10 agosto 2014, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Non sopravvalutiamo il semestre italiano

di Lorenzo Ferrari

Il 1° luglio è cominciato il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. È almeno dalle elezioni politiche del 2013 che in Italia si parla molto del semestre europeo: non può cadere il governo durante il semestre, non si può tornare a votare durante il semestre, e così via. Mi pare che in questi mesi si sia molto sopravvalutata l’importanza del turno di presidenza del Consiglio, e soprattutto che vi siano state riposte delle aspettative eccessive. I risultati che ci si può realisticamente attendere da questo semestre sono limitati, e i risultati che arriveranno non dipenderanno solo dal fatto di detenere la presidenza di turno.
Fino al 2009, la presidenza di turno comportava anche la presidenza del Consiglio europeo, e dunque offriva la possibilità di incidere con forza sull’agenda politica. L’ultimo caso di presidenza che esercitò un’influenza notevole fu quella francese del 2008, che riuscì a lanciare iniziative ambiziose come l’Unione per il Mediterraneo. A partire dal 2009, le opportunità offerte dal turno di presidenza sono diminuite. Delle opportunità senz’altro rimangono, ma rimangono anche dei limiti. Un limite notevole è dato dai compiti del presidente: dovendo occuparsi soprattutto di mediare tra posizioni diverse, detenere la presidenza può in realtà rivelarsi un ostacolo se si vogliono lanciare iniziative dirompenti.
L’influenza che il governo italiano può esercitare a livello europeo nei prossimi mesi non dipende dal mero fatto di detenere il semestre di presidenza, ma piuttosto dalla forza politica di cui gode Matteo Renzi dopo le elezioni europee. Molto più che la presidenza di turno, è il risultato elettorale a rendere inevitabilmente Renzi uno dei protagonisti principali dell’attuale politica europea. In questa fase in cui il mandato di Herman Van Rompuy sta per terminare e il suo successore non è ancora stato nemmeno deciso, la forza politica di Renzi gli permette anche di svolgere il ruolo di una sorta di presidente informale del Consiglio europeo.

Grazie alla presidenza di turno e alla sua forza politica, il governo italiano può esercitare una certa influenza a livello europeo nei prossimi mesi. Tuttavia, per lanciare iniziative forti e originali è necessario individuare con chiarezza le priorità e spendere con efficacia il capitale politico a disposizione. Il documento programmatico del semestre italiano è lungo e ricco di affermazioni condivisibili, ma fatica molto a indicare delle priorità chiare. Praticamente qualsiasi argomento viene indicato come «una priorità» o «una questione particolarmente importante». Anche il discorso di Renzi al Parlamento europeo ha faticato molto a indicare delle priorità chiare.
Se tutto è una priorità, niente è una priorità. Da un lato, la scelta di indicare tutto come una priorità deriva da una sopravvalutazione di ciò che è possibile ottenere durante il semestre di presidenza: stando al documento programmatico, l’Italia promuoverà dei cambiamenti significativi praticamente in ogni sfera dell’Unione europea. Dall’altro lato, indicare tutto come una priorità può essere una scelta tattica per mimetizzare quella che probabilmente è la vera priorità del governo italiano, ovvero rendere più flessibili le regole dell’unione economica e monetaria.
L’obiettivo della flessibilità in ambito finanziario è importante, ma non sembra adeguato per raggiungere un altro obiettivo che pare essere particolarmente importante, ovvero ricostruire una sorta di connessione sentimentale tra i cittadini e l’integrazione europea. Servirebbe un’iniziativa più creativa e più visionaria, anche se magari dal carattere meno sostanziale. Per rilegittimare l’integrazione europea dopo la crisi del Sessantotto, si pensò di puntare sulla cooperazione allo sviluppo e sulle questioni ambientali. Per uscire dall’eurosclerosi dei primi anni Ottanta, l’invenzione dell’Erasmus ebbe una certa efficacia simbolica.
Per ricostruire oggi una connessione sentimentale con l’Europa manca un’idea originale. L’idea del servizio civile europeo poteva aprire prospettive interessanti ed era un’idea dal forte carattere simbolico e dai costi relativamente contenuti. Tuttavia, se il governo italiano avesse davvero voluto promuovere un progetto ambizioso a riguardo avrebbe dovuto inserirlo tra le priorità effettive del suo semestre di presidenza. L’ampiezza e la vaghezza degli obiettivi perseguiti e i limiti di tempo e delle risorse politiche a disposizione spingono ad aspettarsi dal semestre dei risultati meno spettacolari rispetto alle aspettative riposte nei suoi confronti.

(www.mentepolitica.it , 8 luglio 2014)

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