24 dicembre 2015, Cultura - Politica e società

Non si può mai uccidere in nome di Dio

di Enzo Bianchi

Lo ha detto papa Francesco: utilizzare la religione per giustificare terrore e odio è una bestemmia.

Per questo il dolore per ciò che è accaduto in Francia non deve portarci a rispondere alla violenza con la violenza. Altrimenti rischiamo di fare il gioco dell’ unica divinità non invocata in nessuna preghiera: il denaro, che genera tante guerre.

«Utilizzare il nome di Dio per giustificare la strada della violenza e dell’ odio è una bestemmia ». Queste parole forti di papa Francesco, pronunciate all’ indomani della carneficina di Parigi, «inqualificabile affronto alla dignità della persona umana», continuano a risuonare con forza in queste ore in cui la strada perversa che «non risolve i problemi dell’ umanità» sembra ormai l’ unica che troppi hanno deciso di intraprendere.

Da più parti si sono levati appelli pacati alla fermezza e al non arrendersi alla brutalità disumana, continuando in una vita quotidiana che non si lascia attanagliare dalla paura, che coltiva amicizie, fraternità, normalità di rapporti in quella che definiamo una convivenza civile e che è frutto maturato anche sulle macerie della seconda guerra mondiale. Eppure qualcosa suona tragicamente stonato in questo coro di dignitosa fermezza di fronte al male: è il fragore delle bombe che prima e dopo i drammatici fatti di Parigi cadono ogni giorno sulla popolazione in Siria, senza distinzione tra civili, combattenti, terroristi; è l’ impercettibile sussurro che sui media occidentali riporta le vittime di attentati sanguinosi a Beirut; è l’ impalpabile silenzio che avvolge le origini dei gruppi terroristici, le loro fonti passate e presenti di approvvigionamento di denaro e armamenti…

Sì, se rispondiamo all’ odio con l’ odio, se pensiamo di sconfiggere la violenza con una violenza più forte, se riteniamo che la guerra sia la risposta giusta ad atti che hanno come scopo proprio quello di trascinarci in guerra, allora hanno già vinto loro. Da anni, almeno dall’ apocalisse dell’ 11 settembre, le più alte autorità delle diverse religioni, vanno ripetendo con forza che non si può uccidere in nome di Dio, che chi si appella a Dio per giustificare il male assoluto che compie bestemmia il Dio che invoca. Eppure si fa strada con sempre maggior chiarezza una verità scomoda che nessuno grida: chi uccide così brutalmente degli esseri umani lo fa sì in nome di dio, ma di un dio che non è invocato in nessuna preghiera. Quel dio in nome del quale si combattono guerre spietate si chiama denaro. Un dio che regola il commercio delle armi e il contrabbando del petrolio, inquina gli affari di troppe banche e corrompe troppe persone al potere, condiziona rapporti diplomatici e perverte prospettive di crescita e di sviluppo, sfrutta, consuma e uccide il pianeta e quanti vi abitano.

Arrendersi a questo dio e alla sua capacità di seduzione, rispondere al male con il male, alla morte sofferta con la morte inflitta significherebbe che hanno già vinto loro, le forze del male. Ma allora, come si esce da questa spirale di violenza? Con l’ arrendevolezza, la pusillanimità, la rassegnazione? No di certo, ma con la forza, la risolutezza, la tenacia di chi si oppone al male con il bene, di chi tesse ogni giorno la tela dell’ umanità e della fraternità. L’ ora degli operatori di pace non conosce stagioni: sono chiamati a lavorare nei giorni e nei luoghi tranquilli così come nelle zone e nei tempi di guerra; per loro non c’ è corsa alle armi perché non stanno mai fermi con le loro mani e i loro cuori disarmati. Ingenui buonisti? Ma nella storia sono proprio gli operatori di pace a essersi rivelati portatori di speranza e realizzatori di utopie, a differenza di quanti si ritenevano realisti e spietati ed erano osannati per la loro carica di rabbia, per l’ orgogliosa pretesa di spegnere un fuoco con un incendio ancora più grande. Ci vuole infatti molto più coraggio a lottare incessantemente per tutta una vita con la forza disarmata della ragione che a svuotare in un minuto il caricatore di un’ arma automatica, a indossare un’ unica volta un giubbotto esplosivo o a premere in un batter d’ occhio il bottone di sganciamento di una bomba. E ci vuole più coraggio ad affermare con coerenza e responsabilità le proprie convinzioni di pace e a tradurle in azioni concrete che a gettare irresponsabilmente benzina sul fuoco della frustrazione e della paura con parole che uccidono come pietre. La risposta al terrorismo non è e non può essere implementare o esportare il terrore: può solo essere rinsaldare la nostra intima resistenza al male, lavorare per la verità e la giustizia, costruire la pace anche al cuore delle macerie di guerra. Ma per credere veramente nell’ umanità, occorre ascoltare la ragione, impegnarsi nel dialogo, restare miti ricercatori della pace.

Se non ora, quando?

(“La Repubblica”, 20 novembre 2015)

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