16 novembre 2015, Cultura - Politica e società

Prendersi cura di Napoli

di Letizia Paolozzi*

Siamo qui a interrogarci su quale possa essere la bussola per contrastare questa sconfitta della civiltà che a Napoli distrugge vite, energie, saperi, memoria, ricordi, bellezza.
Andrea Saraiello aveva postato su Fb la sua foto con la pistola dorata poggiata alla testa chiedendo: “Io me la sento. E voi”?
Me la sento di distruggere una, tante esistenze.
Un giornale come Il Mattino, che sta facendo un lavoro serio, senza sbavature, ci fornisce il quadro: sono soprattutto – almeno a me pare – giovani maschi che praticano la violenza e si mettono alla prova; giocano con la morte.
“A me non importa se vivo o se campo”, dicono.
Certo, dietro a questa dissipazione a colpire è la crisi sociale, economica, politica. La debolezza delle istituzioni, gli esempi negativi nella classe dirigente. E poi le famiglie che non tengono, la rinuncia a trasmettere valori, a scommettere sul futuro.
Ne deriva un drammatico deficit di relazioni di cui soffrono questi ragazzi.
Un punto che ci riguarda sta proprio qui, nel vuoto di relazioni (l’opposto di quanto avviene in questa Rete di donne meridiane che si conoscono da tempo, si frequentano a tempi alterni, ma non hanno mai smesso di tenere un filo tra loro e scambiano idee, realizzano imprese).
Ora, un simile deficit pesa come la mancanza di beni: è una forma di povertà, di miseria simbolica, affettiva, umana.
In Cina l’essere insieme si chiama guanxi. Indica una rete di coesione sociale che difende nelle avversità, all’avvicinarsi delle tempeste.
Quando manca questo tessuto relazionale, si produce nelle società “avanzate” una sorta di “effetto tartaruga” (la definizione è del sociologo Richard Sennett) per cui ognuno ritrae la testa dentro il proprio guscio.
Oppure, nella disgregazione dei quartieri cosiddetti difficili, dove non c’è stata riqualificazione urbana, dove manca una socialità positiva, una disposizione alla cooperazione, questi ragazzi si concentrano su se stessi.
Non si nascondono, non ritirano la testa nel guscio: anzi, hanno bisogno di mostrare che sono dei protagonisti. Vogliono raggiungere questo obiettivo con ogni mezzo.
“Io voglio prevalere ma con le mie mani non posso, allora lo faccio con le armi. Con un’arma anche dieci persone le tengo – spiega un adolescente sul web – perché – continua – è prendersi quello che non hai mai avuto”.
In effetti, i loro intenti li scrivono sul web, su facebook, sui social che hanno moltiplicato la spinta verso questo tipo di protagonismo. Sono strumenti orizzontali, a disposizione di tutti. Democratici quando hanno dato il via alle rivoluzioni arabe, ai primi appuntamenti degli Indignados a Puerta del Sol, alla rivoluzione degli ombrelli a Seul, a Occupy Wall Street.
Minacciosi, negativi quando si prestano a enfatizzare, a velocizzare le carriere criminali di chi vuole farsi valere: dallo scippo all’usura all’omicidio.
Strumenti a due facce.
Ricordiamocelo quando discutiamo (questa estate i giornali hanno riportato per settimane le diverse opzioni, giudizi, schieramenti) se sia utile o dannosa la visione della fiction televisiva Gomorra-La serie.
Essendo io una appassionata spettatrice di molte serie americane dominate dalla presenza del male assoluto (Boardwalking Empire, Fargo, Homeland, The walking Dead e anche House of cards se pure somiglia meno delle altre fiction a una macelleria), mi pare che la rappresentazione del male assoluto più che suggestionare e dunque spingere all’imitazione della violenza, nomini un pezzo della realtà dove non c’è cura né delle persone né delle cose.
A Napoli però non è del tutto vero che non c’è cura.
Della città ci si prende cura con i libri: cito, e molti ne dimentico, “Certi bambini” di Diego de Silva, “Non mi avrete mai” di Guido Lombardi, “Cazzimma” di Stefano Crupi, “Teste matte” di Lombardi e Salvatore Striano.
Della città ci si prende cura con i gesti come la catena umana intorno alla questura per Nicola Barbato, il poliziotto dell’antiracket ferito a Fuorigrotta.
Oppure con le associazioni, tante, con la Chiesa, la scuola, i tentativi di gruppi di persone di buona volontà decise a “rattoppare” (Renzo Piano) le periferie, a renderle più vivibili anche attraverso la funzione sociale del verde, della Street art.
Forse anche con le marce e le fiaccolate ispirate dalle istituzioni. Ma troppo grande è ormai la distanza della gente dalle istituzioni (dalle quali non si sente rappresentati), dai partiti (che hanno commesso troppi errori).
In questa città il patto che sottende l’azione pubblica non va soltanto ridefinito, come suggeriva la nostra amica Luisa Cavaliere sul Corriere della Sera, ma proprio cambiato. Anzi, ribaltato.
Nonostante le migliori intenzioni, è la distanza dalla politica istituzionale a rendere le marce, le fiaccolate, i cortei dei gesti rituali, cerimoniosi ma poco efficaci.
Il pontefice nell’Enciclica sull’ambiente “Laudato sì” ha parlato di cura della casa comune e, per esempio, del divario tra zone residenziali ecologiche a disposizione di pochi e zone meno visibili dove vivono “gli scartati” della società.
Una Rete come questa di donne che conoscono l’importanza delle relazioni cosa può fare?
Il procuratore di Napoli Giovanni Colangelo ha lanciato una sorta di appello dicendo che non basta l’ordine pubblico, la polizia, la prevenzione. Che bisogna rivolgersi alle madri affinché i figli cambino strada: sennò hanno davanti solo due opzioni: il cimitero o il carcere.
Ora, va bene rivolgersi alle madri, ma perché del ruolo paterno non si parla?
Platone nella Repubblica riteneva dovere dei governanti, dei re-filosofi “aver cura e custodire i cittadini”. Dal momento che non abbiamo più i re-filosofi di questo aver cura vogliamo occuparci noi che non siamo regine-filosofe ma delle relazioni abbiamo esperienza.
A Bogotà, il sindaco Garzon aveva stipulato patti per la sicurezza e la vita in comune coinvolgendo e provocando a dirsi i sentimenti delle persone, dei cittadini. Gli affetti, le abitudini, le paure, i timori, i ricatti subiti.
Io credo che questa rete di Donne meridiane debba provare a far diminuire la distanza, indicando delle proposte, delle ipotesi a chiunque governa, governerà Napoli.
Non a un sindaco o a una sindaca amici nostri ma a chi si assume quella responsabilità e di quella risponde. Certo, non abbiamo alcuna intenzione di rimuovere i conflitti necessari, magari cominciando proprio dal piano del linguaggio, per fare chiarezza sul luogo dal quale si parla, su che cosa chiediamo a chi gestisce un potere amministrativo – o anche a chi opera nella scuola, nella polizia, magistratura ecc. Al limite nella famiglia…
Con chi litighiamo.
Se riteniamo utile avere un rapporto con le istituzioni penso si debba mettere nel conto anche la gestione di conflitti: Ti ho chiesto una cosa e non la fai, o la fai male, allora bisogna discuterne ecc. posso chiamarti pubblicamente a renderne conto. D’altronde, proprio per evitare che si pensi solo a atteggiamenti oblativi tipici di un certo femminile, nelle relazioni personali e sociali la cura prevede il conflitto (magari avendo anche cura.. che il conflitto non degeneri in violenza distruttiva….).
Dico queste cose proprio perché c’è l’equivoco che questa sia una iniziativa “collaterale” ad altre di cui i media sono pieni…
Importante è un lavoro di ascolto, mediazione e traduzione, venirsi incontro prestando attenzione a quante sono decise a riparare il mondo, senza scartare – scusate il gioco di parole – le “donne scartate”, quelle che vivono nelle zone meno visibili della città. Poiché conosciamo l’umana fragilità e l’interdipendenza tra persone e tra persone e cose, credo di poter dire che a noi interessa lavorare su questo terreno.

*Relazione svolta al convegno “Io che amo Napoli”, organizzato dalle Donne Meridiane venerdì 2 ottobre

(www.donnealtri.it , 9 ottobre 2015)

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