2 luglio 2014, Cultura - In evidenza - Politica e società - Recensioni

Pasolini, un caso ancora aperto

di Redazione ilmiolibro

Pier Paolo Pasolini fu uno dei più grandi intellettuali e letterati del secolo scorso, cercò la verità contro il conformismo, testimoniò l’emarginazione, non ebbe paura di dare scandalo portando alla luce, in maniera cruda e disinibita, quelle frange estreme della società italiana che nessuno voleva vedere.

La sua omosessualità dichiarata, o meglio sbandierata, urtò pesantemente la suscettibilità della “buona” società italiana. E fu solo l’ultima delle ragioni che lo resero impopolare oggetto di campagne e di linciaggi da parte di avversari di ogni tipo, e non sempre dichiarati.

La conclusione della sua vita, che costituisce uno dei capitoli più oscuri della nostra storia, è stata da sempre inserita in questo contesto, come una sordida storia di violenza e depravazione, di sottoborghi e bassi istinti, di un dott. Jackill, scrittore, giornalista, poeta, regista, sceneggiatore illustre e stimato dalla cultura contemporanea, e un Mr. Hyde che al calare della sera si infiltrava nei quartieri più malfamati in cerca di squallide avventure per dare sfogo alla propria natura più bieca.

Un ragazzino ancora minorenne prese su di sé la responsabilità di aver inferto le percosse fatali che uccisero Pasolini nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia. E tutti gli diedero retta. Il capro espiatorio era stato trovato, facilmente, proprio in quell’ambiente che riscuoteva la riprovazione dell’Italia tutta. Fu una soluzione semplice e veloce. Tanto che, evidentemente, non si ritenne necessario soffermarsi un attimo a pensare, a ragionare sull’effettiva probabilità che le cose si fossero verificate così come dichiarato dall’unico imputato subito reo confesso, e come infine fu sancito dall’ultima sentenza.

Dopo 35 anni di silenzio (o forse di colpevole abbandono) la criminologa Simona Ruffini, come ci racconta nel suo libro Nessuna pietà per Pasolini, ha iniziato a rivangare tra atti processuali, testimonianze, interviste, prima per curiosità, poi per interesse, fino a farne l’oggetto di un’inchiesta approfondita. È ripartita da zero, dagli scatoloni del “cold case” contenenti tutti i reperti recuperati dalla scena del crimine. Insieme a lei nella strada della ricerca si sono affiancati l’avvocato Stefano Maccioni e il giornalista Valter Rizzo.

Ne sono emerse nuove evidenze, grazie alle tecniche investigative acquisite negli ultimi anni, e una nuova lettura delle testimonianze, una reinterpretazione delle interviste agli interrogati, che ne ha scoperte le insincerità, le insicurezze, talvolta le incongruenze. Non solo. Nuove interviste, nuovi protagonisti mai ascoltati prima, domande semplici che non erano mai state poste. Tanto da far riaprire il caso. Finalmente.

Il racconto di Simona Ruffini si segue senza interruzioni e piacevolmente coinvolge nella dipendenza da verità, e ci informa, in maniera dettagliata e inaspettata, delle procedure impiegate per giungere a dei risultati concreti. E così ci ritroviamo nelle stanze dei RIS, nelle sale di interrogatorio delle questure, simpaticamente a sfatare l’idea che ci siamo fatti del mondo dell’analisi investigativa attraverso le fiction americane, correggendo la banalizzazione che ci viene raccontata e rivelandoci qualche segreto. Ma ci dipinge anche i luoghi, gli ambienti, i personaggi, le emozioni con abilità di grande scrittrice. Questo libro informa il lettore di un momento della storia italiana su cui andava fatta luce e lo trascina con sé fino all’ultima pagina senza che se ne accorga.

(Redazione “ilmiolibro.it”, 16 maggio 2014)

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