23 marzo 2017, Politica e società

Perchè quattro anni di astio per Jorge Mario Bergoglio?

di Riccardo Cristiano

Forse il metodo più empirico ma efficace per valutare la portata di questi quattro anni di pontificato non è tornare all’inizio del 2013, alle parole che si usavano allora per descrivere la crisi del papato, ma di tornare per qualche momento al 21 ottobre 2015, quando qualcuno cercò di sostenere che papa Francesco era afflitto da un tumore: al cervello. Era, guarda caso, una “bufala”. Più recentemente è apparso un manifesto irridente sui muri di Roma. Quindi è stato fabbricato un falso “Osservatore Romano”. Così facendo non ci chiederemo, un po’ agiograficamente, quanto bene ha fatto alla Chiesa Jorge Mario Bergoglio, ma che cosa abbia fatto per meritarsi tutto questo e altro ancora, come l’accusa di essere “un gesuita travestito da francescano” . Davvero tutto questo si spiega perché avrebbe indicato che in qualche caso, in un percorso di recupero, si può anche dare la comunione a un divorziato risposato? Ma non è quello che accade da anni e anni in tutto il mondo?

Io non credo che sia questo il punto. Forse invece ad alcuni non piace che abbia chiaramente affermato che il cristianesimo non è la religione dei legulei, ma di Gesù, e che l’attenzione prioritaria di Gesù era per i poveri, lasciando alle nostre spalle i merletti, le croci d’oro e l’idea che la Chiesa sia un giudice collocato al di fuori e al di sopra della storia.

Papa Francesco ha dato un senso al titolo (non di sempre, solo dal tempo trionfalista di Innocenzo III) di Vicario di Cristo in terra, facendo del papa un uomo, nel suo caso “peccatore e fallibile”, che prova a vivere come Gesù. E quindi potremmo dire che la sua musica sacra non è il “Dies Irae” ma il “Dies miserciordiae”.

La misericordia non è certo un’invenzione di Papa Francesco, ma una superficiale cultura plasmata da un riduzionismo bignamistico di Dante ci ha convinto per secoli che Dio è cattivo, severo, sta sempre con il dito puntato contro. Il suo pontificato dunque può essere visto come superamento di una visione malamente veterotestamentaria, con quella del Concilio Vaticano II. Detto in poche parole, quel che qualcuno non gli si può perdonare è di essere il papa che dall’interpretazione del Concilio è passato all’attuazione del Concilio. “Ma no, lui cambia la dottrina!”, obiettano alcuni. E il Concilio che dalla preghiera per il “perfido giudeo” è passato al rapporto fraterno con gli ebrei cosa ha fatto? Il Concilio che ha riconosciuto la libertà religiosa, che anche lì ci sono semi di verità, cosa ha fatto? Coerentemente monsignor Lefebvre ha sempre lasciato intendere che questo era il punto “irrinunciabile”.

Da figlio del Concilio, e non da padre conciliare, Bergoglio ha chiesto alla Chiesa cattolica non di interpretare, ma di attuare il Concilio del dialogo con la modernità. Ma soprattutto gli ha chiesto di essere “in uscita”. Di andare incontro a chi vive il tempo presente, le sue ombre, le sue inquietudini, le sue storture, le sue ingiustizie. Ecco perché a poche ore dal quarto anniversario del suo pontificato ha detto: “ esprimo la mia vicinanza al popolo del Guatemala, che vive in lutto per il grave e triste incendio scoppiato all’interno della Casa Refugio Virgen de la Asunción, causando vittime e ferite tra le ragazze che vi abitavano. Il Signore accolga le loro anime, guarisca i feriti, consoli le loro famiglie addolorate e tutta la nazione. Prego anche e vi chiedo di pregare con me per tutte le ragazze e i ragazzi vittime di violenze, di maltrattamenti, di sfruttamento e delle guerre. Questa è una piaga, questo è un urlo nascosto che deve essere ascoltato da tutti noi e che non possiamo continuare a far finta di non vedere e di non ascoltare.” Le periferie non sono davvero il centro?

Questo per me è il suo merito epocale; i suoi errori contingenti, come quelli di qualsiasi uomo “peccatore e fallibile”, richiedono onestà, non certo agiografia, ma neanche cartelle cliniche false.

(“Reset”, 12 marzo 2017)

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