10 ottobre 2011, Politica e società

Piazza, bella piazza

martedì.di Claudio Fava

Ricucire l’Italia. Prima che sia troppo tardi, che ci si abitui a un paese sfrangiato, incupito, illividito dai rancori. Ricucire l’Italia sapendo che l’ago, come scrive il fondatore di Libera Luigi Ciotti, siamo noi italiani. E il filo è la Costituzione, le sue parole smarrite, sfasciate, svendute a poco prezzo. A Milano, oggi pomeriggio, con appuntamento alle 14.30 all’Arco della Pace, l’associazione Libertà e Giustizia chiama a raccolta l’Italia che ci crede, che non si è seduta sulla riva del fiume ad aspettare che la corrente si porti via – assieme ai detriti del paese – anche il monarca e i suoi cortigiani.

L’appello arriva con le parole di Gustavo Zagrebelsky che richiamano lo stesso spirito di una nazione liberata e di una civiltà delle cose che stava nelle parole di un vecchio costituente come Calamandrei. E non è un caso che ci siano assonanze tra il presente e quel tempo. Allora si usciva da una guerra mondiale e da una lotta contro il nazifascismo. Oggi non ci sono più guerre né tiranni, ma crescono le umiliazioni, gli sputi, le miserie delle parole e dei gesti.

Com’è accaduto due giorni fa, con i morti di Barletta e il teatrino di Montecitorio. Altrove, il capo del governo – di qualunque governo, destra o sinistra poco importa – sarebbe stato accanto a quei morti, a quelle bare, alla vergogna di un’Italia in cui si lavora e si crepa in nero. Invece il capo del nostro governo stava alla buvette della Camera per sollazzare i giornalisti con il nome immaginifico del suo nuovo partito: Forza gnocca, lo stesso lessico degli adolescenti che pittano i muri dei gabinetti al ginnasio. E oggi il cavaliere ci fa sapere che sarà in Russia, da Putin: meglio, al “compleanno di Putin”. Festa privata, gnocche private, ricchi premi e cotillon.

Ricucire l’Italia cominciando dalle nostre parole che vanno ritrovate, rianimate, ricollocate nel giusto lessico, nell’antico decoro. Le parole che servono a riparare, a prendersi cura, a non lasciare che il risentimento prevalga sule cose da dire e da fare. Ricucire l’Italia magari ricominciando a indignarci, a provar scandalo, a riaffermare il comune senso del pudore. Il pudore affaticato di un paese che ha imparato a digerire tutto, i ministri amici dei mafiosi, i mafiosi travestiti da onorevoli, gli onorevoli senza lo straccio di alcun onore. Qualcuno – Della Valle – ha pensato di rispondere a questa crisi di civiltà acquistando una dozzina di pagine sui maggiori quotidiani italiani per chiedere che i politici se ne vadano a casa: e per chiederlo ha speso quello che le quattro operaie ammazzate a Barletta guadagnavano in tre anni di lavoro in nero. Qualcun altro – Montezemolo – pensa di risolvere tutto fondando un nuovo partito popolare dei padroni che non sia né di destra né di sinistra, né di su e neppure di giù che tanto questi son solo dettagli. C’è chi nel chiuso di una ridotta parlamentare, o in palazzi assai più nobili, s’industria per tenere accesa ad ogni costo una fiammella di vita di questa legislatura, si accanisce in terapie mortificanti e già ricama governi tecnici, governissimi, esecutivi di salute pubblica. Come se la soluzione fosse sempre galleggiare, sopravvivere, tirare a campare.

Ricucire l’Italia è anche un patto di verità tra chi crede che la via di fuga non sia la demagogia, la bestemmia urlata in piazza alla Grillo, l’antipolitica da uomo qualunque. Va cucita insieme un’Italia che già c’è, che s’è mostrata nella battaglia referendaria, che sta animando la vertenza democratica contro la legge bavaglio, che ha espugnato città ritenute ormai perdute come Milano, Napoli, Cagliari. Ritrovarsi in una piazza può apparire una liturgia stanca. Ma a molti è rimasta solo quella: la piazza, e la voglia di restituirle parole e speranza. Altrimenti di questi centocinquant’anni di unità nazionale resteranno solo piccole cose buone a far festa nelle scuole, trombettieri, strofette risorgimentali, un gomitolo di fili spezzati. Scrive Zagrebelsky, a proposito del suo appello, che “sono parole che non avremmo voluto né pensare né dire. Ma non dobbiamo tacerle”. Ecco, una piazza serve anche a questo: a non tacere.

(www.sinistraecologiaeliberta.it , 8 ottobre 2011)

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