2 marzo 2015, Politica e società

Mattarella al Quirinale, Renzi a Palazzo Chigi: moriremo democristiani?

di Angelo d’Orsi

Era il 1985, quando Francesco Cossiga, notabile democristiano, divenne capo dello Stato: quello che lo portò al Colle, fu un voto plebiscitario, “trasversale”, che mise d’accordo destra e sinistra: l’argomento forte che ricorse fu: “è una persona perbene”, un “galantuomo”, oltre al riconoscimento di “vasta esperienza politica” (e come no? Un democristiano di lunghissimo corso): la sinistra fu felice perché si sbarrò la strada a Giulio Andreotti, ed era pure convinta di poter condizionare il neoeletto. Illusione, dolce chimera…

Risento analoghi commenti oggi: una brava persona, uomo rispettoso delle istituzioni, e così via. Ma sono titoli di merito, codesti? Sono risibili, per non dire quasi irrisori, per un candidato presidente della Repubblica. Non dovrebbe essere la norma base? E ora dobbiamo, insomma, essere appagati che, invece di un Berlusconi (solo perché ineleggibile, giuridicamente, diciamolo), o analogo avanzo di galera, ci spelliamo le mani davanti a un uomo onesto? Per giunta fratello di una vittima della mafia: questo Paese è strano. Prima lascia uccidere i suoi migliori uomini, e poi fa fare carriera ai parenti (figli, mogli, fratelli…). E, intanto, il Pd gongola per la “ritrovata unità”: dimenticando che la medesima unità l’aveva agguantata pochi giorni prima compiacendosi (o fingendo di compiacersi) per la vittoria di Alexis Tsipras ad Atene. Sono compatibili Tsipras e Mattarella? Ho qualche dubbio.

Intanto, i commentatori più attenti, riconoscono, a malincuore gli uni (e io mi colloco tra costoro), giubilando gli altri, a Giorgio Napolitano, ancora una volta, il ruolo di “grande regista” dell’operazione. Il suo endorsement a Mattarella alla vigilia del voto decisivo appare un ennesimo – l’ultimo, c’è da sperare – vulnus alla Costituzione e al buon garbo istituzionale, commesso da questo vecchio dirigente che dalla destra del Pci è passato alla Destra tout court, interpretandone, come meglio non si potrebbe, sotto le mentite spoglie di una difesa della “stabilità” democratica, le volontà e i desiderata.

In realtà si è trattato di una “nomina”, non di una elezione. Un altro passo verso la Repubblica dei nominati, dal primo all’ultimo “rappresentante del popolo”. E mentre già si fanno i nomi dello staff presidenziale – tutti rigorosamente ex democristiani –, M5S e Forza Italia si leccano le ferite, con varie argomentazioni.

Con Cossiga si sa come andò: è stato il peggior inquilino, accanto a Giovanni Leone, ma assai più pericoloso, del Quirinale, un vero esempio di delinquenza politica portato a furor di partiti dell’arco costituzionale sulla poltrona più alta della Repubblica: occorre ricordare i duelli con Scalfaro, che allora difese mirabilmente le prerogative del Parlamento, soggetto a assalti ingiuriosi da parte di un uomo che aveva perduto oltre che il senso della misura, il senno. Per tacere delle trame oscure al cui centro stava tranquillo il signor Kossiga, come lo bollava sui muri di tutta Italia “il movimento”, o quel che ne restava.

Napolitano, successore di Ciampi, successore di Scalfaro, è, tuttavia, fra i presidenti, colui che ha fatto i danni maggiori, e certamente a lui dobbiamo Renzi, e ora Mattarella. A lui dobbiamo le “riforme” che stanno devastando il tessuto istituzionale e sociale del Paese: un Parlamento addomesticato fatto di nominati da due o tre ducetti, e tenuto al guinzaglio da un gruppo di capibastone; lo Stato sociale smantellato pezzo dopo pezzo; l’indipendenza della Magistratura posta sotto pressione; il pluralismo della stampa praticamente cancellato; una scuola privata del pensiero critico; una università asservita all’impresa; la proprietà pubblica cancellata in ogni sua espressione; il ruolo del sindacato (non padronale), ridotto farsa; e molto altro ancora. Ecco il sugo delle “riforme”. Ossia, gli obiettivi perseguiti (per disgregarli) dal duo Napolitano-Renzi, sospinti e legittimati dalla famigerata “Troika”, che interpreta gli interessi dei grandi gruppi finanziari sovranazionali.

Come è stato detto da più parti aspettiamo al varco Mattarella: certo, lieto di constatare che ci troviamo davanti a un buon presidente; ma, a prescindere dalle torbide zone d’ombra che gli vanno imputate (prima fra tutti la menzogna sull’uranio impoverito nella ex Jugoslavia, da lui negato, e poi ammesso dalla stessa Nato) o dalle pecche politiche (a cominciare dalla legge elettorale che porta il suo nome, che aprì la strada a Berlusconi), mi sento offeso innanzi tutto dal metodo con cui si è giunti a tale esito: offeso in quanto è stata offesa la Costituzione, ancora una volta, e mortificata la libera dialettica politica. Del resto, ho il fortissimo timore che questo presidente possa essere la foglia di fico sulle sconcezze portate avanti dall’altro presidente, quello del Consiglio, anch’egli, non dimentichiamolo, di provenienza DC.

“Moriremo democristiani”, è lo sconfortato commento circolato fin dai primi minuti successivi al pietoso rito elettorale, dove l’esteriorità pomposa non riusciva a nascondere che il potere invisibile – il grande ostacolo alla democrazia – aveva deciso già tutto. Forse l’Italia non ha mai smesso di essere democristiana, come non ha mai smesso di essere fascista, e prima, liberale (ma solo di comodo; è sempre toccata alla sinistra, in Italia, fare la parte dei liberali). È proprio il trasformismo la chiave di volta della nostra storia, o quanto meno una chiave esplicativa fondamentale.

E tutto ciò mentre la Sinistra appare messa nell’angolo, in una specie di riserva indiana, con i suoi leaderini che si insultano vicendevolmente, oppure vanno avanti ciascuno per il proprio sentiero, certi che sia quello che conduce alle nuove immancabili mete trionfali. Anch’essi incapaci di percepire la voragine ormai aperta fra la politica – questa politica – e il Paese reale. Persino Corrado Passera, banchiere cattolico (ahi!), che lancia un suo movimento politico (“Italia Unica”), parla di “rivoluzione possibile”. E di rivoluzione parlarono Berlusconi, D’Alema, Veltroni, Bossi, Grillo, Papa Francesco, e, ormai da un anno, ne parla cinguettando, il trionfante, sempre più sorridente Matteo Renzi…

Non c’è speranza, insomma!? La rivoluzione in questa nostra Italia è solo quella delle classi dominanti magari in alleanza con il lumpenproletariat (vedi fascismo ieri, “forconi” recentemente) o un mero slogan (commerciale o elettorale): in un caso come nell’altro è un inganno, o una presa in giro; ovvero nasconde esattamente il suo rovescio, la controrivoluzione. E chi non ci sta, che deve fare? Emigrare? Ritirarsi nello studio, nella lettura e nella contemplazione? O c’è ancora modo e voglia di ricominciare?

Io mi accontenterei, lo dico a chi si inquieta davanti a una parola grossa come “rivoluzione”, di un Paese in cui la classe politica rispetti la legge fondamentale, la Costituzione, a partire dal principio della divisione dei poteri, contro ogni spinta autoritaria e tendenza accentratrice nelle mani dell’Esecutivo e del “capo”; di un Paese che difenda con le unghie e con i denti il welfare state, e i diritti di lavoratori, pensionati, studenti, e ridia dignità (ossia, lavoro, innanzi tutto); di un Parlamento (Camera e Senato) eletto con sistema proporzionale, secondo il principio fondamentale del “potere dell’elettore”; di un sistema sociale che incoraggi lo studio e la ricerca; di governi locali e nazionali che invece di baloccarsi con “grandi opere” devastanti, costose, inutili, metta in sicurezza il territorio; e invece di giocare alla guerra sullo scacchiere mondiale, si occupi della sola guerra accettabile, quella a mafia, ndrangheta e camorra.

Ma tutto questo pur breve elenco, ove attuato, che cosa sarebbe, se non una rivoluzione?

(http://temi.repubblica.it/micromega-online/, 31 gennaio 2015)

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