecclesiologia di comunione una curia (piccola) diventa essenziale per garantire il dinamismo sinodale fra Chiese locali e garantire che il ministero d’unità si esplichi. Senza che questo impedisca che organi specifici – la segreteria di Stato, il vicariato di Roma – siano efficace ausilio alle funzioni di capo di Stato del vescovo di Roma e alla sua presenza nell’Urbe. Papa Francesco un’idea della riforma della Chiesa e del papato ce l’ha: e dopo due anni e mezzo di pontificato ne emergono alcune caratteristiche.

La prima delle quali è che Francesco pensa la riforma come un processo che, a norme invariate, agisce sulla leva del tempo. Per cui resiste ad atti di imperio, anche di imperio riformatore, e invece muove processi di enorme portata, come quello che ha fatto del Sinodo dei vescovi (a dispetto del nome l’organo meno sinodale che ci sia) un luogo quasi conciliare, semplicemente sedendo in aula e attivando con la sua presenza una parresia e una decisionalità che sembravano estranee alle norme. Non ha riformato la curia (la congregazione dei laici è una semplice rimodulazione dei mansionari), ma ponendovi a capo un diplomatico di prima classe come il cardinale Pietro Parolin ha mostrato come si possa agire sui più delicati quadranti della politica internazionale in nome dei senza voce della storia. E ha invece riformato il papato: non solo nello stile che tutti conoscono e che, per la sua semplicità evangelica, risulta invulnerabile perfino alla satira, ma nella sostanza.

In questo un atto apparentemente minore come il motu proprio sulle nullità matrimoniali pubblicato alla vigilia del Sinodo ha mostrato con quanta energia egli si applichi a questa missione. Il motu proprio – l’hanno notato tutti – sembrava semplificare le norme sulla nullità del matrimonio e fornire una soluzione per alcuni dei divorziati risposati: canonicamente non era esente da pecche (mancava una considerazione della penitenza), ma compiva un atto senza precedenti nella storia del secondo millennio, restituendo al vescovo i poteri di “iudex” nella propria Chiesa. Dal secolo XI in qua il papato aveva sempre avocato a sé poteri e responsabilità in nome della propria indipendenza nel discutere le cause maiores : mai aveva restituito delle “potestates”. Alla fine del Vaticano II Paolo VI, in obbedienza al Concilio, aveva restituito delle “facultates”, ma mai il papato aveva compiuto un atto di questa natura. Che sia avvenuto su una materia minore e su un tema controverso non cambia la sostanza dell’atto: dice che – come aveva sostenuto una celebre serie di lezioni di John R. Quinn sulla riforma del papato ben note a papa Bergoglio – questa riattivazione della responsabilità episcopale è ciò che serve per liberare il papato dalla difesa di prerogative inutili e ridare alle Chiese locali una voce che non serve a democratizzare la Chiesa (che può essere un bene o un niente), ma a farla funzionare come una comunione e attivarne la sinodalità come status.

Perché il passaggio dalla riforma del papato alla riforma della Chiesa passa proprio dalla assunzione della sinodalità come strumento ordinario della vita delle Chiese: la sinodalità, val la pena di ripeterlo, non è la democrazia detta in parole cristiane; ma è il modo d’essere delle Chiese che mettono in movimento non una sovranità delegata, ma la iconicità costitutiva delle comunità adunate dalla eucarestia. Nel papato di Francesco l’attivazione di questa sinodalità è come il fil rouge della sua azione: avendo vissuto nel CELAM la collegialità di una Chiesa continentale, Bergoglio ha riconosciuto che nelle conferenze episcopali c’è una “autorità dottrinale” e l’ha riconosciuta inserendo sia nella “Evangelii gaudium” sia nella “Laudato si’” citazioni degli atti dei vescovi ai quali dà voce e forza con tutta la responsabilità che gli incombe come vescovo di Roma. A livello universale la elevazione a rango di sinodalità effettiva del Sinodo dei vescovi ha segnato un vero miracolo. E nella sua funzione di metropolita d’Italia metterà, come ha annunciato al convegno di Firenze il 12 novembre 2015, la Chiesa italiana in stato sinodale, superando quel modello ruiniano del centralismo attorno al presidente della CEI che ha segnato un periodo non a caso coincidente col ventennio berlusconiano della politica. Quanto a fondo questa riforma del papato e della Chiesa arriverà lo dirà il tempo: quanto produrrà una riforma della curia cosmetica o sostanziale dipenderà dagli altri due processi.

Ma è evidente che papa Francesco sta producendo una riforma che solo l’ignoranza teologica e l’analfabetismo religioso dilaganti confondono con la svolta verde o una politica filo-migratoria: quel che è in gioco è la posizione del cattolicesimo romano nella comunione delle Chiese e la sua credibilità come interlocutore di un ecumenismo oggi posto davanti alla sfida di stili spirituali (come il pentecostalismo) completamente inediti per le Chiese stabilite. Questa riforma ha come cardine teologico la confessione del Cristo povero: quindi l’autorità del povero nella Chiesa e la povertà dell’organon teologico come strumento di un universalismo capace di incontrare le grandi culture dell’Asia. E ha come cardine istituzionale una riforma del papato che non ha come obiettivo quello di farsi guardare dai media che lo guardano fin troppo, ma per lasciarsi guardare dallo sguardo dell’Unico e dell’Ultimo, che sono lo stesso sguardo.

(“Italianieuropei”, 3 gennaio 2016)

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