20 marzo 2015, Politica e società - Recensioni

Perchè lo Stato ha perso la guerra contro Gomorra

di Roberto Saviano

Il libro di Ardituro e Del Porto: una denuncia e la storia di una sconfitta soprattutto politica.

Ho letto Lo Stato non ha vinto , libro di Antonello Ardituro – pubblico ministero della Dda di Napoli ora al Csm, che ha portato avanti in questi anni inchieste importanti contro il potere camorrista borghese – scritto in collaborazione con Dario Del Porto, giornalista rigoroso che si occupa di cronaca giudiziaria in terra di camorra.

L’ho letto con una partecipazione enorme perché molto di ciò che racconta l’ho vissuto sulla mia pelle, fa parte del mio curriculum passionis, dalla lettura dell’istanza di rimessione da parte di Michele Santonastaso, avvocato dei boss casalesi Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, a marzo 2008 durante il processo Spartacus, all’inizio della strategia stragista portata avanti da Giuseppe Setola.

Ricordo che in quei mesi ero sotto un’incredibile pressione: da una parte le minacce dell’organizzazione criminale, dall’altro gli attacchi che venivano dalla mia terra, da chi mi accusava di aver speculato sulle sue disgrazie, da certa stampa che non vedeva l’ora di abbattere il simbolo.

Antonello Ardituro e Dario Del Porto hanno scritto un libro necessario: leggerlo significa rendersi abili a disegnare una mappa precisa di chi davvero diffama, avvelena e mortifica il nostro paese. La lista è lunga e non inizia certo dai camorristi, ma da chi ha consentito loro negli anni di arricchirsi impoverendo tutto il resto, tutti gli altri, tutti noi. Di diventare la prima forza economica del Paese. Ardituro scrive che alcuni dei processi citati nel libro non sono ancora conclusi e lo scrive perché è fondamentale considerare qualunque imputato innocente fino a che il terzo grado di giudizio non abbia stabilito il contrario.

Ma non possiamo esimerci, anche nel caso di assoluzioni, di analizzare le enormi responsabilità politiche di uomini come Antonio Bassolino, che è stato governatore della Campania durante gran parte dell’emergenza rifiuti; di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’economia durante l’ultimo governo Berlusconi, attualmente in carcere perché ritenuto «il referente nazionale» delle cosche casalesi; di Nicola Ferraro, imprenditore dei rifiuti, consigliere regionale eletto nelle liste dell’Udeur, considerato anche uno degli esponenti politici di riferimento del clan dei casalesi e condannato in primo e secondo grado con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Le responsabilità della politica, in terra di camorra, vanno al di là di qualsiasi condanna un tribunale possa pronunciare. La politica, con la sua connivenza, ha reso la camorra potente. Secondo Ardituro e Del Porto – e concordo pienamente con loro – mafia e camorra non sarebbero potute esistere e proliferare se lo Stato non avesse fatto da utile sponda.

In terra di camorra progetti nati per l’imprenditoria sana finiscono per foraggiare, grazie all’intercessione di funzionari e politici conniventi, la borghesia mafiosa che utilizza questi capitali per giustificare il fiorire di attività che servono poi per riciclare denaro proveniente da attività illecite. Ma c’è di più: banche e istituzioni spesso hanno sostenuto imprese criminali perché certe che i prestiti concessi sarebbero rientrati senza rischio.

C’è un’inchiesta che riguarda Nicola Cosentino che, secondo l’accusa, quando ancora ricopriva l’incarico di sottosegretario all’Economia con delega al Cipe nel governo Berlusconi, avrebbe fatto pressioni su alcuni funzionari dell’Unicredit affinché sbloccassero un prestito di cinque milioni e mezzo di euro in favore dell’imprenditore Nicola Di Caterino, cugino dei boss Giuseppe e Massimo Russo. Quella somma doveva servire per costruire un centro commerciale a Casal di Principe, ma la fideiussione presentata era falsa e quindi la pratica si era arenata. La procura sostiene che fu proprio grazie a Cosentino che la pratica fu sbloccata.

Ma raccontare il male non significa creare una linea netta di demarcazione tra noi, i buoni, e loro, i cattivi. Raccontare il male significa sforzarsi di capire quanto di quel male ci appartiene. E Lo Stato non ha vinto diventa in questi mesi un viatico più che necessario, perché ora che è massima l’attenzione al terrorismo internazionale di matrice islamica, ci ricorda che non esistono mali minori, che classificare come “male minore” la criminalità organizzata, abbassare la guardia, significa fare il gioco delle organizzazioni. Dove c¿è attenzione c’è giustizia, dove c’è luce i processi viaggiano veloci e i giudici non vengono intimiditi o avvicinati. Questo bisogna ricordarlo sempre.

Ardituro racconta come Antonio Iovine sostenga di aver pagato l’avvocato Santonastaso in due occasioni, la prima con 200 milioni di vecchie lire, la seconda con 200mila euro, per ottenere in ap- pello l’assoluzione in due processi per omicidio. Questa prassi salta completamente dopo la pubblicazione di Gomorra perché il clan dei casalesi viene strappato con la forza dall’ombra per diventare oggetto di attenzione nazionale e internazionale. E i processi che non possono essere più pilotati.

Qui credo sia necessario fare una considerazione sullo stato della lotta alla mafia oggi. Durante i governi Berlusconi, l’argomento mafioso era una priorità perché le opposizioni ne facevano vessillo. Dalla fine del berlusconismo parlare di mafia, anche per chi è al governo, diventa quasi una vergogna, come se la massima berlusconiana che recita «non parlare di mafia per non diffamare il Paese» avesse paradossalmente dopo di lui trovato la sua piena attuazione. In più scontiamo il peggior lascito del berlusconismo, ovvero l’impossibilità di valutare serenamente e con oggettività il lavoro della magistratura che dopo i ripetuti attacchi va difesa a qualunque costo. Ardituro mostra invece come non esista comparto che non sia stato avvicinato dai clan, mostra come non sia possibile difendere aprioristicamente nessuno, come non sia scontato che in presenza di pressioni da parte dei clan si riesca a mantenersi saldi, costi quel che costi.

Ardituro, negli anni, ha gestito collaboratori di giustizia eccellenti, da Anna Carrino compagna di Francesco Bidognetti e madre di tre dei suoi figli ad Antonio Iovine, insieme a Cesare Sirignano, e in questo libro racconta cosa ha significato per lui accogliere quelle collaborazioni e gestire personalità tanto complesse. Andando oltre il giudizio sulle loro azioni quel che rimane è l’analisi di comportamenti umani e una domanda, che nel mio cervello è ossessiva: cos’è che ci rende differenti? Cosa ci rende diversi, l’educazione che abbiamo ricevuto? La cultura? O l’aver fatto una scelta: parlare anche quando ci sarebbe convenuto stare zitti?

La storia del clan dei casalesi è la storia della progressiva camorrizzazione della nostra società. È la storia di una criminalità che dalle periferie arriva in poco tempo a occupare le città. È la storia di una criminalità dalle mani sporche di terra e di sterco di bufala, sporche di calce e sangue, che progressivamente si ripulisce. È la storia di una camorra rurale che fa soldi con qualunque affare lecito e illecito riesca a scorgere, e finisce poi per confondersi con la società civile fatta di politici, imprenditori, gente comune.

Lo Stato non ha vinto spiega come dai primi boss e dal loro atavico legame con il lavoro duro della terra e dei cantieri, si sia arrivati all’ultimo anello della catena, al nuovo camorrista, a Michele Santonastaso, avvocato di Iovine e Bidognetti, condannato per le minacce di cui sono stato destinatario con l’aggravante dalla finalità mafiosa e in un altro processo a 11 anni al 416bis. Da molti queste condanne sono state accolte come una verità che non è più possibile negare: la camorra è oggi anche e soprattutto quella dei colletti bianchi.

Se i dirigenti del clan dei casalesi hanno perso, quel che è certo è che lo Stato non ha vinto. Non ha vinto perché è stato troppe volte distratto, quando non complice e connivente. Non ha vinto perché i boss in carcere continuano ad avere legami con il territorio fortissimi e continuano, anche senza comandare con pungo di ferro, a oliare una macchina che non si arresta. Lo Stato non ha vinto perché è lontano dall’assumersi responsabilità, è lontano dal voler onestamente individuare le proprie colpe in quel periodo oscuro che ha seguito Tangentopoli e che arriva sino a oggi. Lo Stato non ha vinto perché perseguendo logiche emergenziali ha fatto arricchire le organizzazioni criminali e non ha risolto nulla.

Lo Stato ha perso perché nelle zone in cui i clan sono egemoni non riesce a essere un’alternativa credibile, non riesce a essere la controparte da scegliere se si vuole lavorare onestamente. Il paradosso è che con i boss in galera a latitare è la politica. Ora che non può più permettersi di essere assente, ora che, come scrive Ardituro, “il trono è vuoto”.

(“La Repubblica”, 26 febbraio 2015)

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