3 ottobre 2011, Politica e società

Lo stupro dell’art.8

di Bia Sarasini

Non è l’oltraggio alle donne a colpirmi dell’orrenda e ormai celebre barzelletta raccontata dal ministro Maurizio Sacconi. È la violenza politica che rende manifesta. Proprio con le sue parole. È lui stesso che dice, con quell’agghiacciante finzione di ironia così evidente nel video che ho visto e rivisto: il sindacato, se fosse virtuoso come una donna-suora che dice di no, potrebbe resistere allo stupro. Cioè all’articolo 8 della manovra del governo, che di fatto distrugge l’impianto dello Statuto dei lavoratori, in particolare il pilastro del licenziamento per giusta causa. Sostiene insomma, che lui – e il governo – con questo articolo mettono in atto uno strupro, sono stupratori. Uno stupro più che contro la Cgil, soprattutto contro chi lavora, donne e uomini. Di rado, l’odio acceca, un uomo politico ha reso così visibile il nesso tra violenza, sessualità maschile, e potere.

Di questo vorrei che parlassimo, dello stupro dell’articolo 8, che Eugenia Roccella difende nel suo intervento a sostegno del ministro, rimproverando a chi si indigna di mettere a fuoco «solo la figura retorica adoperata e non prende in considerazione il fatto di cui si parla». Che, stranamente, per lei non è il dispositivo dell’articolo 8, ma «il licenziamento». Anche qui, qualcosa che assomiglia a uno svelamento. Il licenziamento è uno stupro?
Insomma, mi sembra che per vie traverse emerga quella violenza, quello scontro feroce che è in corso in questa strana estate di manovre a vuoto. Una volta si sarebbe parlato di scontro di classe, oggi queste parole non hanno quasi più nessuna forza, il mondo che evocavano non risuona più nelle menti, nei cuori delle persone.

Per questo vorrei che l’indignazione femminile non fosse rivolta – non solo – verso l’offesa delle donne, all’atroce visione dei rapporti uomo-donna che queste parole rivelano.
Vorrei andare oltre. Non per abnegazione, o rinuncia. Piuttosto per espressione di forza.
Perché lo svelamento del nesso violenza, sessualità maschile, potere non è una questione di genere, è uno strumento per decifrare il mondo. Sono parole riconoscibili, sensate, evocative, su cui fare leva. Dicono delle relazioni e della politica.
Permettono di capire bene, per esempio, quanto sia duro il conflitto tra chi persegue svalorizzazione, frammentazione, annichilimento del lavoro, e chi il lavoro lo difende – in una visione diversa da quella classicamente lavoristica, che ne comprende tutte le forme, compreso quello domestico e quello precario.
Allora, dimissioni del ministro Sacconi? E il governo? E non perché mi offende come donna. Perché, come donna, valuto la sua politica, lo stupro dell’articolo 8.

(www.donnealtri.it , 9 settembre 2011)

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