8 dicembre 2012, Politica e società

L’obiezione

di Raniero La Valle

Un certo tasso di astensionismo elettorale è fisiologico: c’è sempre una piccola parte della popolazione che non sa, non può o non vuole andare a votare. Quando però l’astensionismo scende sotto il livello di guardia, e quasi scompare, e le percentuali dei votanti schizzano verso l’unanimità, vuol dire che c’è un regime a prova di bomba, di tipo plebiscitario, peronista, sovietico o bulgaro che sia. La gloria della democrazia italiana, forse perché troppo a lungo le urne erano state negate, era che l’astensionismo fisiologico c’era ma assai contenuto, e sembrava naturale che tutti i cittadini andassero a votare per concorrere a determinare, come dice la Costituzione, la politica nazionale.
Questa volta in Sicilia (e i profeti di sventura dicono che così sarà anche nel resto del Paese) l’astensionismo ha raggiunto un picco superiore al cinquanta per cento, sicché da fisiologico è diventato patologico. Esso però non è la malattia, è il sintomo della malattia.
Non è la malattia per il semplice fatto che i non votanti non sono caduti nell’astensionismo, come si cade nella malattia, ma l’hanno scelto di proposito, come si fa quando una scelta la si vuole manifestare. Però non è stata una manifestazione di protesta; per protestare c’era già il movimento di Grillo, che non ha affatto assorbito l’astensione, come era nei propositi del teatrale sbarco in Sicilia, e dunque sotto questo profilo non ha vinto, ma ha fallito. La maggioranza degli aventi diritto al voto si è astenuta anche contro il movimento di Grillo, percepito esso pure come parte del problema, non della soluzione.
In realtà la renitenza alle urne della maggior parte dei siciliani non è stata né distrazione, né impedimento, né protesta. È stata un’obiezione di coscienza, gravida di una forte carica alternativa. Obiezione di coscienza non ai partiti (quella è la protesta), e nemmeno alla politica, ma allo scippo della politica che gli elettori dell’isola e del continente hanno subito negli ultimi trent’anni. Prima, in Sicilia, la politica c’era: basta pensare alla lotta delle classi borghesi per l’autonomia, o a quelle del movimento contadino per le terre, o a quella di tutti i siciliani contro i missili e per la pace. Ora la politica non c’è più, né lì né a Roma. I partiti ne sono in gran parte la causa, ma anche le vittime. L’attacco alla politica è cominciato infatti ben prima della decadenza dei partiti. La politica era l’ostacolo da rimuovere perché gli ideologi, gli gnomi, i profittatori e i redditieri della società del denaro potessero plasmare l’ordinamento economico a propria immagine e utilità, libero dai lacci e lacciuoli dei diritti, dei bisogni, delle salvaguardie e delle volontà del popolo sovrano.
Cominciò la Commissione Trilaterale, che era la cabina di comando dell’incipiente globalizzazione, a dire che per riscaldare l’economia e liberalizzare i profitti bisognava “raffreddare” la democrazia e intronizzare i Mercati. Poi, venuto meno il limite esterno della minaccia sovietica e dell’equilibrio del terrore, l’anticomunismo si è trasformato e ingigantito nell’antipolitica. Del capitalismo in via di sviluppo si è fatto il regime e il Vangelo dell’Europa unita nell’euro, delle democrazie nazionali si è fatta la camera di registrazione e di esecutività di conti fatti altrove.
La politica, cessato il suo compito (il bene comune!) è stata volta ad altri scopi: salvare il bottino ed evitare la galera, spartirsi le spoglie, gestire i residui simulacri del potere, dar modo di arricchimento, fornire un reddito o anche semplicemente far sbarcare il lunario a una platea sempre più larga di eletti, assessori, ausiliari e altri professionisti del ramo; la libertà di stampa e il pluralismo dell’informazione sono diventati la concorrenza nel mercato pubblicitario e la politica in televisione si è trasformata nello spettacolo a buon mercato, con tendenza al thriller, con cui senza star a pagamento, senza artisti costosi e con poche soubrettes si riempiono le prime serate. E infine, a certificare la propria superfluità, e addirittura riconoscendo di essere causa di turbativa delle sacre leggi dei mercati, la politica ha chiuso baracca, si è tenuta i burattini e ha passato tutto l’incartamento ai “tecnici”.
Allora per che cosa andare a votare? Solo per distribuire le parti in commedia, ma a commedia ormai finita? I tempi si sono fatti troppo duri, per permettersi questo lusso. Ed ecco quindi l’obiezione. Però bisogna stare molto attenti. Perché l’obiezione di coscienza o provoca una profonda conversione di ciò contro cui si obietta, o ne provoca, semplicemente, la fine. In Italia l’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio ha funzionato così bene, che ne ha provocato ben presto la soppressione. Guai, però, se l’obiezione di coscienza all’esproprio e allo scippo della politica, dovesse provocare la catastrofe e la fine della politica. Significherebbe tornare a prima della Costituente, a prima della Resistenza, come se ci fossimo fermati al 25 luglio 1943.

(“Rocca”, n.22 del 2012)

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