13 settembre 2010, Politica e società

Nuovo Ulivo e nuova stagione

di David Sassoli

Tutti pensavano si sarebbero consumati gli stessi riti e le medesime consuetudini, condite da inutili interviste sotto l’ombrellone e da sparate buone per ritagliarsi un posto al sole. Niente di tutto questo è avvenuto e agosto è stato un mese utile alla politica italiana. Un periodo carico di riflessioni, colpi di scena, suggestioni.
Di ritrovata fiducia, anche. Certo, resta il senso di infelicità per un paese che avrebbe tante possibilità per volare e invece resta al palo, con troppi giovani mortificati, imprese che stanno per chiudere, territori avvelenati dalla criminalità, famiglie che fanno i conti per mangiare. E l’infelicità si somma ai timori per la tenuta della nostra democrazia, con un potere che non esita ad usare l’olio di ricino mediatico con gli oppositori, che trasmette l’immagine di un paese che corre in groppa ai puledri berberi di Gheddafi e ripropone l’idolatria del capo solo al comando.
Ci troviamo con un potere che ha cambiato il paese e ne ha modificato il dna, che ha sublimato le picconate di Cossiga scardinando quel poco senso dello stato che possedeva. Un potere costruito sui soldi, sul sogno da superenalotto che fa dire a tanti che se ce l’ha fatta lui a diventare ricco e potente posso farcela anch’io… E così si torna a giocare, settimana dopo settimana, elezione dopo elezione.
Adesso siamo alla fase finale, quella dove le promesse non possono essere mantenute, cala la maschera e non resta che sferrare l’attacco finale alle istituzioni repubblicane. Il quadro è davvero preoccupante, come è stato rilevato anche dal cardinal Bagnasco, a nome delle Cei, a proposito del federalismo.
Se ripensiamo, però, a solo sei mesi fa, quando tutto sembrava immobile e destinato a durare per l’intera legislatura, non può sfuggire che cominci a tirare anche il vento di un tempo nuovo. Nessuno è in grado di dire dove ci porterà e quanto ci cambierà.
Ma qualcosa pur lentamente si muove e se anche la crisi di governo fatica ad arrivare in parlamento, un modello di leadership comincia a scricchiolare, sottoposto alle critiche di ambienti che fino a poco tempo fa erano disponibili ad accordare consenso e fiducia.
Anche settori della destra italiana chiedono discontinuità rispetto alle logiche populiste. Possiamo noi non assecondare umori e atteggiamenti nuovi che emergono dall’opinione pubblica? Oppure guardare con sufficienza alle forze sociali ed economiche che numerose prendono le distanze dal Pdl e dalla Lega, ritrovandoci a scommettere solo su noi stessi? Ogni rinuncia sarebbe una preziosa forma di testimonianza, ma di certo non in grado di far uscire il paese dalle secche del berlusconismo. Per vivere in un paese normale abbiamo bisogno di una destra normale, europea, non berlusconiana, attenta al tavolo delle regole e ai valori nazionali, interessata ad aprire una fase costituzionale. Dipenderà certo anche da noi e dalle capacità del Partito democratico, dove un’aria nuova sta mandando in archivio le incomprensioni di una fondazione arrivata troppo tardie sull’onda di una sfida elettorale. A questo proposito, torna ad essere insostituibile la funzione dei partiti. Lo è, d’altra parte, in ogni paese europeo a prescindere dalla legge elettorale, dall’ordinamento e dalla forma di governo.
Ascoltiamo molte ipotesi in questa fine d’agosto, analisi interessanti e si propongono anche desideri di rivincita. In questo tempo così variabile abbiamo capito quanto sia grande lo scarto fra un assetto di potere e una proposta di governo; quanto non sia sufficiente una grande vittoria elettorale ad assicurare una politica. Ai democratici sono richiesti ora capacità di visione erealismo, tenendo insieme contenuti e formule di governo. La prima missione è quella di proteggere il sistema democratico. Difendere non significa rinunciare a cambiare, cosa possibile soltanto all’interno di un quadro con regole certe. Se prevale la legge del più forte o si fa credere che basta vincere le elezioni per essere legittimati a fare tutto ciò che si vuole, come potremmo sostenere che stiamo vivendo da troppo tempo in un paese carico di conflitti di interesse eopporci alle leggi ad personam o al processo breve? Un sistema democratico è capacità di decisione e insieme diritti delle opposizioni, è pesi e tanti contrappesi, è leadership tenute costantemente sott’osservazione dalla legge, è autonomia della politica, è possibilità di scelta da parte degli elettori dei propri rappresentanti. Non si esce dal berlusconismo usandone le tecniche. Tanto meno ritenendo che alla fine di ogni partita può anche scatenarsi il diluvio. Se riteniamo che la vita democratica sia arrivata ad un bivio, beh, penso che il mondo migliore arriverà se sapremo fare il pane con la farina che abbiamo e i conti con le nostre inquietudini. Da dove ricominciare allora, se non dal sogno che quindici anni fa conquistò molti di noi? La stagione dell’Ulivo non è stata un incidente, ma l’idea di poter diventare cittadini di un paese normale. D’altronde, da dove potremmo ricominciare se non dando casa ai progressisti? Cerchiamo di farlo in Europa, sarebbe assurdo non farlo in casa nostra. Parlare di leader, invece, quando ancora non sappiamo neppure la scena in cui la prova elettorale avverrà – elezioni subito, a primavera, al termine della legislatura? – può servire solo a riprodurre i vizi di un ceto politico di centrosinistra oligarchico e chiuso che gioca a bowling con i propri dirigenti.
C’è un senso del provvisorio e del dubbio che dobbiamo proporre ogni qualvolta si maneggia la vita degli altri. La legge elettorale, ad esempio, deve essere cambiata e sarebbe giusto avere il tempo per farlo prima delle elezioni. Ma ci saranno offerti tempi e modi per restituire ai cittadini quel diritto di scelta? Non tutto, però, dipende dagli altri. Lavorare per il bipolarismo significa anche rendere inclusivi, plurali, attraenti e riconoscibili all’opinione pubblica i grandi schieramenti. Scontiamo molti ritardi e i vizi tipici di una cultura progressista che continua a guardare il mondo con lenti sfocate alla ricerca del proprio tornaconto. Abbiamo invece il dovere di avviare un dialogonuovo con la società italiana, che non si è fermata alle elezioni del 2008, al Lingotto, alle primarie, al congresso del Pd. Figurarsi se possiamo pensare di tornare alla metà degli anni Novanta. Ogni situazione, pur significativa, è destinata a non ripetersi.
Sappiamo, però, che nello spirito di una opinione pubblica indistinta di centrosinistra, che ha abbandonato da tempo casacche e appartenenze, solo l’Ulivo continua ad essere evocativo di una sfida per il cambiamento. È bene per il paese tornare a quello spirito e a quella passione, invitando tutti ad abbandonare estraneità tattiche e riscoprire il sapore di una battaglia per cambiare l’Italia.

(articolo tratto da “Europa” del 01 Settembre 2010, pag. 1 e 7)

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