27 marzo 2018, Politica e società

L’ora più buia

di Domenico Gallo*

Le elezioni del 4 marzo segnano l’ora più buia nella storia dell’Italia repubblicana. Persino nel 2008, quando stravinse il centrodestra, totalizzando oltre 17 milioni di voti (con il c.d. Popolo della Libertà al 37%), non ci fu una batosta simile per il centrosinistra. All’epoca la coalizione guidata dal Pd che aveva espulso Rifondazione, Socialisti e Verdi, prese il 37% dei voti ed il Pd ottenne 12 milioni di voti (33%), mentre la sinistra arcobaleno rimase fuori dal Parlamento col 3,12%, avendo comunque preso più voti di quanti ne ha ottenuti adesso Liberi e Uguali.

È una sconfitta storica che porta a compimento un processo autodistruttivo del ceto politico di centrosinistra che viene da lontano; processo che Renzi, con la sua arroganza e la sua spericolata corsa a destra, ha soltanto accelerato. È un processo che travolge tutti, anche quei settori della sinistra c.d. antagonista che non si sono omologati o si sono sottratti tardivamente al giogo renziano.

Il risultato deludente di LeU è frutto di un doppio fallimento, quello derivante dall’incapacità di costruire un unico polo elettorale a sinistra del Pd, grazie alla faziosità delle opposte componenti che hanno fatto fallire il progetto unitario del Brancaccio, e quello derivante dal metodo di composizione delle liste, schiacciate sull’esigenza di assicurare la sopravvivenza del vecchio ceto politico-parlamentare a scapito della valorizzazione delle esperienze di partecipazione sul territorio.

Tuttavia se si considera il risultato complessivo di Pd, LeU e Potere al Popolo, viene fuori che gli oltre 2 milioni di voti in uscita dal Pd non sono stati recuperati da nessuno a sinistra. Per giunta il disastro è stato amplificato dalla legge elettorale che, attraverso il meccanismo delle false coalizioni e del voto congiunto ha consentito alla destra di conquistare seggi nei collegi uninominali persino in quelle zone dell’Emilia e della Toscana che tradizionalmente erano appannaggio del Pd ed ha favorito la fuga degli elettori Pd verso i 5 Stelle, unica forza politica capace di competere utilmente nel collegio uninominale.

I meccanismi istituzionali che hanno consentito al ceto politico del centrosinistra di esercitare il potere di governo senza il bisogno di un consenso popolare genuino – grazie ad una rappresentanza parlamentare autoreferenziale, Legaimpenetrabile alle domande ed ai bisogni popolari, invulnerabile alle critiche o ai malumori che provengono dalla società civile – alla fine hanno presentato il conto.

Alla fine abbiamo scoperto che dietro questo arrogante ceto politico il popolo non c’era.

La frana dell’area politica di sinistra e centrosinistra avviene in un contesto europeo in cui il tramonto delle forze socialdemocratiche apre la strada ad una destra nazionalista, rancorosa, xenofoba che costituisce il frutto di una elaborazione paranoica del lutto prodotto da una crisi economicosociale di cui non si vede la fine.

L’Italia non fa eccezione: se la destra è cresciuta nel suo complesso di due milioni di voti rispetto alle elezioni del 2013, al suo interno si è verificato un terremoto perché le componenti più xenofobe, la Lega e Fratelli d’Italia, hanno quadruplicato i loro consensi guadagnando circa 5 milioni di voti.

Se il governo cadesse nelle mani di un centrodestra a guida Salvini sarebbe un evento luttuoso per la democrazia italiana. Per fortuna l’avanzata della destra ha trovato un argine nella crescita del Movimento 5 Stelle, che ha occupato quello spazio di consenso popolare che sinistra e centrosinistra hanno perduto.

Per quanto sia difficile capire l’identità politica del Movimento, che rimane una nebulosa, e per quanto ne sia oscura la struttura politica, bisogna aprire un dialogo costruttivo con la sua forza parlamentare per scongiurare l’avvento del governo della destra ed aprire la strada ad un percorso politico che affronti con decisione le piaghe della povertà, della disoccupazione, della precarietà del lavoro e della vita, prima che la sofferenza sociale si trasformi definitivamente in disperazione, trascinandoci nella notte di un nuovo fascismo.

Alla luce di questo scenario politico si può comprendere quanto sia stata essenziale per la sopravvivenza della democrazia in Italia la battaglia vittoriosa che minoranze illuminate hanno condotto prima contro il Porcellum e poi contro l’Italicum e la riforma della Costituzione. Se si fosse votato con il porcellum, adesso questa destra fascioleghista, avrebbe ricevuto in dono una maggioranza blindata alla Camera ed al Senato, si sarebbe impadronita del Governo e avrebbe avuto nelle sue mani l’elezione del Capo dello Stato ed un fortissimo potere di condizionamento sulla Corte costituzionale, oltre alla possibilità di cambiare la Costituzione a suo piacimento, salvo l’ostacolo del referendum. Se si fosse votato con l’Italicum, nel nuovo sistema costituzionale che prevedeva una sola Camera elettiva, la lista o il listone vincitore del ballottaggio avrebbe avuto nelle sue mani un potere ancora maggiore perché non soggetto neppure alle mediazioni del bicameralismo.

Per fortuna questi scenari sono stati scongiurati dal fallimento delle riforme istituzionali. Le forze politiche che assumeranno il governo in questa legislatura, non saranno onnipotenti, dovranno esercitare l’arte della mediazione e non potranno svincolarsi dal controllo degli organi di garanzia.

È una fase difficile per la vita della Repubblica, ma i meccanismi della democrazia costituzionale restano in piedi e ci assicurano la possibilità di uscire fuori dall’oscurità del tempo presente.

* Domenico Gallo è presidente di sezione Corte di Cassazione

(Adista, 17 marzo 2018)

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