22 luglio 2014, Cultura - In evidenza - Politica e società - Recensioni

Misteriosa trattativa

di Gianluca Di Feo

L’inchiesta su un patto tra clan e Stato riapre il dibattito sull’antimafia. Al centro del nuovo libro di Travaglio. Che ha una tesi forte.

È il tema che continua a dominare il dibattito sul rapporto tra Cosa nostra e istituzioni, una discussione che da due anni è uscita dai palazzi di giustizia per diventare centrale nella riflessione sul concetto stesso di antimafia. Cosa è successo dietro le quinte della stagione di sangue che tra il 1992 e il 1993 ha cambiato la storia del Paese? Chi ha cercato o raggiunto un accordo con i padrini delle stragi, con quali promesse e tramite quali canali? E quali devono essere gli strumenti nella ricerca della verità?

Marco Travaglio, vicedirettore de “il Fatto” e opinionista de “l’Espresso”, è stato uno dei protagonisti di questo dibattito, che è arrivato a toccare perfino il Quirinale. Lo ha portato anche in cinquanta città, con un allestimento di teatro civile basato sugli atti d’indagine. E ora ripropone quell’esperienza in un volume, È Stato la mafia, edito da Chiarelettere (156 pagine più il dvd, euro 14,90). Lo schema del recital non perde efficacia nella carta stampata. L’intarsio di stralci di verbali, intercettazioni o interviste rafforza il racconto, fino al capitolo finale “Romanzo Quirinale” in cui si esamina il comportamento del presidente della Repubblica.

Il libro arriva mentre un altro saggio – “La mafia non ha vinto” curato dallo storico Salvatore Lupo e dal giurista Giovanni Fiandaca, candidato alle Europee con il Pd – ha presentato una lettura opposta della vicenda: un’analisi che nega l’illeicità dei contatti intessuti all’indomani delle stragi sia dal punto di vista sostanziale, che da quello della rilevanza giudiziaria. Tanto che, concludono gli autori, alla fine i vertici corleonesi di Cosa nostra sono stati tutti catturati e scontano il carcere duro.

Travaglio invece nella nuova introduzione ribadisce il peso dell’intreccio occulto: «Da ventidue anni uomini delle istituzioni, della politica, delle forze dell’ordine, dei servizi, degli apparati di sicurezza custodiscono gelosamente, anzi omertosamente, i segreti di trattative immonde, condotte con i boss mafiosi le cui mani grondavano del sangue appena versato da Giovanni Falcone, da Francesca Morvillo, da Paolo Borsellino, dagli uomini delle loro scorte, dai tanti cittadini innocenti falciati o deturpati dalle stragi di Palermo, Firenze, Milano e Roma. E su quei segreti e su quei silenzi hanno costruito carriere inossidabili, che durano tutt’oggi. Disposti a ogni abuso di potere contro la Legalità e contro la Costituzione, pur di salvaguardare quei segreti, quei silenzi, quelle carriere».

E insiste su un concetto chiave: gli accordi stretti in quei mesi continuano a condizionare il presente. «”Chi non è ricattabile non può fare politica” disse un giorno con il consueto cinismo Giuliano Ferrara. Aveva ragione, purtroppo», scrive Travaglio.

«La storia della Trattativa è la prova su strada di quell’assioma: chi ha parlato o si è dissociato dalla consegna dell’omertà e della complicità politico-mafiosa è stato spazzato via. Chi ha taciuto ha conservato, anzi aumentato il suo potere- Per questo la storia della Trattativa Stato-mafia non è archeologia: è attualità. E lo sarà fino a quando l’ultimo dei suoi protagonisti non sarà uscito definitivamente di scena. Solo allora», conclude, «si potranno combattere veramente le mafie: per sconfiggerle, definitivamente, non per contenerle entro limiti “fisiologici” o per dar loro una salutare potatura, come si è sempre fatto negli ultimi due secoli».

La conclusione di Travaglio è esplicita, destinata a sollevare altre polemiche: «”Io so, ma non ho le prove”, diceva Pier Paolo Pasolini a proposito della strage di Piazza Fontana. Noi, a proposito della trattativa Stato-mafia, siamo più fortunati: abbiamo le prove. Ma quasi tutti fanno finta di non sapere».

(“L’Espresso”, 6 giugno 2014)

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