19 maggio 2020, Cultura - Politica e società

Pandemia, quello che non sappiamo

di Riccardo Emilio Chesta

Nell’incertezza su come affrontare il coronavirus, riscopriamo l’importanza della conoscenza come bene pubblico, parte integrante della nostra democrazia: non è un affare da ‘esperti’, è un tema da aprire alla partecipazione.

Se la pandemia è un fatto sociale totale, per riprendere un concetto dall’antropologia di Marcel Mauss, totale è anche l’incertezza entro la quale si trovano gli attori che dovrebbero governarla. Ciò non bastasse, la dirompenza degli effetti pandemici si manifesta in un regime di urgenza, chiedendo alla politica rapidità ed efficacia, modalità di azione che necessariamente intaccano le procedure democratiche ordinarie.

Quella che caratterizza il Covid19 non è solo la complessità della sua origine patogena e del suo rimedio, bensì una vera e propria «ignoranza» del fenomeno che riguarda tutti, anche se a diversi livelli.

Inserendosi in un dibattito internazionale assai consolidato sul tema, Luciano Gallino[1] contribuì a definire diversi livelli di ignoranza che connotano, paradossalmente, le nostre società tecnologicamente avanzate, dove più che di distinzione tra scienza e tecnologia conviene parlare di relazione, o ancor meglio, delle due si può parlare in maniera univoca, usando il termine di tecnoscienza.

A contrario della percezione comune – anche di quella di molti scienziati di professione, specie in Italia – lo studio sociale della conoscenza, e nello specifico della conoscenza tecnoscientifica, è pratica oramai consolidata istituzionalmente in tutti i più rilevanti centri di ricerca contemporanei. È un’attività tanto necessaria quanto scontata, visti gli interessi pubblici e privati che investono nelle frontiere dell’innovazione tecnoscientifica.

Per lo stesso motivo, lo studio di come la produzione di innovazione comporti intrinsecamente nuova ignoranza non può che prendere ad oggetto trasversalmente cittadini quanto scienziati o esperti.

In primis, è questo un effetto diretto della crescente specializzazione della scienza che portando a sempre superiori conoscenze su fenomeni sempre più specifici, produce al contempo sempre maggiori sacche di ignoranza su altri fenomeni che da tali nicchie fuoriescono.

Sempre riprendendo Gallino, due sono quindi i livelli generali di ignoranza scientifica. La prima, classificabile come ignoranza a-specifica riguarda l’area in cui gli esperti «non sanno quello che non sanno», mentre la seconda, definita ignoranza specifica riguarda l’area in cui gli stessi hanno un’idea più o meno consapevole di «quello che non si sa». In un tal orizzonte, è chiaro come la questione di come governare – e per lo più democraticamente – l’innovazione tecnoscientifica appare complessa ed incerta agli esperti stessi.

Ciò nonostante, per Gallino uno dei compiti principali per la politica democratica dei nostri tempi è d’innescare un processo illuministico di riduzione dei rischi dovuti ai livelli di ignoranza connaturati alla stessa tecnoscienza:

Lo scopo primario di politiche [della scienza e della tecnologia], per tornare all’insieme delle tecnologie ed agli esperimenti fisici, biologici e sociali di massa alla cieca cui hanno dato inconsultamente origine, dovrebbe essere quello di ristrutturare l’area di ignoranza tecnica e scientifica che le circonda. Bisogna puntare a sapere che cosa non si conosce, e a valutare le conseguenze a lungo termine che quanto via via si giunge a conoscere può avere a carico della più ampia tipologia possibile di proprietà degli esseri umani e dei sistemi di supporto alla vita [2]

Rispetto persino alle più sconvolgenti innovazioni degli ultimi decenni, dall’energia nucleare agli organismi geneticamente modificati, la pandemia ha riproposto con urgenza dinamiche connaturate all’ignoranza caratteristica delle nostre società fondate sull’innovazione.

Nelle più avanzate società democratiche le vie escogitate per ridurre il regime d’ignoranza si possono riassumere in due categorie, non mutualmente esclusive. La prima opzione che si può definire tecnocratica, prevede un ricorso dei rappresentanti a comitati di esperti, la seconda, definibile come democratica, prevede un’inclusione dei rappresentati nella consultazione ed eventualmente, a seconda delle rispettive regole costituzionali, nella decisione innescando un’estensione del pluralismo esperto anche ai cosiddetti non-esperti.

La prima opzione è quella più praticata da governi di rappresentanti eletti – senza dimenticare che le istituzioni sono dotate di strutture tecnico-scientifiche anche nelle proprie funzioni ordinarie. Tuttavia, molti sono i casi in cui le forme tradizionali di democrazia rappresentativa sono state integrate da nuovi strumenti – a seconda dei casi – di democrazia partecipativa e deliberativa, e tra i quali sono da annoverare i francesi débats publics, prevalentemente usati su questioni di innovazione infrastrutturale o le danesi consensus conference sugli organismi geneticamente modificati.

Queste esperienze sembrano insomma suggerire una tendenza ed insieme un assunto: di fronte all’incertezza che riguarda in primis gli stessi esperti, l’inclusione di più prospettive e visioni su di una questione controversa che ha impatti pienamente sociali, sulla cittadinanza e società, non può che essere auspicabile. In un libro divenuto un riferimento ormai classico, i sociologi Michel Callon, Yannick Barthes e Pierre Lascoumes hanno descritto questi strumenti come arene di «democrazia tecnica»[3].

Se una questione già è opaca agli scienziati stessi, l’estensione democratica cerca dunque di porre maggiore luce sulla stessa, aumentando la trasparenza del dibattito. Chiaramente, la seconda via è sembrata poco praticabile in questi tempi di pandemia. Avendo già mutato le modalità di funzionamento ordinario di parlamento e governo, la pandemia ha reso impossibile il concepimento di ulteriori arene di consultazione.

Inoltre, di fronte all’imperativo dell’urgenza, gli stessi tempi organizzativi e realizzativi che gli strumenti di democrazia tecnica richiedono hanno reso evidente la loro impraticabilità. L’opzione tecnocratica è stata quindi immediatamente praticata, nel tentativo di raccogliere pareri provenienti dalle figure scientificamente più autorevoli.

Al di là della palese sensatezza dell’opzione tecnocratica, molte sono le questioni che il tema dell’expertise pone e che il dibattito italiano è parso rimuovere, retaggio di un certo paternalismo scientifico comunemente diffuso e che altro non è che l’altra faccia del negazionismo scientifico.

Uno di questi temi riguarda le modalità tramite cui la politica sceglie di «arruolare» un esperto per vincolarlo a funzioni di produzione di evidenze su fatti così complessi, incerti ed in regime d’urgenza. Quello dell’arruolamento degli esperti è un tema che caratterizza tutte le situazioni di incertezza e controversia, ma abbastanza ambiguo. Ci sono indubbiamente i rapporti tra le istituzioni politiche e gli organismi scientifici nazionali, con conseguenti logiche politiche su nomine ed altro. La questione non si ferma tuttavia alla questione dei meccanismi e delle regole istituzionali, ma riguarda il tema della credibilità o della possibilità di valutazione del valore e del riconoscimento degli esperti. Potremmo riassumere il problema con una battuta: “Chi può considerarsi esperto di quali esperti?”

A riguardo, il Regno Unito dovrebbe fare scuola. Che sia un luogo dove da sempre, a partire dai programmi di Public Understanding of Science, alla scienza viene data una definizione integrale, che abbraccia cultura, economia, società e politica è chiaro anche nel caso della recente nomina della task force anti-Covid19. Alla task force governativa, la SAGE, se n’è affiancata un’altra indipendente, una sorta di Contro-Sage, in grado di stimolare un dibattito più aperto sulle logiche e implicazioni di misure che pur provenendo da scienziati non potevano di certo dirsi né incontrovertibili né tanto meno neutre[4]. Molte delle misure prese infatti riguardavano modelli comportamentali e sociali, prendendo dunque ad oggetto questioni tutt’altro che risolvibili con scelte univoche riguardanti visioni della società, della sua composizione e del suo funzionamento, così come della preferibilità o giustizia di alcune misure rispetto ad altre.

L’idea di dibattere per integrare con il pluralismo quando non addirittura con una contro-expertise, i pareri scientifici di natura governativa sono un esempio virtuoso di una qualità della democrazia al passo con le sfide che pongono le odierne società fondate sull’innovazione tecnoscientifica, ancor di più durante una crisi pandemica tanto scientificamente controversa quanto socialmente drammatica. Mostra un grado di riflessività del dibattito non fossilizzato in riduzionistiche dicotomie che vedono la polemica partigiana da un lato e il parere scientifico super partes dall’altro. Ad uno sguardo più puntuale è palese che sia sempre la politica a giocare il ruolo principale, con tutte le sue contraddizioni e logiche proprie.

Negli USA è stata netta la percezione di un conflitto tra la figura tecnica del capo della task force Anthony Fauci e le volontà politiche del Presidente Donald Trump, così come è ora chiaro che l’incertezza e l’ignoranza che connota la pandemia vengano strumentalizzate dallo stesso Trump in vista delle prossime elezioni del novembre 2020. In questo caso, lo spazio dell’ignoranza specifica sconfina in ricostruzioni pseudoscientifiche al limite del complottismo riguardo a virus prodotti da laboratori cinesi[5].

Diversamente, il caso di Taiwan ci mostra una diversa relazione tra scienza e politica nella gestione della pandemia. Se un vicepresidente virologo come Chen Chien-je ha sicuramente giocato un ruolo di primo piano[6], il motivo del successo del caso taiwanese nel contenimento della pandemia è da trovare in una particolare posizione geopolitica che ha permesso un’autonomia rispetto alle linee della World Health Organization. Lo scetticismo che Taiwan nutre verso le informazioni che provengono da Pechino è stato applicato anche alle linee del direttore generale del WHO, che appena eletto si era espresso per una concezione unitaria della Cina – in contrasto con le rivendicazioni di indipendenza taiwanesi. Se Taiwan non è ammessa al WHO proprio per la posizione della Cina, questo ha implicitamente dato maggior autonomia al paese per operare in anticipo sulla diffusione pandemica, con misure di contenimento del contagio, controlli e quarantena per chi veniva da Wuhan e dalla Cina [7].

Il coordinamento internazionale sul tema del contenimento della pandemia, ed in particolare il ruolo del WHO a riguardo ha una volta ancora mostrato quanto il livello dell’incertezza scientifica si sia necessariamente intrecciato con le ragioni dell’opportunità politica che riguardano la geopolitica tra Stati e organizzzazioni internazionali, prima che gli affari interni dei singoli governi.

Ad aggiungere un ulteriore livello, c’è il tema degli interessi che necessariamente riguardano le questioni di salute pubblica, dove le multinazionali giocano un ruolo di primo piano, sia nella ricerca che nella politica di adozione di misure sanitarie. Non è di poco conto il fatto che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità abbia come secondo finanziatore la Fondazione di Bill Gates, che si appoggia ad un fondo che investe proprio nella farmaceutica.[8] È quindi chiaro come la tecnoscienza, oltre che sulle questioni attuali di contenimento pandemico, giochi un ruolo anche nelle future soluzioni, dove questioni necessarie come la ricerca di un vaccino sono inevitabilmente anche fonte di profitto privato.

La pandemia ci ricorda ancora una volta come la scienza ai tempi del capitalismo globale sia lontana dall’essere una entità praticata in isolate torri d’avorio, esterna a logiche sociali, e che solo talvolta scende nel caos del mondo per ricondurlo verso la verità. Nelle sempre più frequenti dispute in cui siamo coinvolti pubblicamente come cittadini o pazienti abbiamo in realtà a che fare sempre più con la tecnoscienza, fatta e progettata da interessi e visioni – quanto negli effetti a volte incerta agli stessi fautori. La tecnoscienza chiama in causa direttamente il mondo che abitiamo, il modo in cui vogliamo organizzarlo così come i fini ed il senso che gli attribuiamo.

La pandemia ci insegna che è quanto mai necessario iniziare a considerare la tecnoscienza un bene pubblico, parte integrante della nostra democrazia, soggetta ai suoi ideali e alle sue regole di trasparenza e giustizia.

Note

[1] L.Gallino, L’incerta alleanza. Modelli di relazione tra scienze umane e scienze naturali, Einaudi, Torino, 1992

[2] L. Gallino, Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici, Einaudi, Torino 2007

[3] Y. Barthes, M.Callon, , P. Lascoumes, Agir dans un monde uncertain. Essai sur la démocratie technique, Paris, Le Seuil, 2001

[4] Richard Norton, Independent science advice for COVID-19—at last, in The Lancet, Vol.395, 20 Maggio 2020

[5] https://www.bbc.com/news/world-us-canada-52496098

[6] https://www.nytimes.com/2020/05/09/world/asia/taiwan-vice-president-coronavirus.html

[7] https://www.independent.co.uk/news/world/asia/coronavirus-china-who-taiwan-tedros-adhanom-ghebreyesus-latest-a9459481.html

[8] https://www.who.int/images/default-source/infographics/budget/top-20.jpg

(www.sbilanciamoci.info , n.614 del 16 maggio 2020)

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