24 gennaio 2013, Politica e società

Oltre il vecchio sistema politico

di Michele Prospero

La conferenza stampa di fine anno di Mario Monti riconduce d’un tratto alle consuetudini linguistiche della prima repubblica. Il suo pacato discorso presenta infatti delle studiate zone di opacità che sollecitano un arduo lavoro di decodifica per poterne af ferrare il senso. Le parole del premier, ad un rudimentale setaccio ermeneutico, possono essere lette al tempo stesso come un ritiro da ogni ruolo partigiano ma anche come un impegno diretto nell’agone politico. Con il suo linguaggio «polisemico» che nasconde e al tempo stesso disvela, Monti ha cercato di proteggere l’immagine super partes che non può permettersi di tradire il patto originario con i custodi della costituzione e con i partiti che più hanno sostenuto il governo. E però, nella formale aderenza al ruolo istituzionale neutrale, egli ha compiuto un passo ben visibile nell’arena politica con l’ambizione della leadership. Lo ha fatto preoccupandosi però di dissipare la sensazione di una riedizione di un novello partito personale. Con la creazione di una lista personale Monti avrebbe spinto a riscrivere la storia istituzionale della fase che ha visto la caduta di Berlusconi e la genesi di un governo tecnico.

Escogitata come una tregua per consentire ai partiti di riorganizzarsi, l’esperienza non poteva inopinatamente tramutarsi in uno spregiudicato sfruttamento del plusvalore politico associato alla premiership per tentare il colpo grosso di un nuovo cartello personale che rivendica la proroga del potere. Con la sua agenda programmatica, Monti sollecita un sostegno che scavalca i partiti e poggia sulla credenza che la coppia destra-sinistra, vitale in tutti i sistemi politici europei, sia ormai da archi- viare in Italia.                 Il rischio che una tale formula sprigiona è quello di evocare una generica chiamata alle armi che attrae spezzoni di partito, singole personalità dalla variegata estrazione culturale. Con l’ambiguità di una aggregazione di persone, sigle e liste, Monti ragiona in un quadro di tipo trasformista che ostruisce un riallineamento del sistema politico secondo più trasparenti moduli europei. Il disegno sistemico montiano prefigura una attrazione centripeta di porzioni di èlite che taglia i ponti con il populismo berlusconiano ma edifica paletti anche verso la sinistra di governo alleata con il Partito Democratico (e distribuisce patenti di affidabilità scrutando persino nella geografia interna al Pd).

Il richiamo a De Gasperi sorregge una operazione che dovrebbe condurre ad un centro liberale (poco attratto dal lavoro e dal disagio sociale) che è nettamente alternativo alla destra e competitivo con la sinistra, con la quale non esclude convergenze. Con la sua copertura programmatica, Monti ipotizza una rapida lievitazione delle forze di centro che apre ad una competizione almeno tripolare. In un quadro politico ancora esplosivo, che vede l’arco delle forze costituzionali (di sinistra e di centro) attestarsi intorno al 50 per cento dei consensi, riscaldare una competizione più marcatamente tripolare, senza avere la reale capacità di arginare la destra populista, comporta delle incognite, da non trascurare. Con troppa fretta si rubrica la bolla di sapone berlusconiana come una cosa del passato.

Incapace di pescare a destra per sgonfiare il populismo (guai a sottovalutare la capacità di fuoco del nuovo Cavaliere, materialista e agitatore che predica la crudezza della crisi e denuncia le nuove povertà), la eccessiva visibilità politica di Monti potrebbe condurre a un miope duello con il Pd che scompagina proprio l’area della lealtà costituzionale e della fedeltà europea. Una corsa a tre non può dispiegarsi in maniera produttiva con una legge elettorale come quella vigente che premia chi arriva primo, con qualsiasi percentuale di voto. Poiché, almeno a Montecitorio, una maggioranza (e molto ampia) è prefigurata dalla tecnica elettorale, le speranze di Monti di tornare a giocare un ruolo di primo piano si rivolgono a Palazzo Madama. Ma anche la riedizione delle più sfacciate delle contrattazioni post-elettorali non può espropriare della dimora di Palazzo Chigi il leader del partito più votato alla camera. Per questo il piano politico di Monti, nella congiuntura storica attuale, o conduce ad un tragico rimaneggiamento del Pd, con conseguenze incalcolabili per il sistema, o si limita a favorire una aggregazione del centro che manovra in aula riesumando una predilezione al ricatto e alla minaccia. Monti, che non è intenzionato a calcare la scena come leone ruggente, può davvero ricomparire come cinico giocatore d’azzardo che semina trappole nell’Italia del dopo voto?

(“L’Unità” 24 dicembre 2012)

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