20 settembre 2014, Politica e società

Più povertà più forti i poteri

di Raniero La Valle

C’è un dato di apparente incomprensibilità nel fatto che mentre s’infiamma la situazione del mondo (da Gaza al progetto di Califfato islamico, dalla Siria all’Ucraina) e mentre la catastrofe economico-sociale italiana esplode nella insopportabile cifra di 6 milioni di poveri, pari al 10 per cento della popolazione, la lotta politica è scatenata sull’abolizione del Senato e la sostituzione del “Porcellum” con un “Porcellum” aggravato.
Il governo dice che se non facciamo subito queste riforme l’Europa si inalbera e la crisi economica peggiorerà, ma l’Europa non sa nemmeno che noi abbiamo due Camere né mai se ne è data il minimo pensiero; per contro la disoccupazione continuerà a devastare famiglie e giovani, neolaureati ed esuberi, cittadini e immigrati anche se i senatori senza più Senato invece dell’indennità prenderanno la pensione e se alla Camera invece di sette od otto partiti ce ne saranno solo due, e magari uno.
Sembra un paradosso e invece non lo è; non è mai vero che quello che succede in politica sia del tutto incomprensibile e privo di ragioni. Del resto qualche sprazzo di verità talvolta perfora la coltre della disinformazione in cui sono avvolti i mezzi di informazione. In questo caso il guizzo di verità è venuto fuori al Senato all’inizio della discussione in aula sulle riforme costituzionali, quando il senatore Calderoli, autore del “Porcellum” e coautore della precedente riforma costituzionale tentata da Berlusconi ha detto, beffardo, che avergli dato l’incarico di relatore sulla riforma renziana è stato come mettere una pistola in mano a un “serial killer”. Il sottinteso era che il soggetto da abbattere fosse la Costituzione, e del resto non c’era niente da nascondere perché se la Lega ha come suo programma di spiantare l’Italia, certo non può essere pensata come paladina delle migliori riforme e fortune della sua Costituzione.

Non più limiti e contrappesi al potere

Dunque quello che succede si può capire. Si capisce come sia in corso in Italia, che è l’anello più debole delle democrazie avanzate, un esperimento che se riesce potrà diventare normativo per tutta l’economia globalizzata; esso dice che il gioco delle garanzie e dei limiti imposti al potere – di cui è stata fatta finora la storia della democrazia – è finito, e che ora si restituisce al potere autonomia, decisione, rapidità e potenza; se aumenta la povertà devono aumentare i poteri per governarla; la sovranità popolare, i sindacati, gli scioperi, i diritti, la libera scelta dei parlamentari andavano bene quando c’erano le dogane e l’economia e la finanza stavano nello spazio degli Stati, cioè della comunità politica, ma ora si fa sul serio, l’economia è salita sul tetto del mondo, domina le frontiere, si è avocata la sovranità, ha dato lo scettro al denaro e ai suoi derivati, ai suoi sacerdoti e ministri. E ora essa si fa le sue Costituzioni, di cui l’ultima in dirittura d’arrivo è il Trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti che fa delle imprese i nuovi Principati che possono chiamare in giudizio gli Stati e avere ragione contro di loro.
Questo processo in Italia era in atto da tempo, quale che fosse il governo, consapevole o inconsapevole che ne fosse. Berlusconi non fu capace di portarlo a termine, era troppo distratto da altre cose; per fare questi cambiamenti ci vuole passione, forza giovanile e una certa arroganza. In ogni caso, però, la partita non è giunta al termine, c’è ancora tempo per prendere altre strade.
Anche per questo è importante vedere i dettagli della riforma in corso (aggiornati al 15 luglio) per capire come sarebbe l’ordinamento politico che ne risulterebbe.

Che ne sarà del Senato

Il Senato, che per concessione innocua continuerebbe a chiamarsi Senato della Repubblica e non Senato delle Autonomie, si avvierebbe verso l’atrofia, se non verso il ripostiglio degli Enti inutili, come il CNEL, giustamente abolito. Non sarà eletto a suffragio universale e diretto, il che può risultare assai grave quando il Senato partecipi alle revisioni costituzionali, concorra con la Camera alla legislazione ordinaria, contribuisca all’elezione del Presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura.
Il Senato sarà formato da 100 membri: 5 saranno nominati dal Presidente della Repubblica (finiti i senatori a vita, gli altri lo saranno per sette anni); 21 sindaci e 74 presidenti di giunta o consiglieri regionali saranno eletti dai Consigli regionali. Essi seguiranno le sorti degli Enti territoriali da cui provengono, sicché il Senato non sarebbe mai rinnovato tutto insieme, ma con avvicendamento dei singoli membri, man mano che i senatori decadranno dalla loro carica originaria. Essi non sarebbero pagati (questa sarebbe, secondo Renzi, la nobile ragione per cui i senatori “ribelli” si oppongono alla riforma), ma avrebbero lo stipendio dagli Enti di provenienza. Tuttavia, pur pagati da loro, sindaci presidenti di giunta o consiglieri regionali non potrebbero più fare niente per le loro istituzioni territoriali. Se infatti si dovesse prendere in parola che entro cinque giorni il Senato potrebbe chiedere di esaminare determinate leggi approvate dalla Camera, e in 15 giorni modificarle, il Senato dovrebbe sedere in permanenza e i suoi membri essere ogni settimana nella capitale. È impensabile perciò che il sindaco di Milano o il presidente della Sicilia possano venire a fare i senatori a Roma. Del resto non avrebbero nessun ruolo in ordine alla fiducia al governo (e non solo non potrebbero concederla, ma nemmeno revocarla; di fronte a un governo liberticida il Senato non potrebbe farci niente), né potrebbero fare inchieste sulle emergenze del Paese, e nemmeno interferire nella decisione sullo stato di guerra, che è di pertinenza del primo ministro e della sua maggioranza alla Camera.
In sostanza la strada è segnata non verso un bicameralismo imperfetto, ma verso la soppressione della seconda Camera; e allora piuttosto che questo mediocre compromesso, sarebbe meglio così e magari usare Palazzo Madama, come altra volta abbiamo proposto, per insediarvi un Senato dei popoli.
Ma anche qui la ragione di tutto questo non è difficile a trovarsi. Il bicameralismo non è un capriccio di costituenti frenatori, è uno degli strumenti (e come strumento certamente opinabile) del sistema delle garanzie, degli equilibri e della bilancia tra i poteri, che è l’unico sistema finora escogitato per impedire l’esercizio assoluto e incondizionato del potere; e questo il potere non lo gradisce.
La stessa funzione ha il rapporto di fiducia tra Parlamento e governo; fiducia che non solo deve sussistere all’atto della formazione del governo, ma deve anche essere revocabile, altrimenti, di fronte a governi micidiali non resta che l’insurrezione popolare. In proposito la “ratio” della riforma è chiara: finché, nell’apparenza che nulla cambi, si debba mantenere l’istituto della fiducia, è meglio che essa sia data da una Camera sola, invece che da due; per una democrazia dimezzata meglio mezzo Parlamento che un Parlamento intero.
Ciò fatto rimane da assicurare la supremazia del governo sulla Camera residua, e a ciò provvede sia una modifica costituzionale, sia la legge elettorale.
La modifica costituzionale è quella che elargisce al governo il potere di sottrarre le sue leggi a ogni possibile cambiamento in sede di discussione parlamentare (gli “emendamenti”, senza i quali non avrebbero senso dei legislatori in Parlamento, servono a questo). Finora il governo aveva a disposizione l’arma della questione di fiducia che, posta su un determinato testo legislativo, ne impediva qualsiasi modifica. Nella nuova Costituzione a questo strumento si aggiungerebbe che il governo potrebbe chiedere alla Camera di approvare entro sessanta giorni una legge di suo particolare interesse e, scaduto inutilmente questo termine, pretenderne il voto articolo per articolo senza alcun emendamento.
La legge elettorale per disboscare il sistema

Tuttavia il vero dominio del governo e del suo capo sulla Camera residua sarebbe assicurato dalla legge elettorale già approvata a Montecitorio ma non ancora dal Senato. Essa (salvo ripensamenti fortemente sostenuti da Alfano, da cui pure dipende la vita del governo), non prevede preferenze: i cittadini con la scelta dei parlamentari non c’entrano; la famosa “casta” politica deve perpetuarsi per cooptazione. Inoltre la legge tende a “decespugliare” il campo politico, cioè a farne un deserto, nel quale, allo stato delle cose, dovrebbero rimanere a svettare solo tre partiti, il Democratico, Forza Italia e Cinque Stelle. Ciò sarebbe ottenuto con gli sbarramenti: sotto il 12 per cento nessuna coalizione prenderebbe seggi, sotto l’8 per cento nessun partito non coalizzato prenderebbe seggi, sotto il 4,5 per cento nessun partito coalizzato prenderebbe seggi, ma con i suoi voti concorrerebbe a far eleggere gli altri della coalizione. Alla fine chi avesse il 37 per cento dei voti prenderebbe un premio per arrivare ad avere il 55 per cento dei seggi, e se nessuno ci arrivasse si andrebbe al ballottaggio tra i primi due, col premio per il vincitore fino al 53 per cento. Si creerebbe così un sistema binario con due sole coalizioni o partiti, diventati infine così omogenei tra loro, pur nella competizione di potere, da far sì che sulle due rotaie del binario finirebbe per passare un unico treno.
Una legge elettorale siffatta servirebbe a dare una maggioranza assoluta al vincitore delle elezioni (secondo lo slogan per il quale la sera del voto si deve sapere chi governerà nei prossimi cinque anni); essa però certamente non può essere considerata tale da assicurare una rappresentanza corrispondente alla realtà politica del Paese. Quello che ne deriverebbe sarebbe un governo del Primo ministro, come dai giuristi fascisti fu definito quello allestito da Mussolini. Oggi certo non c’è nessun Mussolini; la cosa singolare è però che mentre in genere sono i dittatori che si fanno un governo a loro misura, qui c’è invece una democrazia che prepara un governo fatto su misura per un futuro eventuale dittatore.
La riforma costituzionale incide anche sugli strumenti di partecipazione, rendendone più difficile l’esercizio. Le leggi di iniziativa popolare dovrebbero partire con 250.000 firme invece di 50.000, e i referendum abrogativi con 800.000 firme invece di 500.000.

Qualcosa di buono

C’è però anche qualcosa di buono. Già dopo le prime 400.000 firme la Corte Costituzionale si esprimerebbe sull’ammissibilità del quesito referendario; e perché il referendum risulti valido, occorre che voti non la metà dell’elettorato, spesso irraggiungibile come è stato finora, ma solo la metà degli elettori che hanno votato per la Camera nelle precedenti elezioni politiche. Inoltre contro le leggi che disciplinano l’elezione di deputati e senatori è ammesso, prima della loro promulgazione, il ricorso alla Corte costituzionale per un giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte di un terzo dei componenti di una Camera. E ciò significa che riforme della Costituzione si possono fare non solo per restringere, ma anche per allargare gli spazi della democrazia.

(“Rocca”, n.13/2014)

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