1 novembre 2012, Cultura - Politica e società

Povera. E di tutti

di Rosa Siciliano

Lo spirito soffiava. Vento di rinnovamento, leggero e promettente. Alito di vita, soffio gradevole di aggiornamento. Ecco cos’era il Concilio Vaticano II. Lo si è ricordato a Roma, il 15 settembre, in una bella assemblea autoconvocata. Oltre 104 le associazioni e le realtà di base ecclesiali, e tanti – ma proprio tanti – i singoli, che, insieme, in diversificata unità, hanno provato a porre le basi per un percorso comune. Una Chiesa aperta – quella raccontata e quella invocata – capace di accogliere, di comunicare, di abbracciare tutti e ciascuno nella sua diversità, di annunciare la gioia della salvezza. Una “Chiesa che guardi lontano”, che non escluda nessuno, una “Chiesa giovane” come la desiderava il card. Carlo Maria Martini, grande testimone dello spirito conciliare e di una fedeltà alla Chiesa stessa che non sia muta acquiescenza ma capacità critica di vivere la fede.

A lui, il cui spirito aleggiava nell’auditorium romano, è stata interamente dedicata l’assemblea della “Chiesa di popolo. Chiesa dei poveri”. A lui, che aveva ricordato il Concilio perché «si usciva finalmente da un’atmosfera che sapeva di muffa, di stantio, e si aprivano porte e finestre, circolava l’aria pura, si guardava al dialogo con altre realtà, e la Chiesa appariva veramente capace di affrontare il mondo moderno» (Carlo M. Martini, in Famiglia Cristiana, intervista a cura di A. M. Valli, 18/9/2011).

L’assemblea si colloca in una particolare e difficile congiuntura economica, politica e culturale, che apre interrogativi e che pone improrogabili nodi critici da sciogliere. Accanto e per i poveri, prima di tutto. La storia ci interpella, in quanto credenti e fedeli al Vangelo, perché «mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica; e tuttavia una grande parte degli abitanti del globo è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini non sanno né leggere né scrivere. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto sorgono nuove forme di schiavitù sociale e psichica» (Gaudium et Spes, n. 4). Di fronte alle nuove forme di schiavitù e al vuoto di profezia odierno, si avvertiva la necessità di “fare memoria creativa del Concilio”, di attivarne “le dinamiche generatrici”, di essere testimoni del legame inscindibile tra Pace e Giustizia, come scrive Sergio Paronetto, vicepresidente di Pax Christi Italia, nel suo saluto inviato all’assemblea.

Con lo spirito del Concilio, festosamente memori della sua portata innovativa e consapevoli dell’urgenza di rileggere l’evento nell’oggi, ci si è ritrovati insieme. Da più parti, da luoghi diversi (geografici e simbolici), una bella Chiesa di popolo, ha riconosciuto nell’assemblea di Roma un luogo in cui ritrovarsi, da cui ripartire; un progetto in cui riconoscersi.

Segno di una nuova possibile aurora, vissuta in un clima di gioia, la stessa gioia biblica con cui Rosanna Virgili ha inaugurato l’assemblea e di cui era intriso il nostro stare insieme. Segno che è tempo per la Chiesa di riaprire la stagione delle riforme; tempo di nuovi aggiornamenti, quindi, perché, come diceva don Tonino Bello, giovanissimo all’epoca dell’apertura del Concilio, forse, è il momento che la Chiesa riveda i suoi strumenti, «qualche suo abito, spogliandosi, se occorre, di qualche vecchio mantello regale rimasto sulle spalle sovrane, per rivestirsi di più semplici forme reclamate dal gusto moderno».

Insomma, rievocando i passaggi memorabili del Concilio, le principali novità introdotte, la risposta al mondo e il suo mettersi al servizio del mondo, le sue diverse ermeneutiche, è emerso il volto di una “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”, come evocava la convocazione dell’incontro, riprendendo la coraggiosa espressione di papa Giovanni XXIII pronunciata nel messaggio radiofonico dell’11 settembre 1962: «In faccia ai Paesi sottosviluppati, la Chiesa si presenta quale è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri».

Chiesa di tutti, al servizio del mondo, dei poveri, dei diseredati. Chiesa che cammina con i poveri e di cui ci sentiamo “discepoli”.

Nel ripercorrere il filo della memoria di questo straordinario evento della storia del Novecento, che ha dato ali diverse al futuro della Chiesa, ma che ha fortemente inciso anche nel mondo laico, nel ricostruire la tensione positiva che scorre tra continuità e rottura, tra tradizione e rinnovamento, si è celebrata “l’unità umana”, nel cui auspicio risiede l’attualità del Concilio.

«L’unità umana – ha concluso Raniero La Valle – è infatti l’unica prospettiva possibile per la soluzione della crisi presente. Non diversamente da cinquant’anni fa, la crisi ci interpella oggi in modo pressante. C’è troppo scialo di morte, come diceva padre Turoldo; ma c’è anche troppo scialo di poveri. I poveri crescono in tutto il mondo, perché il sistema non li prevede; se ci sono, esso li lascia cadere; i poveri non sono nei numeri delle agenzie di rating né tra i marchi esibiti dai mercati e, come dice l’Apocalisse, senza il marchio della bestia e il numero del suo nome i poveri non possono né comprare né vendere, cioè non possono vivere. Ai mercati essi non interessano». Ma i poveri a noi interessano. E ci interessa una Chiesa povera. I poveri sono i veri interlocutori e protagonisti del messaggio evangelico. Essi sono la forza della Chiesa, essi sono i discepoli. E accanto a Sobrino, ai martiri Ellacuria, Romero, alle voci profetiche di Girardi, Turoldo, Balducci, Dossetti, proveremo a rintracciare percorsi di liberazione possibile per tutti e tutte. Percorsi di una Chiesa di tutti.

Proveremo a farlo, partendo proprio dalla memoria: dai cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II; dal sogno dei padri (e delle madri) conciliari, che vive, e cammina, sulle nostre gambe.

* Direttrice di “Mosaico di pace”, mensile promosso da Pax Christi

(“Adista Segni Nuovi”, n.34 del 2012)

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