28 febbraio 2014, Cultura - Politica e società

Lo sguardo sul mondo di Carlo Mazzacurati: alla giusta distanza ma con passione

di Ilvo Diamanti

Non è facile parlare di Carlo Mazzacurati ora che non c’è più. Perché mi era facile fino a poco tempo fa, parlare con Carlo. Una consuetudine facile e gratificante. Un piacere. Fisico, emotivo e intellettuale. Perché ci univano i valori e i riferimenti. A livello sociale, personale, culturale. Era un piacere. Parlare di tante cose. E sentirlo narrare. Suggestivo nel racconto. Con le parole e con le immagini, nei suoi film e nei suoi documentari. Nelle sue storie, dove le persone e i paesaggi si equivalgono. Perché il paesaggio é un personaggio, nelle sue narrazioni svolte con la macchina da presa. Il Nordest, soprattutto. Raccontato senza enfasi. Ne era incapace. Senza indulgenza. Fuori dai luoghi comuni.

A lui piaceva il Nordest nascosto. Lontano dalla retorica. Il Veneto che respira ancora, accanto alle galassie immobiliari e di piccole imprese. I paesi e gli spazi aperti sul delta del Po. Dove ambientare e narrare storie di vita e di morte. Di straordinaria normalità e di ordinaria drammaticità. Come in Notte italiana. Il suo primo film, che ho amato e conosciuto prima di conoscere lui. Anche se, quando ci siamo incontrati, complici amici comuni, è come lo avessi conosciuto da sempre. Perché è come i paesaggi e i personaggi dei suoi film. Come nella Giusta distanza, un saggio straordinario sul metodo attraverso cui guardare e leggere il mondo intorno a noi. Un metodo di cui Carlo ha fatto uno stile di vita. La giusta distanza. I legami forti e gli affetti, la famiglia per prima. Gli amici. E poi la distanza dai salotti, dai circuiti che contano. Carlo è sempre stato marcato dalla sua provincialità. Voluta e vissuta. Tra i suoi luoghi di vita. Tra Padova e Bolgheri.

Eppure la giusta distanza non gli impediva di coinvolgersi e di spendersi. Anzi, lo incitava a prendere parte. Oltre le convenzioni e oltre i luoghi comuni. Perché lui, Mazzacurati, è conosciuto come un grande narratore di storie del Nordest. Anzi: del Nordest. Ma il suo Nordest è lontano e diverso da quello della retorica leghista e anti leghista. Non è la piccola patria del micro capitalismo possessivo, dei poaretidivenuti siori, dei capannoni e dei campanili schierati contro Roma Ladrona. Il suo Veneto echeggia quello di Meneghello, Rigoni Stern e Zanzotto. Che egli ha raccontato, fatto parlare, insieme a Marco Paolini.

A Carlo piaceva la quotidianità, le storie che diventano storia. La periferia che entra nel mondo. Perché provincialità non significa provincialismo. E i confini esistono per delimitare la tua identità e, al tempo stesso,  per poterli superare. Soprattutto in nome di una “buona causa”. Come quella del Medici per l’Africa, il Cuamm. L’Associazione padovana che promuove è organizza la presenza di medici e personale sanitario negli ospedali di zone difficili dell’Africa. Un ponte fra il Nordest e l’Africa. Il Nordest in Africa. Fuori da ogni luogo comune. Oltre ogni stereotipo, che vorrebbe il Veneto e i veneti egoisti e localisti. Contro tutto ciò, l’esperienza del Cuamm, raccontata da Mazzacurati, testimonia la normalità dell’impegno. Osservata e proposta “alla Giusta distanza”.

È la lezione che ho appreso in tanti anni trascorsi accanto a lui. E ora che se n’è andato già mi manca molto. E mi mancherà di più in seguito. Impossibile dimenticarlo. Sostituirlo. Anche perché la sua presenza continuerà a farsi sentire. Nel paesaggio sociale, oltre che naturale, che mi circonda. Che io osservo con quella “Giusta distanza” e “passione”, che ho appreso da lui.

(www.repubblica.it , 23 gennaio 2014)

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