28 giugno 2015, Cultura - Politica e società

Papi inesistenti

di Juan Manuel De Prada

Pubblichiamo quasi integralmente, in una nostra traduzione, un articolo uscito su «Abc» del 18 maggio scorso. «La difesa del capitalismo fa parte del nucleo della dottrina sociale della Chiesa?» si chiede provocatoriamente lo scrittore spagnolo, premio Planeta 1997, commentando alcuni recenti attacchi a Papa Francesco. In realtà, continua Juan Manuel De Prada, da settori neocon e filo-liberali si cerca di far passare tra i cattolici più distratti la convinzione che le dichiarazioni di Bergoglio su questioni sociali ed economiche sostengano tesi marxiste, diffondendo anche in questo modo un’immagine falsa del Pontefice.

Su capitalismo e dottrina sociale della Chiesa Francesco non ha detto nulla che sfidi il magistero dei suoi predecessori. Nella Rerum novarum Leone XIII già denunciava le ingiustizie della società capitalista, in cui «un piccolissimo numero di straricchi ha imposto all’infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile». In modo ancora più incisivo, Pio XI affermava nella Divini redemptoris che il liberalismo ha aperto la strada al comunismo, poiché l’«economia liberale» ha lasciato i lavoratori nel più grande «abbandono religioso e morale»; e nella Quadragesimo anno denunciava la concentrazione del denaro in poche mani e l’emergere di un «imperialismo internazionale del denaro», propiziato da una «supremazia economica» fondata sulla «bramosia di lucro», e sulla «sfrenata cupidigia del predominio». In modo analogo si pronunciarono Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI.

I settori neocon e liberaloidi, ignari di dottrina sociale cattolica, pretendono d’ingannare i cattolici distratti contrapponendo a Francesco la figura di Giovanni Paolo II, che presentano indecorosamente come un paladino del capitalismo. Ma nel magistero di Giovanni Paolo II troviamo una riflessione molto profonda sulla dignità del lavoro (Laborem exercens), un’invettiva contro le strutture di peccato su cui poggia un ordine economico assetato di potere e di denaro (Sollicitudo rei socialis), e un avvertimento clamoroso sui pericoli di un capitalismo senza freni (Centesimus annus).

In questa ultima enciclica, Giovanni Paolo II denunciava l’emarginazione dei lavoratori, che in alcuni casi diventava uno «sfruttamento inumano», dovuto alle «carenze umane del capitalismo». Giovanni Paolo II inoltre asseriva qui che è «inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto “socialismo reale” lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica», e arrivava a utilizzare il concetto marxista di “alienazione” — pur dandogli un significato molto diverso — per riferirsi alla situazione che si genera quando l’economia si organizza «in modo tale da massimizzare soltanto i suoi frutti e proventi e non ci si preoccupa che il lavoratore, (…) si realizzi (…) come uomo».

Per concludere affermando che un capitalismo «in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale» (ossia un capitalismo come quello che subiamo) non si può considerare un’«economia libera». E ricordava che la Chiesa deve mostrare sempre una «opzione preferenziale per i poveri».

È quello che, in campo sociale ed economico, sta facendo Francesco. Alle tre o quattro lettrici che ancora ci sopportano consigliamo di non lasciarsi abbindolare dal canto delle sirene che cerca di contrapporre un inesistente Francesco “marxista” a un inesistente Giovanni Paolo II “paladino del capitalismo.

(“L’osservatore romano”, 21 maggio 2015)

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