20 giugno 2012, Cultura - Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Psicologia della crisi

di Massimo Ammaniti

La crisi economica si sta ripercuotendo sulla vita di centinaia di milioni di persone sia a livello individuale che sociale. È diffuso un senso di insicurezza e di paura: si teme di dover rinunciare alle abitudini, alle risorse e alle necessità che hanno rappresentato le rotaie su cui si è mossa la vita personale e che si debbano affrontare in futuro sacrifici imprevedibili. Non dimentichiamo che, mentre Freud riteneva che la fondamentale motivazione umana fosse la pulsione sessuale, Bowlby negli anni ´60 del secolo scorso ha messo in primo piano il bisogno di sicurezza. Sicurezza di avere delle persone che si prendano cura di noi durante l´infanzia, sicurezza di avere rapporti affettivi, sicurezza di vivere in un mondo prevedibile e rassicurante, sicurezza di avere abbastanza risorse e di disporre di un contesto di vita stabile.
La crisi suscita inevitabilmente insicurezze e allo stesso tempo stimola l´esigenza di avere rassicurazioni per il futuro, che riguardano in primo luogo il lavoro, la protezione sociale ma anche la stessa vita familiare. Anche la dimensione psicologica individuale e sociale entra in gioco nell´affrontare lo stress e le avversità, non tutti reagiscono allo stesso modo, c´è chi non si fa piegare e cerca di utilizzare al meglio le proprie risorse, c´è chi si sente impotente e si fa sopraffare dall´ansia e dallo scoramento, c´è chi va alla ricerca con gli altri di nuove soluzioni per superare le difficoltà. Naturalmente ci sono anche caratteristiche nazionali, non ogni popolo reagisce allo stesso modo alle avversità per tradizioni culturali e per organizzazione sociale. Non è un problema nuovo, anche durante la crisi del ´29 emergevano grandi diversità fra i popoli. In un articolo del 1931 del New York Times dal titolo “Tests in adversity: America and Britain” (“Test nelle avversità: America e Gran Bretagna”) venivano analizzate le particolari risposte alla crisi. Mentre gli Americani cercavano di far leva sull´ottimismo e sulle speranze per la ripresa futura mettendo in piedi commissioni e gruppi di lavoro per risolvere i problemi, gli Inglesi reagivano col mugugno, trovando soluzioni individuali ed evitando di mostrare la propria ansia. Probabilmente la differenza è legata al fatto che la Gran Bretagna è un paese con antiche tradizioni, abituata a perdere le battaglie ma alla fine a vincere la guerra, mentre gli Stati Uniti sono un paese giovane che crede nel volontarismo partecipativo.
E l´Italia? Il clima che si respira in questi mesi è improntato al pessimismo e al senso di impotenza di fronte ad una crisi economica che colpisce soprattutto il nostro paese, anche se spesso si sente dire che non siamo come la Grecia. Siamo un paese che si perde facilmente d´animo e che dimostra la sua fragilità psicologica, ad esempio nello sport i nostri giocatori quando si trovano in difficoltà si scoraggiano, rinunciano, imprecano contro l´arbitro e la cattiva sorte. Ma se questo è vero, siamo anche in grado di farci valere in modo inaspettato, tutti si ricorderanno la finale di calcio del 2006 che la squadra italiana ha vinto con grande grinta. La prima tendenza è quella di rinunciare all´impegno sociale e di rinchiudersi nel proprio spazio privato familiare. Qui si conferma il “familismo amorale” italiano di cui parlò Banfield, che spinge a trovare scappatoie e compromessi personali dal momento che c´è poca fiducia verso lo Stato. Ma nella storia del nostro paese ci sono stati momenti di riscatto nazionale, solo quando si giunge a toccare il fondo.
Forse con la crisi economica siamo giunti al bordo del baratro anche per una lunga connivenza del paese, ora ci si attende un colpo di reni da parte di tutti. Le tasse vanno senz´altro pagate ma non basta, occorre investire sul futuro sapendo uscire dagli spazi rassicuranti e abituali e affrontare il rischio di nuove strade.
Il carattere italiano emerge spesso nelle scelte quotidiane, dettate più dai vantaggi immediati e dalla soddisfazione del momento anche se queste possono comportare a lungo termine gravi svantaggi. Sarebbe importante saper procrastinare il tornaconto personale dettato dal narcisismo personale e intraprendere una strada meno rassicurante ma più remunerativa in futuro. Sappiamo d´altra parte che l´economia non è una variabile indipendente, ma è fortemente condizionata dalle dinamiche psicologiche, come ha messo in luce il Premio Nobel Kahneman.

(“La Repubblica”, 1 giugno 2012)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 694778 visite totali
  • 557 visite odierne
  • 1 attualmente connesso