3 dicembre 2010, Politica e società

Quella giustizia che serve al Paese

di Paolo Pombeni

Il segnale che è arrivato dalla I riunione della Associazione Nazionale Magistrati è importante e non va lasciato cadere: il presidente Palamara ha pronunciato un discorso realistico in cui invece di esporre argomentazioni da corporazione chiusa altre volte sentite, ha riconosciuto con coraggio che la giustizia funziona male, anzi è quasi al collasso, e che i giudici debbono darsi da fare in prima persona, da protagonisti, per riformarla.
Non è poco, perché è il piede giusto con cui partire per aprire un confronto:non pensare che le cose che non funzionano dipendano solo dagli altri, non dire che la colpa è sempre e solo di qualche diavolo.
Naturalmente il problema della riforma della giustizia è molto complesso e non riguarda solo il tema della durata eccessiva dei processi, su cui si è soffermato con forza Palamara.
Questo è senz’altro un problema che investe i giudici e non ci è sfuggito il coraggio che si è avuto nel dire che non si possono coprire comportamenti di “scarso rendimento” e che bisogna mettere seriamente mano al riordino del sistema organizzativo degli uffici giudiziari, che è un terreno scendendo sul quale si pesteranno non pochi calli. Però è un problema che coinvolge anche gli avvocati, perché per eliminare certe lungaggini bisognerà anche incidere in più di un meccanismo che consente tecniche dilatorie e intralci strumentali allo sviluppo dei dibattiti.
Ovviamente dicendo questo tocchiamo il delicatissimo problema che sta alla base di tutta la riforma: ristabilire un clima di fiducia per affrontare con serenità due questioni che sono indubbiamente “spinose”, ma che attengono esattamente a questa operazione di ristabilimento di una giusta “filosofia” (se ci si consente questa parola) della gestione della giustizia.
La prima riguarda l’annoso problema della separazione fra magistratura giudicante e magistratura inquirente. Senza scendere nei dettagli tecnici che lasciamo agli specialisti della materia, ci preme sottolineare il punto di partenza: è anomalo consentire che la pubblica opinione percepisca chi conduce l`accusa e chi deve giudicare nel confronto che questa stabilisce con la difesa come membri della stessa “corporazione”.
Il secondo punto da affrontare è la non appellabilità delle condanne di assoluzione da parte della pubblica accusa. Anche questo rientra nel superamento dell`idea, che vediamo pericolosamente svilupparsi, che il processo sia un duello fra accusa e difesa, per cui a tutti debba essere concessa la “rivincita” e poi “la bella”. Non è così.
Se una pubblica accusa, che ha a disposizione tutta la forza dello Stato per svolgere il suo compito, non riesce a convincere un giudice terzo che c`è una colpevolezza, significa che quella colpevolezza non esiste, o almeno non è dimostrabile e dunque non può essere né presunta, né ricercata più o meno all`infinito.
Non che i problemi siano tutti qui:il processo civile è un altro terreno dove l`intervento di un serio riformatore e atteso da tempo, per non elencare molti altri settori in cui sarebbe bene intervenire, come appunto l`organizzazione degli uffici-giudiziari.
Tuttavia se davvero, come ci si augura sia, la magistratura associata ha deciso di scendere sul terreno del confronto e di cooperare a fondo per ridare innanzitutto a sé stessa quel prestigio a cui ha diritto e che è nell`interesse dei cittadini recuperi appieno, allora deve avere il coraggio di discutere di tutto senza tabù. Innanzitutto, se ci è consentito, di discutere a partire da “filosofie di sistema” che prescindono dai tecnicismi e sono invece indirizzate a rendere la giustizia un meccanismo con una logica comprensibile al cittadino comune, dove si capisce che si mira non al trionfo degli azzeccagarbugli, men che meno a stabilire riserve di potere per questo o quello, ma a legittimare la capacità dello Stato di garantire un servizio essenziale.

(articolo tratto da “Il Messagero” del 27 novembre 2010, pag.1 e 26)

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