7 febbraio 2011, Politica e società

Per un uso alternativo della legge Calderoli

di Raniero La Valle

I Comitati Dossetti per la Costituzione hanno pubblicato un documento in cui propongono che nelle prossime elezioni politiche tutti o quasi tutti i partiti – indipendentemente dalla loro collocazione nella maggioranza o nell’opposizione – si presentino ai nastri di partenza collegandosi tra loro non per motivi di affinità o alleanza politica, ma per motivi di ordine tecnico-istituzionale, al fine di far sì che il risultato elettorale non sia alterato dalle manipolazioni del voto previste dalla legge Calderoli e che non scatti il premio di maggioranza, così che la ripartizione dei seggi tra le liste concorrenti avvenga secondo il metodo proporzionale.
La proposta viene avanzata anche per sgombrare il campo dalla paura che l’ipotesi di elezioni anticipate suscita nella maggior parte dei partiti, che temono gli effetti distorsivi dell’attuale sistema di voto, che comporta il rischio della scomparsa di molte forze politiche, a cominciare da quelle di più recente costituzione. I Comitati Dossetti ritengono invece che ormai le elezioni debbano tenersi il più presto possibile, per portare l’Italia fuori dalla crisi. Non c’è dubbio che oggi l’Italia si trova in uno stato d’eccezione, a causa del precipizio in cui è caduto uno dei poteri dello Stato. Ma siccome è “il sovrano che decide dello stato d’eccezione”, e secondo la Costituzione il sovrano è il popolo, è il popolo che ora deve sciogliere i nodi che si stanno stringendo attorno alla democrazia italiana, senza che le elezioni siano considerate una sciagura.
I Comitati Dossetti propongono pertanto un uso dello strumento elettorale che assicuri una veritiera rappresentanza e un risultato equo per tutte le forze politiche, così da dar luogo a una legislatura più serena e solidale, anche per poter procedere alle necessarie riforme costituzionali. A tal fine non c’è bisogno di una riforma elettorale, ma è proprio la legge elettorale vigente che permette di ottenere tale risultato, solo che essa venga osservata alla lettera e applicata dai partiti in modo conforme al dettato costituzionale.
In proposito va anzitutto osservato che la legge Calderoli non prevede la designazione diretta di un presidente del Consiglio da parte del corpo elettorale, ed anzi esplicitamente fa salve le prerogative del capo dello Stato a cui tocca il conferimento dell’incarico di governo. Quello che invece prevede la legge Calderoli è che venga indicato un capo per ciascuna delle coalizioni concorrenti, il quale pertanto può essere una figura rappresentativa e di garanzia, di alto profilo culturale o istituzionale, ma non necessariamente il candidato politico per la guida dell’esecutivo. È dunque possibile formare coalizioni elettorali più ampie rispetto a delle pure e semplici alleanze governative; ed è dentro questa maggiore cornice che agli elettori si presenterebbero i partiti con le loro alleanze e il loro specifico progetto di governo.
Riguardo poi ai risultati del voto, la legge attuale prevede, nella prima fase della procedura, che tutti i seggi in palio alla Camera e al Senato siano distribuiti in modo proporzionale tra tutte le coalizioni e le liste concorrenti, sulla base di una quota elettorale nazionale (o regionale per il Senato) eguale per tutti, così che i voti degli elettori pesino tutti allo stesso modo nell’assegnazione dei seggi.
Ma a un certo punto la legge Calderoli introduce una ipotesi subordinata, e cioè che, fatta in via provvisoria l’assegnazione dei seggi, risulti che nessuna coalizione o partito abbia conseguito, grazie ai suoi voti, 340 deputati alla Camera e il 55 per cento dei seggi in ciascuna regione al Senato. E qui la legge Calderoli da distributiva diventa redistributiva, toglie i seggi agli uni e li attribuisce agli altri; alla coalizione o lista risultata come la minoranza più forte, (anche per pochi voti rispetto a ciascuna delle altre) aggiunge tanti deputati o senatori quanti ne mancano a 340 (o al 55 per cento nella regione) togliendoli da quelli già assegnati alle altre liste e coalizioni. Di conseguenza si vengono a formare due diverse quote elettorali, una, a cui bastano meno voti, per chi vince, l’altra, per la quale ci vogliono molti più voti, per gli altri; e così i voti dei cittadini non sono più eguali, essendo computati secondo aritmetiche diverse.
Inoltre la legge Calderoli introduce una ulteriore discriminazione, perché stabilisce una soglia di sbarramento che non è eguale per tutti: ai partiti uniti in una coalizione vengono distribuiti seggi se hanno conseguito il 2 per cento dei voti alla Camera e il 3 per cento al Senato; ai partiti non coalizzati non viene invece distribuito alcun seggio se non hanno superato la soglia del 4 per cento alla Camera e dell’8 per cento al Senato.
Questo meccanismo in cui si esprime l’ipotesi peggiore prevista dalla legge Calderoli, ed è esaltato dall’attuale maggioranza come se fosse una nuova Costituzione, può non scattare; è sufficiente infatti che tutte le forze e i partiti a ciò interessati stabiliscano un “collegamento” che per la sua estensione possa conseguire per volontà dell’elettorato più di 340 deputati e del 55 per cento dei senatori in ogni regione.
In tal caso non ci sarebbe alcun premio di maggioranza, i seggi corrisponderebbero ai voti e, non essendoci alcuna ragione che dei partiti siano esclusi dalle coalizioni, per tutti la soglia di sbarramento si abbasserebbe al 2 per cento alla Camera e al 3 per cento al Senato. Quanto alle preferenze, escluse dalla legge attuale, si potrebbe provvedere con delle primarie organizzate dai partiti.
Sarebbe questa una via per uscire dalla lunga stagione dell’odio e avviare una ricomposizione dell’unità spirituale e politica dell’Italia: una via, ma forse anche l’unica via.

(articolo pubblicato sul n.3 del 2011 di “Rocca”)

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