22 aprile 2010, Politica e società

Perché la sinistra non riesce a governare

di Michel Rocard

La sinistra italiana e quella francese possono condividere un approccio comune a numerose questioni che oggi riguardano in particolare la mutazione del mondo e la crisi economica, molto diverse mi appaiono invece le situazioni legate ai rapporti col territorio e alla struttura dei partiti.

Il partito socialista francese vive un paradosso: ha perso per tre volte consecutive la battaglia elettorale per le presidenziali, ma ha appena riscosso per la seconda volta consecutiva una formidabile vittoria alle elezioni regionali. La sinistra governa oggi in Francia in oltre il 60 per cento delle città con più di 20mila abitanti, in oltre la metà dei dipartimenti e in 21 regioni sulle 22 che conta il territorio metropolitano. Non abbiamo affatto l’impressione di uno scollamento del partito dal territorio. Questo non significa che non ci sia una crisi: essa viene però sentita come una crisi di identità e progetto nazionale.

Il partito socialista francese attraversa da almeno sette o otto anni una crisi nazionale talmente profonda che le personalità migliori sono ormai tentate di disertare le strutture direttive del partito per dedicarsi esclusivamente ai mandati locali di sindaci, presidenti di Regione o consiglieri generali. Questo movimento locale non è dunque in Francia il risultato di un radicamento nel territorio, ma l’effetto di un grave problema interno.

Al contrario della Francia, l’Italia ha una lunga storia di partiti di massa. C’erano un milione e mezzo di comunisti, oggi il Pd è un partito con circa 800mila iscritti: il Ps francese non supera i 150mila. In Francia non può dunque esserci sradicamento dal territorio, perché il partito non è mai stato radicato. Nonostante questo, la presenza dei socialisti sul territorio migliora. Ma non serve: quelli che votano socialista alle elezioni locali, non pensano che i socialisti siano in grado di governare la nazione.

Da questo osservatorio è dunque difficile giudicare l’idea di un partito federale, su cui in Italia si discute. Il problema del partito socialista francese non è strutturale, ma risiede nella drammatica assenza di un discorso comprensibile e convincente sulla crisi economica e di un’analisi dei rapporti tra questa crisi e il clima, gli equilibri mondiali, i Paesi emergenti e il terrorismo. L’esistenza di un progetto chiaro e preciso sullo stato del mondo è la vera condizione per selezionare e far emergere una leadership. I problemi della struttura e dell’organizzazione del partito sono oggi, nella situazione francese, del tutto secondari. Se esiste un problema strutturale nel partito socialista, questo non risiede nelle condizioni elettive o nei modi di reclutamento della classe dirigente, ma nella stupida abitudine di cercare a ogni costo il consenso, nell’imperativo di un pronunciamento sempre e comunque all’unanimità.

Esiste da sempre nel Ps una fazione che resta abbarbicata alla difesa di un’economia dirigista contro un’economia di mercato. È una posizione sbagliata, che non porta da nessuna parte, ma fino a quando la maggioranza continuerà a cercare un accordo, o, come si usa dire tra i socialisti, una “sintesi”, il risultato sarà la paralisi. Se il partito fosse capace di esprimersi con chiarezza su un vero progetto di regolamentazione del mercato, abbastanza forte da integrare l’ecologia e la politica internazionale, la corrente minoritaria scomparirebbe. Questo partito resta invece nell’esitazione e nel dubbio. E questo è il vero problema.

Non credo che nessun leader politico possa emergere da una lotta tra fazioni, o da una qualsiasi selezione elettorale interna: è la qualità del discorso, del progetto, dell’ analisi, che fa la differenza.

In modo diverso, sia il Partito democratico italiano sia il Partito socialista francese attraversano una fase di crisi, proprio mentre il pensiero socialdemocratico mondiale è forte. Sono stati gli economisti, gli analisti e i politici socialdemocratici tra i quali mi annovero anch’io in Francia gli unici a prevedere la crisi economica. Questo significa che il ragionamento e la cultura economica socialdemocratica è in grado di leggere il capitalismo. È dal 1946 che la socialdemocrazia si è chiaramente espressa a favore dell’economia di mercato, giudicandola come la prima condizione per la libertà di ciascuno. La libertà comincia infatti con la libertà di comprare quello che si vuole, a chi si vuole, quando si vuole e discutendo il prezzo. La libertà di coscienza e di espressione vengono dopo. La socialdemocrazia dice inoltre da sempre che il mercato non è in grado da solo di trovare un equilibrio ottimale e che ha invece bisogno, anche per la qualità sociale ed ecologica di questo equilibrio, di una costante attività pubblica di intervento e regolamentazione. La socialdemocrazia ha ragione, abbiamo ragione. E la crisi lo dimostra. Ma prima della crisi, la fase del capitalismo rampante, del monetarismo, dell’iperliberalismo, ha indebolito le nostre forze. E molti dirigenti che avrebbero dovuto essere socialdemocratici, sono passati dall’altra parte, hanno fatto il gioco del capitale. Proprio nel momento in cui siamo vincitori sul piano dottrinale, teorico e analitico, non abbiamo la forza di governare. L’Italia per ragioni politiche complesse, e la Francia per una paralisi secolare del partito socialista, sono oggi le due aree più deboli della traduzione nazionale della socialdemocrazia.

(Articolo tratto da “Il Messaggero” del 22 aprile 2010, pag. 1)

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