26 settembre 2013, Politica e società

Non va imposto chi non è voluto

di Redes Cristianas

Habemus Papam1. La recente elezione di papa Francesco come nuovo vescovo di Roma ha scatenato molte congetture sulle nomine episcopali in diverse diocesi il cui vescovo ha raggiunto il limite d’età stabilito dalla normativa romana per tale tipo di incarico. L’allarme è scattato soprattutto a Madrid, dove la sostituzione del cardinale Rouco Varela interessa a sua volta direttamente la guida della Conferenza episcopale spagnola, da lui stesso esercitata. Come solitamente occorre in queste occasioni, si stanno già facendo alcuni nomi, sulla base della realtà o per sondare il terreno, nomi che, indipendentemnte dall’ideologia e dalla traiettoria personale, rappresenterebbero, secondo Redes Cristianas, un grosso errore, ripudiabile democraticamente perlomeno per difetto di forma.

2. Per quanto il Vaticano II offra un’immagine di vescovo dotato teologicamente di ogni sorta di virtù, ben protette peraltro giuridicamente, è indubitabile il ridimensionamento di questa figura all’interno del corpo sociale della Chiesa uscita dal Concilio. Il vescovo non è la pietra angolare della Chiesa, lo è Cristo; il vescovo è un cristiano come gli altri il cui compito si situa nel campo dei servizi di cui, secondo la Costituzione Dogmatica Lumen Gentium, la Chiesa ha bisogno per continuare a funzionare. Di lui si tratta al capitolo III, dopo il I dedicato al “Mistero della Chiesa” e il II al “Popolo di Dio”, che è il soggetto principale nella Chiesa. Questa immagine del vescovo presentata dal Vaticano II intende essere un riflesso della tradizione originaria tra i cristiani, raccolta nel Vangelo di Marco e seguita dagli altri vangeli sinottici, che viene attribuita direttamente a Gesù: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,42-45). I vescovi esercitano, secondo questa tradizione, un servizio assai importante nella Chiesa, ma non sono “la” Chiesa, né stanno “sopra” la Chiesa, ma, semplicemente, sono suoi servitori.

3. Se questa è l’immagine conciliare del vescovo, risulta oggi molto difficile da capire, e ancor di più da approvare, il procedimento che si continua ad adottare nella nomina dei vescovi, molto simile, in realtà, alla cooptazione e al nepotismo condannati in altre occasioni dalla stessa Chiesa. Contrariamente a ciò che ci si aspetterebbe, la Chiesa locale non partecipa in alcun modo a questa elezione e viene solitamente informata dalla stampa di un fatto già consumato che la interessa direttamente. Da quando, negli anni Sessanta del secolo scorso, il capo di Stato ha dovuto rinunciare al privilegio di presentare i candidati a vescovo, questo lavoro viene svolto ora direttamente da Roma, che conta segretamente sul nunzio e sulle sue persone più vicine. Questo modo di procedere riflette una mancanza di stima e di fiducia, un’usurpazione evidente dell’autonomia delle Chiese locali, e rappresenta una pratica aberrante che si pone in direzione contraria a quella seguita in altre tappe, quelle in cui le Chiese locali hanno goduto di un maggiore protagonismo. Così testimonia la Tradizione Apostolica in differenti tempi e luoghi: «Si ordini come vescovo colui che, essendo irreprensibile, sia stato scelto dal popolo» (San Ippolito di Roma, III secolo); «Non si imponga al popolo alcun vescovo non voluto» (San Cipriano di Cartagine, III secolo); «Nessuno sia dato come vescovo a quanti non lo vogliono» (San Celestino, papa, V secolo). Non dovrebbe papa Francesco prestare ascolto a questo, prima di compiere un passo così decisivo come quello del passaggio di consegne nella diocesi di Madrid, tanto castigata da un giuridicismo che ha stroncato tutta la freschezza e la creatività nel discorso e nelle pratiche cristiane e ha fatto del settarismo e dell’anacronismo preconciliare la sua principale bandiera (sostenuta naturalmente da Roma)? La Chiesa di Madrid e tutta la Chiesa spagnola hanno un bisogno profondo di aria nuova che, in sintonia con quella che inizia a soffiare da Roma, possa ravvivare le braci che con grande fatica si mantengono vive sotto enormi quantità di cenere. Non sarebbe questo un gesto evangelico, fermo e pieno di speranza, per iniziare a riformare questa istituzione sufficientemente screditata tanto al suo interno quanto all’esterno?

4. Sulla base di questi presupposti e di queste preoccupazioni, Redes Cristianas vuol far giungere a papa Francesco e alla Chiesa di Madrid e di Spagna i seguenti messaggi:

1º Pensiamo che teologicamente più importante dell’intervento del vescovo di Roma nell’elezione di un vescovo diocesano sia la partecipazione della Chiesa locale. È allora necessario già articolare un meccanismo di partecipazione democratica in questo senso. Se non si può giungere, al momento, all’utopia riflessa dalla Tradizione Apostolica, dovremmo almeno iniziare a muovere i primi passi. E sembra già un passo importante non imporre da fuori un vescovo di cui si sa che non è voluto dalla Chiesa locale.

2º Di fronte al procedimento abituale che, a nostro giudizio, sta fallendo clamorosamente e che è in gran parte causa diretta dell’attuale discredito dell’istituzione, pensiamo che sia importante distinguere tra la gestione meramente amministrativa, che può svolgere qualunque persona (senza essere necessariamente un chierico) competente e l’animazione evangelica delle comunità che è alla portata solo di persone con spirito: non basta essere degli esperti di legge. Per questa funzione tanto delicata, ci sembra determinante una vocazione evangelica e antropologico-compassionevole che muova la persona a stare lì dove «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et Spes,1) sono una realtà.

3º Con l’aria nuova che sta portando da Roma papa Francesco, crediamo che sia giunto il momento opportuno perché la diocesi di Madrid assuma la sua responsabilità nell’elezione del suo vescovo. Non è nostro compito indicare a una Chiesa matura come quella di Madrid alcun procedimento concreto. Semplicemente vogliamo ricordarle che, secondo una parte molto significativa della Tradizione Apostolica, questo compito è qualcosa che le spetta e che, a questo punto della storia umana, non dovrebbe distanziarsi dai procedimenti in uso in qualunque società democratica. Questa prima sperimentazione dal basso, che senza alcun dubbio aprirebbe spazi all’interesse e alla partecipazione del popolo cristiano e alla sua democratizzazione, dovrebbe continuare a realizzarsi nel resto delle diocesi dello Stato e della Chiesa universale.

(adista documenti , n.29 del 2013)

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