14 gennaio 2013, Politica e società

Quella borghesia dal fiato corto

di Gad Lerner

È davvero straordinaria l’enfasi con cui da più parti Mario Monti viene sollecitato a trasformarsi da tecnico “super partes” in leader politico dei moderati. Per il prestigio di cui gode a livello internazionale, egli viene invocato alla stregua di una figura salvifica. Una figura che dopo anni di tentativi fallimentari sarebbe finalmente in grado di realizzare il sogno di un partito “europeo” della borghesia italiana. Quel sogno, cioè, infrantosi con inesorabile puntualità ogni qual volta al cospetto s’è dovuto misurare con i vizi storici, economici e culturali della classe dirigente chiamata a farsene protagonista.
L’attuale reincarnazione di tale progetto dovrebbe vedere la luce nell’ambito del Partito Popolare Europeo, cioè la famiglia politica che nel 1998 accolse nelle sue file il movimento fondato da Berlusconi e ora lo riconosce con imbarazzo come un corpo estraneo. “La partecipazione di Mario Monti al vertice del Ppe a Bruxelles è uno di quei dettagli suscettibili di cambiare la storia di una nazione”, ha scritto – niente meno – il solitamente compassato Sole 24 Ore.
Con entusiasmo pari al quotidiano della Confindustria, anche Avvenire, il giornale dei vescovi, annuncia che “il Ppe ‘convince’ Monti”.
Ohibò. Siamo davvero in presenza di una svolta storica? Oppure dobbiamo più modestamente riconoscere nel pressing esercitato in queste ore sul presidente del Consiglio la solita, vecchia inquietudine che attanaglia le più varie forze moderate della penisola allorquando sentono avvicinarsi l’eventualità concreta di un governo di sinistra?
La novità su cui fa leva tale offensiva per un Monti bis è l’inedito favore che l’ipotesi della sua candidatura suscita nell’establishmentinternazionale, dagli Usa alla Germania. Anche un futuro governo di centrosinistra presieduto da Bersani difficilmente potrebbe fare a meno della funzione di garante che Monti gli fornirebbe nel rapporto con i nostri partner stranieri.
Ma resta del tutto inevaso l’interrogativo cruciale: trasformandosi da statista tecnico in leader politico, e consumando fino in fondo la sua rottura con la destra populista antieuropea che attraverso Berlusconi e Alfano lo ha sfiduciato in Parlamento, è verosimile che Monti possa raggruppare qualcosa di più di un magma di interessi eterogenei? Se esaminiamo difatti la variegata gamma delle personalità che finora hanno tentato invano di costruire una forza di centro moderato, notiamo che quasi tutte in un modo o nell’altro provengono da decenni in cui si erano accomodate all’ombra del berlusconismo. Ciò vale per i politici (Casini e Fini), per gli imprenditori (Montezemolo e Marcegaglia), per i sindacalisti (Bonanni), e anche per i vertici della Chiesa italiana.
Quanto ai tecnici di diversa provenienza trasformatisi in ministri tredici mesi or sono, da Passera alla Fornero, dalla Cancellieri a Grilli, la loro gestione delle politiche d’austerità non ha assunto un respiro che superasse la dimensione tecnocratica. In definitiva: la somma di questi spezzoni di classe dirigente ondivaga, magari con l’apporto dei fuoriusciti dell’ultim’ora dal Pdl, può davvero trasformarsi in un progetto politico coerente sol perché Monti ne diviene federatore nell’alveo del Partito Popolare Europeo?
È lecito dubitarne, tanto più che il popolarismo europeo, almeno nella sua componente cristiano- sociale rappresentata dalla Merkel, ha una storia non riducibile alla linea del rigore oltre la quale finora Mario Monti non è parso in grado di esprimersi. Il suo somiglia piuttosto a un disegno neoborghese liberale che in Italia nel passato ha avuto portavoce degnissimi ma sempre condannati al minoritarismo élitario.
Il colpo di bacchetta magica auspicato dagli zelanti notabili che oggi sollecitano Monti a entrare in politica – isolando la destra estremista e contrapponendosi al centrosinistra guidato da Bersani – deve fare i conti con una base popolare diffidente, visti gli esiti di sofferenza sociale determinati dall’azione del governo Monti. Basterà il richiamo messianico alla storia del Partito Popolare Europeo a dare vita a una creatura politica, anziché all’ennesima, fragile operazione verticistica di una borghesia dal fiato corto, poco propensa al rischio?

(“La Repubblica”, 15 dicembre 2012)

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