14 maggio 2012, Cultura - Politica e società

Reportage dalla Grecia.Un popolo allo stremo, tra crisi e conflitto sociale

di Marco Zerbino

Bisogna mettersi a parlare con la gente per capire veramente dove sta andando la Grecia della crisi del debito e delle misure di austerità. Le numerose vetrine del centro di Atene su cui campeggia l’immancabile scritta enoikiazetai (affittasi) e i tanti senzatetto che affollano i dintorni di piazza Omonia possono dare un’idea, ma non riescono a far comprendere in profondità la dinamica del processo in atto nel Paese. Del resto, di senza fissa dimora e di vetrine sguarnite di merci ce ne sono anche in tante altre capitali europee. E Atene, che ha un sistema di trasporto pubblico che a noi romani sembra svedese, è senz’altro una città europea.

Secondo Kostas Kallergis, giornalista e blogger che mi fa da cicerone durante la mia permanenza nella capitale greca, una crisi del genere, in un Paese come gli Stati Uniti, getterebbe migliaia di persone in mezzo alla strada. Si vedrebbe molto di più. In Grecia no, perché, dice Kostas, a fare da paracadute ci sono ancora le famiglie. Una solidarietà intra e interfamiliare, che rende meno visibili gli effetti della crisi. Un po’ come in Italia: lo Stato è storicamente assente, però c’è la famiglia, con i suoi risparmi, che tampona la situazione.

Ma i risparmi prima o poi finiscono. E se il reddito di chi ancora lavora diminuisce, se vengono drasticamente ridotti o non vengono più pagati gli stipendi, tanto dei dipendenti pubblici quanto di quelli privati, prima o poi anche il “welfare familiare” cede sotto l’urto dell’impoverimento.

Morire di debiti

È ciò che sta succedendo in Grecia dove, stando a sentire i racconti delle persone, quello che colpisce di più è il rapido deterioramento delle condizioni di vita del ceto medio. Non sono solo i lavoratori manuali, gli operai, i disoccupati e i giovani precari (spesso iperistruiti) a passarsela male. Medici, insegnanti, commercianti, liberi professionisti vedono pericolosamente evaporare il benessere che un tempo sembrava loro garantito. Forse è anche per questo che il recente suicidio, avvenuto in forma plateale a piazza Syntagma (la piazza del Parlamento), di Dimitris Christoulas, un ex farmacista in pensione di 77 anni, ha destato così tanto scalpore determinando un’ondata di commozione e di rabbia in tutto il Paese. Christoulas ha lasciato un biglietto, scritto a mano, nel quale diceva, fra l’altro: «Il governo collaborazionista di Tsolakoglou ha distrutto le mie possibilità di sopravvivenza, che si basavano su un’onesta pensione che io solo (senza nessun aiuto da parte dello Stato) ho finanziato per 35 anni». Tsolakoglou, la figura chiamata in causa da Christoulas per riferirsi polemicamente alla svendita del Paese a tutto vantaggio delle oligarchie finanziarie internazionali (tedesche in primis), era il primo ministro del governo insediatosi in Grecia subito dopo l’occupazione della penisola da parte delle forze dell’Asse, nel 1941. L’anziano pensionato poi concludeva: «Non vedo altra soluzione se non quella di porre una fine dignitosa alla mia vita, onde evitare di ritrovarmi a rovistare fra i cassonetti per sopravvivere». Secondo alcuni testimoni, prima di spararsi un colpo alla tempia l’ex farmacista avrebbe gridato: «Così non lascerò debiti ai miei figli!».

Maledetta austerità

Che il “risanamento” imposto ai greci dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale possa servire a migliorare la situazione appena descritta è quanto mai dubbio. Per farsi un’idea degli effetti delle misure di austerità previste dai due memorandum di intesa stipulati fra il governo greco e la cosiddetta Troika, una buona cartina di tornasole può forse essere costituita dallo stato della sanità pubblica.

A inizio 2012, Leta Zotaki, medico radiologo, insieme ad altri suoi colleghi ha occupato l’ospedale nel quale lavora, che si trova a Kilkis, vicino Salonicco. «La decisione», mi spiega la dottoressa «è stata presa il 13 febbraio, ovvero il giorno successivo all’approvazione del secondo memorandum da parte del Parlamento greco, al termine di un’assemblea alla quale hanno partecipato circa 300 lavoratori dell’ospedale». A Kilkis, come in altre strutture sanitarie greche, c’è una cronica penuria di personale, oltre a una mancanza di strumenti, medicine e materiali di uso quotidiano. «Negli ultimi due anni il numero dei lavoratori degli ospedali pubblici si è ridotto drasticamente per effetto del blocco del turn over stabilito dal primo memorandum (risalente a maggio 2010, ndr). Nel mio reparto, ad esempio, non siamo in numero sufficiente per far sì che possano essere eseguite quotidianamente le Tac, per cui abbiamo cominciato ad effettuarle solo in alcuni giorni della settimana». Ma a Kilkis i problemi non nascono solo dalla penuria di personale, ma anche dalla riduzione degli stipendi. «Ai non medici non vengono pagati gli straordinari dalla scorsa estate», prosegue la dottoressa Zotaki. «A noi medici è andata leggermente meglio ma è da novembre che non riceviamo più alcun compenso per il lavoro che svolgiamo fuori dall’orario. È una situazione drammatica per molti, perché lo straordinario, nella sanità greca, è una quota consistente dello stipendio, che altrimenti sarebbe troppo basso».

Secondo le stime del sindacato dei medici, in Grecia, nei prossimi mesi, rischiano di sparire a causa dei tagli alla sanità circa 50 ospedali, mentre il numero di posti letto passerà da 46mila a 36mila. «Il tutto non può che tradursi in un servizio più scadente per i cittadini. Eppure, mentre le prestazioni si riducono e si abbassano qualitativamente», sottolinea Zotaki, «usufruire del sistema sanitario pubblico diventa più costoso. Nel prossimo futuro, partorire in una struttura pubblica potrebbe costare a una donna fino a 900 euro». Non ci vuole una laurea alla Bocconi per capire che i greci, stretti fra la diminuzione del loro potere d’acquisto e l’aumento del costo dei servizi pubblici, difficilmente ricominceranno a consumare facendo ripartire l’economia.

Imprenditori in fuga, lavoratori in lotta

Se dal settore pubblico si passa a quello privato, le cose non migliorano. Le aziende che chiudono i battenti, che smettono di pagare i salari o che impongono ai lavoratori una drastica riduzione degli stessi sono sempre di più. La crisi del debito, e quella dell’economia reale che ne è seguita, spiegano solo in parte questo stato di cose, che affonda le sue radici nella storica debolezza del capitalismo greco. La crescita che ha caratterizzato il Paese nei primi anni Duemila era in realtà dovuta, più che a una reale espansione della base produttiva, ad un aumento incontrollato della spesa pubblica (si pensi ai fiumi di denaro spesi, in maniera spesso tutt’altro che limpida, per preparare il Paese alle olimpiadi del 2004) e al credito facile da parte delle banche. Ora che lo Stato rischia il default e che le banche non sganciano più un centesimo, sono molte le aziende che, da un mese all’altro, non erogano più gli stipendi e che magari riescono anche ad usare le tensioni sociali che ne derivano come strumento di pressione nei confronti dello Stato per ottenere vantaggi di vario tipo (in primo luogo fiscali).

A conti fatti, mentre molti imprenditori appaiono soprattuto impegnati a depositare le fortune accumulate in conti off shore, i lavoratori delle aziende in crisi, che scendono in sciopero e che in alcuni casi, in questi ultimi mesi, hanno anche tentato di far andare avanti autonomamente la produzione, sembrano gli unici intenzionati a salvare le poche imprese rimaste nel Paese. Gli esempi si moltiplicano. Oltre a quello, oramai piuttosto noto anche nel resto d’Europa, del quotidiano Eleftherotypia, i cui giornalisti, senza stipendio dal mese di agosto, alla fine del 2012 sono entrati in sciopero riuscendo tuttavia ad andare in edicola con una versione autoprodotta del giornale, ci sono anche i due casi di Alter Tv, un importante canale televisivo, e di Halyvourgia, una fabbrica siderurgica situata ad Aspropyrgos, nell’Attica occidentale. Tutte situazioni che si assomigliano soprattutto per un aspetto: i lavoratori scioperano (e non potrebbero fare altrimenti, visto che non vengono pagati), ma mostrano in diversi modi di essere pronti a tornare al lavoro, purché in condizioni di dignità.

I giornalisti e i tecnici di Alter Tv, fin che hanno potuto, hanno continuato a trasmettere, pur essendo in sciopero, un notiziario che proponeva un’informazione “altra”, cioè diversa da quella mainstream, sulla crisi e sulle aziende in lotta (ad esempio è stato mandato in onda un servizio sull’occupazione dell’ospedale di Kilkis, di cui si è detto). Ad Halyvourgia, la produzione è ferma da fine ottobre, cioè da quando gli operai della fabbrica hanno deciso di iniziare uno sciopero ad oltranza contro il ricatto della proprietà: o un taglio netto allo stipendio del 40%, o il licenziamento di 180 dipendenti su un totale di 380. Ma il padrone, Nikos Manesis, non ha alcuna fretta di trovare un accordo: agitando la prospettiva di una definitiva chiusura dell’impianto di fronte ai politici, è riuscito ad ottenere un notevole sconto sulla cifra totale che la sua azienda deve tanto alla compagnia dell’elettricità quanto a quella del gas, nonché il permesso, che aveva chiesto invano per anni, di costruire un porto privato di fronte alla sede di Aspropyrgos, per imbarcare direttamente l’acciaio destinato all’esportazione.

L’occasione della vita

Ma quali riflessi ha la situazione economica e sociale appena descritta dal punto di vista politico? E in che forme è possibile prevedere che essa possa influenzare il risultato delle elezioni politiche che si terranno il 6 maggio?

L’approvazione del secondo memorandum da parte della Voulì, il Parlamento greco, nella notte fra il 12 e il 13 febbraio 2012, mentre intorno a piazza Syntagma infuriavano gli scontri fra i manifestanti e le forze dell’ordine, non ha fatto altro che aggiungere benzina sul fuoco dell’instabilità politica greca. I due principali partiti che si sono alternati alla guida del Paese nel periodo successivo alla dittatura dei colonnelli, il Pasok (Movimento Socialista Panellenico) e la formazione di centrodestra Nuova Democrazia, hanno cominciato a perdere pezzi sotto la pressione della piazza. Ma, dal punto di vista politico, il dato di fondo di cui tenere conto è fondamentalmente uno: l’enorme ostilità, se non il disgusto, che la maggioranza dei greci nutre nei confronti dei partiti che hanno gestito il potere negli ultimi decenni. Se a ciò si aggiunge il malcontento sociale generato dal crescente impoverimento, si comprende facilmente come la vera opportunità, nelle consultazioni che si terranno il 6 maggio, sia quella che aspetta di essere colta dalla sinistra radicale. Ma, anche qui, i problemi non mancano…

Vassilis Moulopoulos è un deputato di Syriza, la coalizione di cui fa parte il Synaspismos, il principale partito della sinistra ellenica insieme al Kke (il Partito Comunista di Grecia). «Di fatto, la società greca sta andando incontro ad una radicalizzazione a sinistra, questo è indubbio», mi spiega in ottimo italiano ricevendomi nelle stanze del gruppo parlamentare. «La nostra coalizione fino a qualche tempo fa aveva il 3%. Attualmente, nelle intenzioni di voto, superiamo il 12%… Del resto è abbastanza comprensibile: la gente vede peggiorare la propria situazione a causa delle misure di austerità, e non si fida più né del Pasok né del suo principale antagonista di destra, Nuova Democrazia».

In effetti, sebbene i sondaggi diano in testa quest’ultimo partito, dicono anche che le diverse organizzazioni a sinistra del Pasok (oltre a Syriza e al Kke c’è anche Sinistra Democratica, una formazione nata nel 2010 da una costola di destra del Synaspismos), se si presentassero alle elezioni con una coalizione unitaria, potrebbero raccogliere il 30% dei voti e arrivare facilmente al potere. Un grande problema è rappresentato tuttavia dalle divisioni della sinistra e dal settarismo di alcune delle sue componenti. «Tanto il Kke quanto Sinistra Democratica», prosegue il parlamentare di Syriza «si rifiutano di allearsi con noi. Abbiamo fatto costantemente appello a un patto di unità d’azione, ma finora non abbiamo ottenuto risposte». Se il Kke continua a chiudersi nella sua ortodossia settaria e ultrastalinista, limitandosi a dire ai greci che per far uscire il Paese dalla crisi e dal capitalismo bisogna aspettare che il partito abbia la maggioranza relativa, Sinistra Democratica aspira invece a fare il portatore d’acqua al mulino del Pasok (che però è dato in caduta libera). «Il tempo stringe», conclude Moulopoulos; «oggi i greci guardano a sinistra, ma non è detto che continuino a farlo indefinitamente. Se noi siamo dati in crescita, è anche vero che per la prima volta, alle prossime elezioni, forse entrerà al parlamento greco un partito di chiara matrice fascista. Se non saremo noi a cogliere la palla al balzo da sinistra, stante la situazione di crisi sociale e politica, qualcuno nel prossimo futuro potrebbe riuscire a farlo da destra…».

(“adista Segni Nuovi”, n.17 del 2012)

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