4 aprile 2011, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Primavera araba. Forze in campo e prospettive

tuareg libiadi Valerio Ochetto

Su YouTube gira in questi giorni un video-montaggio che inizia con una citazione di al-Zawahiri, secondo di Bin Laden, mentre urla che la rivoluzione nei Paesi arabi potrà essere fatta solo con le armi. Segue uno spezzone di tunisini festanti che in avenue Bourguiba celebrano la caduta di Ben Alì e una voce sovrapposta dichiara: prima risposta. Poi vengono gli egiziani di piazza Tahrir e la stessa voce aggiunge: seconda risposta. È uno dei tanti video dei giovani e ignoti protagonisti della rivoluzione nonviolenta che sta scuotendo il mondo arabo e islamico. La “primavera” del mondo arabo è già stata paragonata ai tornanti storici del secolo scorso: al ‘68 della contestazione giovanile e al 1989-91 del crollo, sempre in forma nonviolenta, dei regimi comunisti dell’Europa dell’Est e dell’Unione Sovietica.
L’annuale convegno, a Roma, della Comunità di Sant’Egidio (“Agenda della convivenza. Cristiani e Musulmani per un futuro insieme”, 23/2) ha agganciato l’attualità che ci tiene sospesi in questi giorni. Vittorio Ianari ha detto che questo elemento della nonviolenza smentisce chi, sinora, considerava l’islam intrecciato inestricabilmente con la violenza. L’eccezione, per il momento, è costituita dalla Libia, e non certo per volontà dei dimostranti, come nel 1989 era stata la Romania di Ceausescu.
Quali sono i protagonisti principali sulla scena, mentre le rivoluzioni continuano a diffondersi?
I movimenti giovanili che, dopo essere stati i protagonisti propulsivi, hanno già dichiarato (come il “Gruppo 6 aprile” in Egitto) di voler continuare l’azione politica. Sono certamente le forze più nuove e genuine, le più apprezzate dagli intellettuali, voce della coscienza critica. Bisognerà vedere se riusciranno a organizzarsi e passare dallo spontaneismo al programma politico e se riusciranno a continuare a parlare in forma efficace a larghe parti della popolazione.
I partiti tradizionali, che stanno risorgendo ovunque. In Egitto, tra gli altri, i liberal-democratici, i nasseriani, e persino il vecchio Wafd, partito nazionalista nato dopo il 1919.
I movimenti islamici, i più paventati dalla stampa in questi giorni. Ma esaminiamoli con maggiore attenzione, distinguendo. Una inchiesta (Karim Mezran e Massimo Campanini, I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo, Utet, 2010), rilanciata oggi dall’attualità, fa il punto sull’“internazionale” dei Fratelli Musulmani. Campanini applica la categoria gramsciana dell’egemonia alla strategia del movimento: conquistare la società dal basso, e infatti in Egitto, dove sono nati, hanno sviluppato un diffuso welfare, in mancanza di quello statale. Il loro fondatore, nel 1928, Hasan al-Banna, assassinato nel 1949, aveva indubbi tratti di estremismo islamizzante. Ma il suo fratello Gamal al-Banna, recentemente intervistato dalla televisione italiana, forse proprio rispondendo alla tesi del libro citato, afferma che i Fratelli non mirano più a essere la guida della rivoluzione araba, ma a costituirsi come partito accanto agli altri. Ormai i Fratelli sono diventati una galassia con varie tendenze, e sembra che quella prevalente miri a costruire un partito come quello turco Giustizia e Sviluppo di Erdogan, che governa da più anni la laicissima Turchia senza pretendere di imporre leggi costrittive come la sharia islamica. Certo, esistono anche tendenze più estremiste e confessionali, ma il fatto che la fine dei regimi autocratici le porti alle luci della ribalta, è meglio per il “gioco democratico” piuttosto che continuino a proliferare nell’illegalità, con il fascino della cospirazione. D’altronde esiste sullo scenario un’altra forza, che non tollererebbe la presa del potere da parte di partiti o movimenti confessionali.
L’esercito ha saputo sganciarsi abilmente dalla presa dei “regimi dei raís” e gode della fiducia delle popolazioni. I suoi capi sono tendenzialmente laici, per quanto questo termine occidentale valga per i Paesi islamici. C’è già un precedente, vivo nella memoria: il loro colpo di stato in Algeria nel 1992, contro la vittoria degli islamisti del “Fronte di Salvezza Islamica”.
L’evoluzione delle rivoluzioni arabe e del passaggio alla democrazia dipenderà anche da come noi le sapremo capire e aiutare. Per fortuna, l’Italia fa parte della Comunità Europea e con questa deve riequilibrare la sua politica estera. Anche noi abbiamo il nostro “sultano” in Berlusconi, che istintivamente parteggerebbe, anziché per i popoli, per i raís e per gli altri autocrati in giro per il mondo, come testimoniato da molti suoi atti nel passato.
Le prospettive riguardano anche come le nuove democrazie sapranno affrontare i tremendi problemi sociali dei loro Paesi. Si sono create grandi aspettative e i regimi democratici dovranno confrontarsi con queste rapidamente, pur facendo presente che non si può avere tutto e subito, che la legalità democratica richiede i suoi tempi. Altrimenti i movimenti islamisti radicali potrebbero montare in cattedra, sfruttando la delusione popolare.
Mentre scrivo quest’articolo, gli avvenimenti libici sono sospesi tra la tragedia e la speranza, con Gheddafi arroccato in una caserma-bunker di Tripoli come Hitler a Berlino nell’aprile ‘45. Ci si augura ancora che non si arrivi allo scontro finale, con un bagno di sangue. Che Gheddafi non finisca come Hitler o Ceausescu, ma come Pol Pot: confinato dai suoi stessi seguaci in uno sperduto villaggio, dove deve procacciarsi da mangiare, sino alla fine dei suoi giorni, lavorando la terra da contadino. Oppure come Milosevic, alla sbarra di fronte al Tribunale Internazionale sui crimini di guerra.

(“Adista Segni Nuovi”, n.22 del 19 marzo 2011)

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