4 agosto 2012, Politica e società

Rianimare il cavallo

di Vittorio Emiliani

Finalmente la Rai ha il proprio “governo” e può quindi tentare di risollevarsi dalle crisi. Si può criticare il fatto che Monti abbia nominato al vertice di Viale Mazzini due “guardiani dei conti” i quali poco sanno di Rai e di multimedialità. Ma va aperto loro tutto il credito necessario. Certo, il centrodestra, con le solite manovre di basso livello (avallate in corsa da un presidente del Senato sdraiato sulla sua parte politica) si è assicurato di nuovo la maggioranza in Cda. Come ai cari vecchi tempi. Grazie a Schifani e grazie all’assenza in Vigilanza del solito Marco Beltrandi radicale (ma l’impassibile Pannella denuncia, come un disco rotto, lo «scempio partitocratico» della Rai…).
Ai nuovi amministratori Rai (che il Pd ha concorso a eleggere seguendo con saggezza le corrette indicazioni delle associazioni) va ricordato che le crisi da affrontare sono parecchie. I conti non vanno per niente bene, ma minacciano di venire appesantiti dalla più generale crisi di identità del servizio pubblico, del suo rapporto con gli abbonati. Un caso fresco: la Rai ha avuto ascolti altissimi con gli europei di calcio e però, trasmettendo tutto – gol inclusi – sul digitale terrestre, ha escluso gli abbonati che ancora vedono i programmi dalla piattaforma Sky nonché gli abbonati di Sicilia e Puglia appena passate al digitale senza adeguata copertura. Quei programmi criptati hanno intaccato ancor più la popolarità della Rai, facendo imbufalire i suoi utenti che si servono (legittimamente) della piattaforma Sky. Verso di loro la Rai si è comportata come una pay-tv, contro ogni regola. Lo dimostra l’accordo realizzato in Gran Bretagna per consentire anche ai non abbonati di vedere gratis sulla piattaforma satellitare di BskyB i match trasmessi dalle tv terrestri, Bbc inclusa.

Alla Rai la falla del calo pubblicitario è recente, ma negli ultimi anni evasione/morosità del canone hanno scavato una voragine facendo mancare oltre 1/3 degli introiti. Come recuperare credito presso i teleutenti se – grazie alla imposizione da parte di Berlusconi della piattaforma satellitare comune Tivùsat in luogo di Sky – una parte di loro subisce esclusioni tanto detestabili? Direttive europee e delibere Agcom prescrivono da anni che gli eventi di particolare rilevanza sociale siano trasmessi in chiaro. V’è di più: nella crisi

Rai entra con forza l’emorragia, subita e/o incoraggiata, di conduttori/autori/attori costretti a emigrare. Dal prossimo autunno Michele Santoro non sarà più soltanto un “ospite”, ma farà parte – come Lerner, come Gruber, come altri – de La7, organicamente. Farà ascolti elevati e attrarrà prestigio e pubblicità. Doppia, tripla perdita secca per la Rai che, dal 2002 a oggi, ha rinunciato ormai a tutta la satira, all’intrattenimento intelligente, e quindi di prestigio. È sotto gli occhi di tutti l’autentico botto fatto da Corrado Guzzanti su Sky con «Aniene».

Veniamo alla raccolta pubblicitaria, strettamente legata peraltro all’offerta dei palinsesti. Nel 2012 il calo riguarda tutti, in modo speciale le tv generaliste, in modo specialissimo la Rai. Che paradossalmente batte Mediaset negli ascolti e però registra negli spotquasiun-11%controil-9,6 di Mediaset. Il presidente dell’Upa Lorenzo Sassoli de Bianchi ha previsto per il 2012 investimenti pubblicitari in calo per 700 milioni. Con una notazione che si attaglia anche alla Rai. «Troppo rigore può essere una terapia che, invece di guarire, intossica. Di questo passo il ceto medio rischia di polverizzarsi». Certo, a Viale Mazzini e dintorni c’è parecchio da tagliare, con rigore. Fino a dieci anni fa i compensi di presidente, direttore generale e consiglieri erano contenuti. Vennero raddoppiati di colpo dopo il 2002, in una gestione, temo, «di garanzia» (?). Poi la crescita è continuata, anzi, a quanto leggo, dilagata. E non parlo del solo vertice.
Tuttavia una politica di salassi diffusi farebbe crollare a terra il cavallo di Messina a viale Mazzini e quello di Ceroli a Saxa, nel momento in cui la Rai ha bisogno di investimenti «di qualità» (anche sul piano degli autori, un parco decisamente impoverito). Si riparla di vendere Rai Way, ma con quale ricavato con la crisi planetaria in atto? La cessione del suo 49% ai texani di Crown Castle decisa nel 2001 dal Cda Zaccaria, subito cancellata, con contorno di insulti, dal neo-ministro Gasparri, aveva messo in banca circa 900 milioni di euro di oggi. Come e a chi venderà ora la Rai? Con quale ribasso? Ecco i frutti avvelenati della politica di un centrodestra dominato dagli interessi di Berlusconi & famiglia. E il Cda appena eletto ha quella stessa maggioranza. Ricordiamolo.

(“L’Unità”, 6 luglio 2012)

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