21 giugno 2012, In evidenza - Politica e società

Ma quel sistema non assicura neanche governabilità

di Michele Prospero

Non si può parlare di presidenzialismo, vale a dire di una organizzazione del potere del tutto difforme da quella ora vigente in Italia e in gran parte delle democrazie europee, in una maniera solo propagandistica, e cioè senza alcun riguardo alla complessità anche tecnica di un problema che ha profonde implicazioni storiche e politiche. Il passaggio da una forma di governo parlamentare flessibile a un regime di tipo presidenziale non solo non avviene mai a freddo, e senza scosse traumatiche nella vita di una nazione, ma contiene una tale potenza simbolica da mutare alla radice la mappa delle culture istituzionali e la geografia dei partiti.
La carta che Berlusconi ha deciso di giocare è solo una trovata disperata di chi sa comunque di stendere cortine fumogene e poi ignora persino i termini istituzionali più essenziali della questione. In fondo la sua è una ennesima prova di carenza di ogni senso dello Stato. Dichiara infatti il Cavaliere che a indurlo sul carro della scelta presidenziale è stato lo spettacolo recente vissuto dalla Francia. In gran fretta Parigi ha sciolto l’enigma della governabilità e un capo di Stato, appena insediato, già gira per il mondo, con a supporto un nuovo esecutivo da lui gradito. Ma forse Berlusconi non sa che, dopo l’investitura dell’inquilino dell’Eliseo, per avere un governo di legislatura, che operi nelle sue piene funzioni, si deve ancora aspettare l’esito del voto a doppio turno previsto a giugno per esprimere la nuova Assemblea nazionale.
Se anche alla Camera la gauche si aggiudicherà la maggioranza dei seggi, Hollande si troverà al comando di una repubblica iperpresidenziale, con un capo monocratico che si ritrova in mano vasti poteri discrezionali (e senza i limiti di efficaci bilanciamenti come quelli previsti a favore del Congresso americano) che il titolare della Casa Bianca neppure si sogna. Dalle urne potrebbe però anche scaturire, e in Francia è già accaduto altre volte, una maggioranza di destra, cioè con un colore diverso da quello che ha condotto alla presidenza il socialista Hollande.
Una tale eventualità metterebbe in seri guai l’Eliseo. Gli ingranaggi dei poteri salterebbero e comunque verrebbero sfidati da una paralizzante coabitazione con un primo ministro di destra. Questo effetto perverso della condanna periodica alla coabitazione dei due presidenti che non si amano è peraltro solo uno dei tanti buchi neri della Quinta Repubblica (altri ne esistono, anche dopo le riforme costituzionali del 2008, in rapporto alle flebili attribuzioni del Parlamento, al potere di scioglimento dell’assemblea, alla facoltà di indire referendum e dichiarare l’emergenza).
Per gli indubbi momenti di intrinseca debolezza contenuti nei dispositivi tecnici francesi, l’ubriacatura per il presidenzialismo, che senza alcuna approfondita analisi si getta nella mischia spacciandola come soluzione miracolosa, è solo un ulteriore indizio di una destra inaffidabile che gioca alla cieca anche con il congegno costituzionale.
Il salto nel buio di ordine costituzionale proposto da Berlusconi non è un’efficace terapia al malessere della politica. Peraltro non può in alcun modo trovare un appiglio con un preteso presidenzialismo di fatto già imposto da Napolitano e che si tratterebbe solo di mettere in forma. Questa inferenza, che anche taluni storici a digiuno di costituzionalismo hanno con troppa fretta accreditato, è semplicemente falsa.
Il Quirinale ha solo garantito la tenuta delle istituzioni parlamentari in momenti drammatici conservando la natura di potere neutro e senza in alcun modo aprire il cantiere che conduce al presidenzialismo.
Oltre che improvvisata, la sortita di Berlusconi intende di nuovo cavalcare l’onda anomala della personalizzazione del potere, che purtroppo ancora non si è placata. Il disegno è sempre quello di passare dal partito personale alla repubblica personale. Una sciagura storica che potrebbe scatenare una grave involuzione sistemica.
La crisi profonda della politica non ha per rimedi la vana ricerca di presunti uomini della provvidenza. La strada che il Pd ha indicato è per questo molto diversa da quella tardo carismatica e recupera il meglio della riflessione che su questi temi ha visto impegnata l’intelligenza giuridica di Leopoldo Elia.
Occorre ricostruire una solida democrazia rappresentativa, con un Parlamento forte, con un ricco tessuto pluralistico, con sfere di società civile e con partiti di nuovo organizzati. Tutto il resto è solo confusione, alimentata a disegno da chi insegue la chimera di un nuovo potere personale assoluto.

(“L’Unità”, 26 maggio 2012)

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