10 marzo 2011, Politica e società

Milano val bene una massa: tutti i candidati alla successione di Tettamanzi

Duomodi Valerio Gigante

Il rush finale verso la successione al card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano in procinto di lasciare la diocesi per raggiunti limiti di età, è iniziato. Ma l’esito, mai come in questa occasione, appare incerto. Per molti, in pole position resta mons. Gianfranco Ravasi, ex prefetto della Pinacoteca ambrosiana ed ora presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, insigne biblista.

Ma, nonostante l’ottimo curriculum, per Ravasi la strada che conduce alla Madonnina è tutta in salita. Il biblista, infatti, non ha moltissimi estimatori in Vaticano, nonostante giri voce che la sua candidatura sarebbe sostenuta dal segretario di Stato card. Tarcisio Bertone. Un’arma a doppio taglio, perché Bertone, negli ultimi anni, in fatto di nomine a prestigiose sedi cardinalizie ha goduto presso il papa di alterne fortune. Basti pensare alla cocente sconfitta subita a Torino, quando addirittura due suoi candidati, l’arcivescovo di Alessandria, mons. Giuseppe Versaldi, e l’osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, mons. Aldo Giordano, furono sconfitti da mons. Cesare Nosiglia, fedelissimo del card. Camillo Ruini.

Ravasi, comunque, ha dalla sua anche il sostegno e la simpatia dei media e dell’opinione pubblica: ha infatti sempre prestato molta attenzione alla cura della sua immagine. Sia dentro il mondo cattolico, attraverso i libri, i saggi, le conferenze e la sua quotidiana rubrica – “Mattutino” – sulla prima pagina di Avvenire; sia presso quello laico: al suo “storico” programma – “Le frontiere dello Spirito” – in onda su Canale 5 la domenica mattina, mons. Ravasi ha da poco aggiunto una rubrica fissa – “Diverso parere” – sul settimanale l’Espresso. C’é poi la collaborazione all’inserto domenicale del Sole 24Ore, che testimonia un buon feeling con il mondo imprenditoriale e finanziario, necessario per aspirare alla cattedra milanese. Infine, la recente iniziativa del “Cortile dei gentili”, un progetto che ha avuto grande risonanza sulla stampa e che si propone di mettere a confronto atei e credenti su temi universali.

Il “Cortile” occhieggia con evidenza alla «Cattedra per i non credenti» voluta dal card. Martini a Milano, negli anni ‘80. Ma la scelta del termine “gentili” al posto di “non credenti” o “atei”, oltre che un omaggio a S. Paolo rappresenta anche un segno dei tempi: l’accorta scelta lessicale di chi, in una fase in cui nella Chiesa i “non credenti” sono più un territorio da evangelizzare che come una realtà con la quale confrontarsi, cerca di non costruirsi un’immagine troppo “secolarizzata”. Ma proprio la grande esposizione mediatica costituisce per Ravasi un limite, oltre che una risorsa.

L’episcopato lombardo, che il nunzio apostolico in Italia ha consultato per carpire orientamenti e umori da riferire in Vaticano, critica a Ravasi proprio l’eccessiva presenza sui giornali e alla televisione, oltre che il profilo eccessivamente intellettuale e l’assenza di esperienza pastorale “sul campo”. Certo, anche il card. Carlo Maria Martini nel 1980 fu nominato arcivescovo di Milano senza che prima fosse stato parroco o vescovo in nessun’altra diocesi. Ma la caratura del personaggio era enorme; e poi, la nomina di Martini fu un coup de théâtre di Wojtyla, che, appena diventato papa, si era entusiasmato della profonda cultura dello studioso gesuita, da poco rettore della Pontificia Università Gregoriana.

Cielle piglia tutto?

La nomina del prossimo arcivescovo di Milano sarà invece necessariamente frutto di difficili mediazioni. Oltre all’episcopato lombardo, infatti, ci sarà da tenere nel giusto conto l’opinione del card. Tettamanzi, che farà pesare l’autorevolezza conquistata in questi ultimi anni, durante i quali ha rappresentato (voce pressoché unica tra i big dell’episcopato italiano) l’opposizione alla linea del card. Ruini dentro la Cei. Poi, assolutamente non secondario, c’è il potere di Comunione e Liberazione, che attraverso la Compagnia delle Opere ed il sostegno del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, ha conquistato una ad una le leve del potere politico ed economico della Regione, attraverso nomine, appalti e una rete fittissima di relazioni. Cielle spinge per l’elezione alla cattedra milanese del card. Angelo Scola, ciellino doc, attuale patriarca di Venezia. Con Scola arcivescovo, il movimento di Giussani conquisterebbe infatti un ruolo egemone anche in diocesi, ottenendo il controllo degli uffici di Curia.

Ma la nomina di Scola avrebbe anche un enorme valore simbolico: Milano, infatti, è la città dove don Luigi Giussani ha iniziato la sua lenta, ma inesorabile ascesa. Ma Milano è anche la diocesi in cui il movimento del “Gius” ha sempre avuto vita difficile. Prima sotto il card. Montini, il futuro papa Paolo VI, che alla fine degli anni ’60 ne limitò fortemente il raggio di azione; poi durante l’episcopato del card. Martini, che ebbe con cielle un rapporto molto conflittuale. Durante il quale, caso pressoché unico nella storia delle diocesi italiane, il movimento di Giussani fu denunciato al tribunale ecclesiastico di Milano dal movimento cattolico della “Rosa Bianca”. Era il 1987, il rettore dell’Università cattolica Giuseppe Lazzati era morto da un anno quando due giornalisti della testata ciellina Il Sabato, Antonio Socci e Roberto Fontolan, ne criticarono duramente il pensiero e l’opera, arrivando ad additarlo come uno dei responsabili della «corrosione protestantica» che attraversava la Chiesa postconciliare. Il processo alla fine non ci fu, ma i due giornalisti furono costretti a pubblicare una ritrattazione. Ma se per i seguaci di Giussani, la reconquista di Milano sarebbe la ciliegina sulla torta di una irresistibile ascesa, all’interno dell’episcopato milanese, come in Vaticano, una egemonia ciellina così smaccata in Regione desta più di qualche preoccupazione. Anche per le inchieste giudiziarie che stanno facendo emergere i legami tra i clan calabresi nel nord Italia e la macchina di potere di Comunione e Liberazione.

Difficile quindi che la Chiesa dia una legittimazione così eclatante al movimento di don Giussani proprio quando sembra che il sistema di potere di Cielle in Lombardia cominci a scricchiolare. Così, proprio la forza del movimento a Milano come in Lombardia potrebbe – paradossalmente – costituire il limite della candidatura di Scola. Il cui curriculum, peraltro, non presenta nemmeno quell’indispensabile profilo intellettuale e pastorale che la diocesi più importante d’Italia dopo Roma richiederebbe.

Tanti outsider

Ma è proprio la “statura” a mancare a molti degli “avversari” di Ravasi. Complice il pontificato wojtylano, che negli ultimi 20 anni ha fatto piazza pulita di tutti gli esponenti più vivaci ed attivi dell’episcopato italiano e del mondo teologico, sostituendoli con uomini di “apparato”, di provata obbedienza, ma spesso di scarsa levatura.

E allora, oltre a Scola e Ravasi, c’è spazio anche per una folta schiera di candidati outsider. Nomi certamente meno noti, ma con qualche carta da giocare. Tra essi mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza, già assistente ecclesiasti­co dell’Università Cattolica a Milano, il cui nome troverebbe il consenso di Cielle e il sostegno di Bertone (che fu suo vescovo a Vercelli per alcuni anni e che lo ha consacrato vescovo nel 2008) ed il cui curriculum comprende l’Institut Catholique e la Sorbona. Ambrosio, oltre che vescovo al nord, è di origini piemontesi: tutte caratteristiche che lo renderebbero “papabile” alla cattedra milanese.

Al contrario di mons. Bruno Forte, che alla scuola del card. Martini è cresciuto, ma che è originario di Napoli ed è attualmente vescovo a Chieti. E che dal Sud difficilmente potrà raggiungere la madonnina, nonostante in questi anni abbia modificato la sua immagine “conciliare” e “progressista” in quella di un convinto sostenitore del Ratzinger-pensiero. Impegnato nel dialogo con le Chiese d’Oriente e con gli ebrei, Forte ha dalla sua la fama di grande comunicatore. E vanta ottime relazioni con il modo laico, che coltiva collaborando a testate come il Sole 24 Ore, il Corriere della Sera e il Centro.

Ma il nuovo vescovo di Milano potrebbe anche essere un vescovo della Lombardia, in continuità ideale con il card. Tettamanzi. A questo profilo potrebbe corrispondere l’attuale vescovo di Pavia, mons. Giovanni Giudici (che ha recentemente accettato di incontrare i rappresentanti dell’Arcigay locale). O mons. Luciano Mo­nari, vesco­vo di Brescia, discepolo di Martini -; oppure mons. Diego Coletti, vescovo di Como. È invece forse ancora troppo “giovane” e privo di esperienza il neo-vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi (60 anni il prossimo agosto). Mentre tra gli attuali ausiliari di Tettamanzi, l’unico nome che circola è quello di Franco Giulio Brambilla.

(“Adista Notizie”, n.19 del 12 marzo 2011)

4 commenti per : Milano val bene una massa: tutti i candidati alla successione di Tettamanzi

  • enzo

    “Così, proprio la forza del movimento a Milano come in Lombardia potrebbe – paradossalmente – costituire il limite della candidatura di Scola. Il cui curriculum, peraltro, non presenta nemmeno quell’indispensabile profilo intellettuale e pastorale che la diocesi più importante d’Italia dopo Roma richiederebbe.”
    Ma stiamo scherzando?Scola è stato allievo diretto di H.U. Von Balthasar, ed è in contatto con alcuni tra i più grandi pensatori cattolici del continente; il suò profilo intellettuale proprio non si discute.

  • Giovanni Bianco

    Non entro nel merito del curriculum di Scola, che di sicuro è di più elevato spessore rispetto a quel che è scritto nel puntuale articolo di Gigante, tuttavia è indubbia la sua vicinanza a Cl e la sua eventuale nomina ad arcivescovo di milano costituirebbe un forte vantaggio per il movimento fondato da Don Giussani espressione, anche in Lombardia, di un cattolicesimo conservatore (o pure ultraconservatore) e di potere.

  • Gianni

    Ma scola é anche un prete che è stato cacciato dai seminari milanesi. Nominarlo arcivescovo di Milano sarebbe una provocazione. O vogliono fargli fare la fine dell’arcivescovo Haas?

  • liliano

    Mi chiedo se un Cardinale deve rapprentare una parte o deve corrispoondere alla sua funzione di pastore di anime con pienezza di carisma. Un esempio: Mons.Giovanni Giudici mi sembra abbia assolto lodevolmente il compito di attendere alla cura dei tremila sacerdoti della Diocesi, durante i suoi anni di Vicario Generale a fianco del card. Martini e di possedere un curriculum di prestigio.Spero che sia il Papa a decidere e non le conventicole.

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