28 settembre 2011, Cultura - Politica e società

Marcia Perugia-Assisi. Il cammino della pace non si può fermare

Basta de crímenes contra la Humanidaddi Nandino Capovilla

La convocazione ci aveva colpito per quel lungo elenco di motivi per i quali sarebbe stato “necessario camminare” ancora una volta sullo stesso percorso da Perugia ad Assisi. E il fiume di gente che quella strada ha riempito con gioiosa responsabilità nella lotta per la giustizia ha dimostrato quanto siano obsoleti e dannosi i ragionamenti di quanti, nel movimento per la pace, volendo distinguere, dimenticano la forza di cambiamento che si rigenera ad ogni Marcia per la pace: «Il mondo non può più attendere. Camminiamo insieme per rimettere al centro le persone, i popoli e i loro diritti, sostituire l’io con il noi, tagliare le spese militari e investire sulla sicurezza umana, salvare la vita di chi sta morendo di fame e di sete, disarmare la finanza, difendere e promuovere il diritto al lavoro, difendere i beni comuni, promuovere un’economia di giustizia, promuovere uno sviluppo equo e sostenibile, promuovere un’informazione libera e pluralista, difendere i diritti umani, riconoscere lo Stato di Palestina, mettere fine alla guerra in Libia, in Afghanistan, in Somalia, in Sudan, costruire una politica nuova fondata sui diritti umani, salvare, rafforzare e democratizzare l’Onu, costruire una nuova Europa solidale e nonviolenta, costruire la Comunità del Mediterraneo, e poi difendere la democrazia, riconoscere i diritti dei migranti, promuovere il rispetto e il dialogo tra le culture…». Un elenco davvero lungo, sul quale giustamente molti di noi avrebbero voluto usare l’evidenziatore per porre davanti al corteo le parole “disarmo”, “nonviolenza”, o “no alla guerra”.

Anche perché, negli stessi giorni in cui si preparava lo storico evento della Perugia-Assisi, i media prendevamo atto dell’evoluzione dello strumento guerra e dell’insegnamento che i più criminali conflitti che insanguinano la terra stanno propinando alle nuove generazioni. Esemplare in questo senso la candida sorpresa, soddisfatta e perversa, dell’ambasciatore Ivo Daalder, rappresentante Usa presso la Nato: «Dall’operazione aerea in Kosovo – ha affermato – abbiamo imparato quanto sia importante avere munizioni a guida di precisione per provocare il massimo danno minimizzando gli effetti collaterali. È quindi importante che tutti i Paesi le posseggano». Non specificava che sono gli stessi Stati Uniti a “preoccuparsi” che tutti possano acquistare e possedere tali armi. Visto che, nel caso della guerra in Libia, dopo più di dieci settimane tutti sembravano aver finito le bombe. Ma quello che colpisce è la soddisfazione con cui afferma, a nome di tutti i Paesi «impegnati in questa guerra a proteggere i civili», che «È stato proprio un lavoro straordinario!» (il Manifesto, 4/9).

Intanto, il segretario generale della Nato, forse, non si accorgeva di coniare una nuova descrizione della guerra di oggi. Anche Anders Fogh Rasmussen prendeva come illuminante esempio la carneficina libica per definire la guerra non più come “umanitaria”, ma con il neologismo di “guerra accurata”. Infatti, dovremmo gioire con lui perché «Siamo stati davvero eccezionali: nessuna operazione aerea simile, nella storia, è stata così accurata e attenta ad evitare il più possibile danni ai civili. Abbiamo messo in atto una precisione senza precedenti». Ecco quello che ci mancava: la “guerra accurata”.

Nel frattempo, altre voci, voci altrimenti profetiche, lanciavano la grande marcia Perugia-Assisi, riprendendo i valori più alti dei diritti umani, della riconciliazione, della fratellanza e della nonviolenza… E per fortuna si riscoprivano profonde e dense riflessioni che non hanno perso, dopo 50 anni, la loro attualità: «Ci rifiutiamo di fare solo un doloroso e penoso bilancio di rovine. Per questo la pace deve precedere la guerra. Ma siamo consapevoli che se questa marcia era necessaria, tante altre saranno necessarie. Siamo qui per dire all’Italia e al mondo, in questa penultima ora del giorno, che vogliamo vivere. Non ci rassegniamo alla morte, alla violenza e alla guerra. Perché siamo in grado di decidere noi il nostro destino».

Queste parole non sono un post sulla pagina facebook di un partecipante alla Prugia-Assisi, ma la voce tremolante di Gianni Rodari, nell’incerta pellicola color seppia, girata il 24 settembre 1961, prima edizione della Marcia per la pace. Ecco la straordinaria forza del movimento per la pace: coscienza di singoli e di popoli che non accettano di subire i soprusi del potere, proni e in silenzio, ma che si alzano e si mettono appunto in “movimento”, in “marcia” per iniziare cambiamenti possibili. A dispetto delle critiche che puntualmente ripetono il ritornello «ma dov’erano i pacifisti?», e che hanno tentato più volte di annunciare il funerale del pacifismo ad ogni tornante della storia del nostro Paese e del mondo, la gente non ha mai smesso di reagire, di riprendersi la piazza e di leggere anche nel presente straordinarie esperienze di lotta nonviolenta.

Sia chiaro, a noi non interessa tanto il numero dei partecipanti alla marcia di quest’anno. Ci sta a cuore, invece la coscienza dei giovani che l’hanno riempita di colori e di speranza. Vorremmo che la cultura prevalente di morte e di violenza, di esclusione e di razzismo, di guerra umanitaria e di missioni cosiddette di pace non avesse addormentato la loro coscienza ma al contrario che il vento arabo dell’indignazione li spingesse a lottare con più vigore per la pace.

La Marcia Perugia-Assisi è ancora piena di giovani che purtroppo sono cresciuti nella legittimazione della guerra “preventiva” e dell’imperialismo americano che ha portato solo disastri, morte e distruzione. Molti giovani hanno respirato negli ultimi anni solo un tipo di politica estera del nostro Paese, pienamente a servizio della guerra infinita al terrorismo e dell’odio verso l’altro come veleno che ammorba tutto il corpo sociale.

Certo, la Marcia per la pace resta un grande segno di speranza e una festa della nonviolenza come stile di vita assolutamente alternativo, un sollievo rispetto al degrado politico, una ferma determinazione al di là delle scelte di governanti, che ormai ammettono pubblicamente la loro distanza dalla Costituzione e la loro volontà di demolirla, a cominciare proprio dall’articolo 11. La storia gloriosa di questo evento non ci interessa per edificare un improbabile “museo della pace”, ma ci appassiona per i sempre nuovi motivi di rilancio e le provocazioni che sfidano ogni anno diversamente il movimento per la pace. Quest’anno, in particolare, sono proprio le rivoluzioni nonviolente del Nord Africa a suggerire impreviste energie di impegno.

«Lui se ne va e ha finito. Noi ci riprendiamo il Paese e iniziamo una storia nuova». La determinazione dei giovani di Piazza Tahrir nei confronti del dittatore, ritenuto forte e intaccabile, ha contagiato piazze di indignados e da Perugia ad Assisi sono sempre di più le persone che si stanno lentamente svegliando dall’apatia.

Il movimento nonviolento per la pace dovrà sempre più unire le forze per indirizzare e coagulare questo sentimento di indignazione, di disagio e di speranza che sta crescendo in tutte le nostre città. A fianco di queste speranze collettive, proponendo un metodo di lotta nonviolenta che valorizzi le potentissime esperienze dei No-Tav e dei No-Dal Molin, si cercherà di allargare il consenso e mantenere alto il livello di impegno.

«Marciare per la pace significa marciare contro la guerra», scriveva prima di partire per la Perugia-Assisi Mao Valpiana. «Marciare contro la guerra significa marciare per abolire gli eserciti. Marciare per abolire gli eserciti significa marciare contro le spese militari. Marciare contro le spese militari significa marciare per il disarmo. Marciare per il disarmo significa iniziare a disarmare se stessi. Se vuoi marciare per la pace, prepara il tuo disarmo unilaterale». Non ci mancano certo gli impegni precisi per continuare la Marcia.

* Coordinatore nazionale Pax Christi Italia

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