22 maggio 2012, Politica e società

L’Italia delle consorterie

di Alfredo Reichlin

È necessario, perfino preliminare (se vogliamo essere ascoltati), riformare i meccanismi del finanziamento pubblico ai partiti, compreso il suo ammontare. Ma che questa sia la risposta alla gravità della crisi a me sembra cosa insufficiente e perfino fuorviante. E vorrei dirlo rivolgendomi ancora alle coscienze intellettuali e morali di questo Paese.
Le quali sanno bene perché è così devastante la crisi della democrazia europea e occidentale. Chi comanda a Bruxelles e con quali armi si combattono le elezioni americane? Ma non voglio sfuggire. È dalla realtà italiana che dobbiamo partire. Dalla sua estrema gravità. Questa non è solo una crisi della struttura economica e del sistema politico, è l’insieme dell’organismo italiano che è investito da uno sbandamento che è anche morale. La gente è smarrita e si chiede chi la dirige, e dove stiamo andando. Perciò io credo che il mare di fango che il sistema politico-mediatico sta gettando sui partiti non è un episodio tra i tanti della polemica politica. Esso investe (anche al di là delle intenzioni) l’esistenza stessa del Parlamento, la fiducia in esso. Cioè in quella che è la più grande invenzione della democrazia moderna: la rappresentanza di idee e interessi diversi nella convinzione che solo dal confronto tra “parti” diverse scaturisce l’interesse generale.
A che gioco si sta giocando oggi in Italia? I “partiti” non sono una “cosa”, una professione. Hanno un nome e un cognome. Io da giovane non mi sono iscritto ai “partiti” ma al Pci, cioè a quello che era l’avversario della Dc. Oggi, vedo che cresce il numero di quelli che non si iscrivono a un partito (tutti in calo di militanti) ma a strutture molto più potenti, ramificate e oscure. Quelle che già Gramsci chiamava «l’Italia delle consorterie». Non confondiamole con i partiti. Io qui sto parlando invece di un partito che ha un nome e un cognome: il Partito democratico. Quella forza politica che con tutti i suoi difetti (e anche con qualche “mela marcia”) ha, nel recente passato, governato l’Italia assieme a persone come Ciampi, Prodi, Andreatta, Veltroni,Napolitano, D’Alema, Bersani, Visco. Perché non si dice che questi ministri sono stati tra i migliori e i più onesti della Repubblica? L’attuale governo dei tecnici non mi fa dimenticare che quei governi hanno privatizzato le banche e l’industria di Stato, hanno riformato il commercio, hanno portato l’Italia nell’euro. Poi, quando la maggioranza degli italiani (non noi, ma una maggioranza creata anche dal semi-monopolio tv-giornali) ha mandato al governo Silvio Berlusconi, noi (ripeto: noi), non altri che oggi si stracciano le vesti, siamo stati all’opposizione. Ma lasciamo stare la polemica. È la crisi anche morale dell’Italia il problema vero che suscita perfino angoscia. Come ne vogliamo uscire? Con una riforma anche intellettuale e morale senza la quale l’Italia – non esagero – non sarà più quella cosa meravigliosa che è stata nei secoli, oppure con questo miserabile gioco secondo cui, essendo i partiti tutti uguali, basta mettere la merda nel ventilatore e così impedire ogni possibilità reale di ricambio anche sociale. Niente soldi ai partiti? Che governino i miliardari, il popolo non avrà più nemmeno una tribuna parlamentare.
Il problema che mi assilla è questo. Quale strada vogliamo imboccare? Non è la sorte particolare del mio partito che è in cima ai miei pensieri. Guardo con tristezza a che punto siamo tutti arrivati. Di che partiti stiamo parlando? Da dieci anni la Lega Nord non fa un congresso. Adesso si scandalizzano per i diamanti, il Trota, gli investimenti in Tanzania. Ma quanti articoli abbiamo letto di illustri commentatori e professori di politologia, che esaltavano la Lega come finalmente il vero partito del Nord (non la pochezza della sinistra), un partito tanto popolare che il suo Capo andava alle sorgenti del Po per raccogliere le acque in una magica ampolla che poi veniva portata in processione fino a Venezia.
Questo partito del Nord (povero Nord) che radunava la sua gente con le corna in testa di non so quale razza pagana. E poi gli insulti ai meridionali e agli extracomunitari trattati come bestie. Ecco i veri, profondi danni che l’Italia, a cominciare dal Nord, ha subito. E abbiamo anche visto che cos’era il “partito” di Berlusconi, nato dalle strutture aziendali della Fininvest. Quale esempio e quale ferita per gli italiani: quel disprezzo per le istituzioni, la Corte Costituzionale «comunista», il rifiuto della legge uguale, il privato (comprese le squallide orgette) confuse con il bene pubblico, l’indulgenza per la rivolta fiscale.
È impressionante il racconto che fa il faccendiere Lavitola ai magistrati: perfino i rapporti personali d’affari con capi di Stato stranieri. Ecco il problema grave e difficile che sta davanti non solo a noi ma alla parte migliore degli italiani.
Il bisogno di dare un più alto messaggio etico-politico prima ancora che programmatico. Indicare una speranza, una prospettiva.
È vero che i vecchi partiti non torneranno più. Su questo ha ragione il professor Panebianco. Ma che risposta possiamo dare alle sfide che stanno svuotando i poteri della democrazia? Che tipo di società umana si sta formando? La domanda più importante è questa.
È vero che le vecchie distanze abissali di reddito tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo si vanno, nell’insieme, riducendo, ma il fenomeno nuovo a cui stiamo assistendo è l’aumento, nei Paesi ricchi, di una grande povertà e, nei Paesi poveri, di un forte sviluppo insieme a una miseria assoluta. Il tutto con crescenti disparità nel campo della conoscenza. Sembra di assistere all’avvento non di una nuova democrazia ma di un’aristocrazia planetaria del sapere, del potere e della ricchezza, a fronte di una massa di semplici consumatori, e più in basso ancora di esclusi, sia dal potere che dai consumi. I nuovi schiavi. Quali pari opportunità si aprono a una bambina che nasce e vive in una località remota della campagna calabrese rispetto a un bambino figlio di un docente della Bocconi?
Questi sono i fatti, le cose. E davvero non si capisce perché la sinistra non dovrebbe esitare a rialzare la testa e ritrovare l’orgoglio delle sue ragioni storiche (il suo partito) nell’aspro scenario di lotte e di contraddizioni che sempre più segnano questo nostro mondo. E allora non si può sfuggire alla necessità di tornare a dare alla sinistra quella ragione storica che è la sua e che non può che consistere in una critica di fondo degli assetti attuali del mondo. Una critica la cui radicalità non sta nella violenza e nel rifiuto di assumere responsabilità di governo, ma nel mettere in discussione i poteri reali che governano da sempre questo paese (la vecchia classe dirigente alla
eterna ricerca di avventure extraparlamentari) e lottare per la ricostruzione civile del Paese.

(“L’Unità”, 19 aprile 2012)

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