5 ottobre 2017, Cultura - Politica e società

Liturgia: il “grande principio” e la fine di una piccola storia

di Andrea Grillo

Con il motu proprio Magnum principium (MP) può finire una brutta storia e ricominciare la storia vera. Vediamo perché. Il grande principio riaffermato con il breve documento è la “partecipazione attiva” di tutto il popolo alla azione liturgica, anche mediante la comprensione dei testi liturgici. Su questo punto, in effetti, il Concilio Vaticano II era stato molto chiaro. Ma la sua recezione, iniziata con slancio e con forza negli anni ‘60 e ‘70, aveva trovato, a partire dagli anni ‘80, una progressiva freddezza, fino alla aperta ostilità, sancita dalla V Istruzione Liturgiam authenticam (LA), del 2001, che stabiliva il primato del testo latino, l’esigenza di traduzioni “letterali” e l’assenza di “interpretazione” nella traduzione. Questa “disputa sulla traduzione” nascondeva, in realtà, una disputa sulla riforma liturgica e sulla riforma della Chiesa. Affermando il primato del latino si affermava il primato del passato; affermando l’esigenza di “letteralità” si bloccava la esperienza che scaturiva dall’uso delle lingue popolari; affermando l’assenza di interpretazione si salvaguardava la possibilità di “fare tutto da Roma”, senza alcun bisogno di vera competenza in periferia e con l’esautorazione delle Conferenze episcopali.

Questo progetto, tuttavia, proprio perché orientato a difendersi dalla nuova realtà di un mondo articolato, di culture differenti e di esperienze irriducibili, è miseramente fallito sul piano della operatività. Con i criteri stabiliti da LA non si riusciva più a tradurre nulla: perché se si osservavano i criteri, non si capiva il testo; mentre se si voleva rendere il testo comprensibile, non si potevano rispettare i criteri. Di qui la paralisi delle traduzioni e, con esse, della Riforma liturgica, che forse era il vero obiettivo di LA.

Ora MP recupera “dal basso” la possibilità di Riforma: restituendo competenze alle Conferenze episcopali, riabilita l’esperienza periferica e culturale in materia di traduzione, ristabilisce l’esigenza di “interpretazione” e quindi ridimensiona le aspettative di “traduzione letterale”, ricollocando la Chiesa in una storia e in una società aperta.

Tutto questo viene realizzato mediante una distinzione tra recognitio e confirmatio, che viene introdotta nel Codice di Diritto Canonico, e quindi nello strumento più efficace in vista della operatività. Dal 1° ottobre potremo quindi assistere ad una dinamica positiva di “conferme” sulle traduzioni predisposte dalle Conferenze episcopali, tenendo conto delle specificità delle singole lingue e culture e senza la pretesa di un “sindacato romano sull’uso delle singole parole”.

Come è evidente, il testo, pur avendo al centro una semplice riformulazione del canone 838 del Codice, contiene un profilo ecclesiologico e teologico di prima qualità. Rilancia le competenze delle Conferenze episcopali, recupera il valore centrale della partecipazione attiva del popolo di Dio all’atto di culto e ristabilisce un rapporto tra lingua latina e lingue popolari senza le forzature nostalgiche che avevamo conosciuto negli ultimi 20 anni.

Finisce la brutta storia che aveva sognato di bloccare la liturgia su una sua formulazione astorica, che le singole storie e culture dovevano “tradurre senza interpretare”. Forse qui sta il nocciolo apologetico che oggi viene smascherato e denudato. Ogni traduzione è, inevitabilmente, una interpretazione. La pretesa di poter tradurre senza interpretare aveva portato da un lato ad un inevitabile paralisi, ma dall’altro a forme quasi comiche di rimedio. Infatti se traduco senza intepretare, poi debbo rimediare con una interpretazione successiva. Del tutto tipica di questa deriva era la soluzione immaginata per il “pro multis”. Bisognava tradurre per molti (non per tutti) ma poi bisognava spiegare che vuol dire “per tutti” (e non per molti). Dal 1° di ottobre prossimo tutto questo sarà solo il ricordo di una fase di grave disorientamento ecclesiale.

* docente di Teologia Sacramentaria presso la Facoltà Teologica del Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma e di Teologia presso l’Istituto di Liturgia Pastorale di Padova, nonché dell’Istituto Teologico Marchigiano di Ancona

(www.adista.it , n.32/2017)

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